Potere agli oppressi !

un blog d'informazione antimperialista

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Blogger: MarkusWolf
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Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria. ( Ernesto "Che" Guevara: "Creare due, tre, molti Vietnam" ) «Qui non è solo che abbiamo due destre e che quella peggiore ha vinto le elezioni. Questa vittoria, coronata da quella capitolina, fotografa un paese che sprofonda nel baratro delle proprie paure, una plebaglia che andati in fumo i propri sogni piccolo borghesi di ascesa sociale, lungi dal pigliarsela col sistema capitalistico, mette in piazza i suoi lati più oscuri, le sue pulsioni securitarie più ripugnanti. Se la prende con gli immigrati che vorrebbe ridotti a schiavi, coi poveri che non vuole trovarsi tra le palle, coi musulmani colpevoli di non genuflettersi ai piedi del Moloch Occidente e dei cretini che lo abitano. Verrà, non c’è da dubitarne, il momento della caccia alle streghe, della persecuzione di tutti i sovversivi. Siamo davanti a quella che potremmo fascistizzazione sui generis». ( Campo Antiimperialista, L'ITALIA S'E' DEST(R)A )






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lunedì, 24 marzo 2008

Campo Antimperialista - SE FOSSIMO TIBETANI

SE FOSSIMO TIBETANI      
Sunday, 23 March 2008

Come opporsi al rinascente Impero Han senza diventare servi di quello americano?

A causa dell’aggressione angloamericana il popolo iracheno, in cinque anni, ha subito più di un milione di vittime. Un’ecatombe, anzi un vero e proprio genocidio. Davanti a questa carneficina in corso d’opera i mezzi di informazione tacciono, tendono anzi ad avvalorare la balla che la sitazione è in via di normalizzazione. Da parte loro i politicanti di tutti gli schieramenti, nessuno escluso, affaccendati ad accalappiare voti di patrizi e plebei in questa squallida campagna elettorale, si guardano bene dal dire qualche parola o dall’esprimere una pur velata indignazione. Si sono alzati invece come un sol uomo davanti alla repressione cinese della rivolta in Tibet. Quanti arresti? Meno di quelli compiuti dal governo Berlusconi a Genova. Quanti morti? Poco più di un milionesimo di quelli iracheni. Ma il Tibet non è l’Iraq e il lamaismo tibetano è ben lontano dall’islamismo.

In quest’olimpiade di ipocrisia centinaia di parlamentari, in un vero e proprio «blocco delle larghe intese», si son ritrovati a Campo de Fiori, in Roma, per esprimere la loro solidarietà, più che ai rivoltosi tibetani, ai monaci buddisti e al Dalai Lama —che in Tibet non ha alcun seguito di massa e ciò è confermato dal fatto che i giovani in rivolta non hanno affatto inneggiato al suo ritorno. Ironia della storia, l’happening romano si è svolto ai piedi della statuta che ricorda il sacrificio di Giordano Bruno, uno che monaci con la tunica di altro colore misero al rogo a causa delle sue idee. Come se non bastasse il Parlamento è stato urgentemente riaperto per esprimere esecrazione. Un successo senza precedenti della lobby anti-cinese, resa possibile da quel parvenu in caschemire che presiede la Camera dei Deputati, all’anagrafe Fausto Bertinotti. Una lobby buddhista per modo di dire e americanista nella sostanza, una lobby che vorrebbe spingere l’Occidente su una posizione di più aggressivo contenimento del Dragone.

La dichiarazione di Bush per cui non avoca l’indipendenza del Tibet e che andrà alle imminenti Olimpiadi di Pechino sono un bel ceffone per il variopinto fronte filo-dalai. La decisione di Washington di non fare troppo casino indica che per un’America alle prese con una fortissima crisi economica gli affari e la montagna di soldi cinesi che affluiscono nelle casse yankee sono per ora molto più importanti dei diritti dei tibetani.
Sarebbe tuttavia un errore scambiare la tattica per la strategia. L’establishment statunitense considera infatti la Cina capitalista un incipiente nemico strategico, un nemico la cui espansione deve essere contenuta, se necessario anche perseguendo una politica di destabilizzazione interna. A questo disegno risponde la decisione di fare del Tibet una seconda Taiwan. Il 28 ottobre 2001 il Congresso degli Stati Uniti, proprio mentre invadeva l’Afghanistan e si preparava a fare altrettanto con l’Iraq, con un bipartizan Foreign Authorization Act, approvava la risoluzione in cui riconosceva «il Tibet, comprese quelle aree incorporate nelle province cinesi di Sichuan, Yunnan, Gansu e Qinghai, [ovvero il «grande Tibet»] un paese occupato secondo i principi stabiliti della legge internazionale». La risoluzione stabliva inoltre che il Dalai Lama e il suo Governo tibetano in esilio, erano gli autentici rappresentanti del Tibet.

Questa decisione non cadde dal cielo, era al contrario il risultato di una geopolitica di lungo periodo, una geopolitica che non tollera concorrenti nel controllo del Pacifico e dell’Asia e di cui la vicenda tibetana è solo un tassello, un pretesto, un casus belli da tirar fuori alla bisogna. Gli Stati Uniti mai digerirono il crollo della teocrazia buddo-lamaista negli anni ‘50 e l’avanzata della rivoluzione popolare cinese. Che quella rivoluzione abbia portato ad una progressiva annessione non può far dimenticare cosa fosse il Tibet fino agli anni ‘50: nessun regime al mondo era più crudelmente teocratico e schiavista di quello del Dalai Lama e dei 180 Hutuktu. Sin dai primi anni ‘50 la CIA si occupò di sostenere direttamente la rivolta lamaista e fino al 1969, sempre la CIA, finanziava la guerriglia e addestrava gli anticomunisti tibetani nel campo di Hale in Colorado. La stessa fuga del Dalai Lama nel 1959 in India fu direttamente organizzata dai servizi segreti americani. Questo appoggio cessò nell’epoca Kissinger, quando gli USA decisero di agganciare la Cina in funzione antisovietica.

L’ostilità strategica imperialistica verso la Cina, che denunciamo come foriera di una nuova guerra mondiale, non può tuttavia spingerci, né a stabilire l’equipollenza tra il Tibet e Taiwan; né a farci dimenticare che la Cina di oggi è figlia di una colossale controrivoluzione sociale. Riguardo alla questione nazionale va poi ricordato che Cina non solo esitono una cinquantina di minoranze nazionali, va detto che c’è un’effettivo predominio degli Han (come a Taiwan, dove i nativi sono stati genocidiati), predominio che si manifesta in tutte le sfere sociali e che è diventato assoluto negli ultimi decenni di restaurazione capitalista, restaurazione che ha incoraggiato a dismisura la spinta colonizzatrice Han in quasi tutte le Provincie autonome (la Costituzione del 1982, quella che legittima la proprietà privata capitalistica, pur assegnando formalmente una vasta autonomia alle provincie autonome, non riconosce in alcuna maniera il diritto all’autodeterminazione).

Non ci passa per la testa di avocare lo smembramento della Cina in piccoli staterelli (come fece il vecchio colonialismo europeo e come forse sperano accada in futuro i tecnici del dominio imperialista occidentale). Ma neanche possiamo tacere le sofferenze che alcuni popoli subiscono a causa dell’oppressione razzista degli Han, primo fra tutti il popolo uyguro del Xinijang. Se ieri gli Han pretendevano di portare il socialismo e di strappare questi popoli al «feudalesimo», oggi essi cercano di strapparli ad un’economia agraria che per quanto arretrata è ancora collettivista, ed esportano un capitalismo selvaggio e sfruttatore.

Se fossimo tibetani avremmo probabilmente partecipato alla rivolta. Saremmo stati al fianco del nostro popolo, a rivendicare il diritto di essere padroni in casa nostra. Ci saremmo scagliati, assieme ai tanti giovani esausti della colonizzazione cinese, contro i simboli dello strapotere Han, ovvero i templi del potere e quelli del denaro. Non avremmo tuttavia inneggiato al Dalai Lama, avremmo anzi denunciato i «democratici » occidentali che tuonano lampi e fulimini contro i regimi teocratici islamisti, ma in Tibet vorrebbero restaurare la dittatura teocratica lamaista. Solo stando a fianco di chi combatte contro l’ingiustizia si può sperare che la lotta non sia strumentalizzata dalle diverse forze politiche reazionarie dell’opposizione tibetana, che usano la bandiera dell’indipendenza per salire al potere e fare gli affari al posto degli Han. Stare alla finestra, fare gli indifferentisti, non è nella nostra indole.
V’è chi ci criticherà, sostenendo che non c’è alcun posto tra l’imperialismo euro-atlantico e il neoimperialismo sino-russo. Esso ha perduto ogni speranza nei movimenti di emancipazione dei popoli. Noi no.

http://www.antiimperialista.org/index.php?option=com_content&task=view&id=5588&Itemid=68
postato da: MarkusWolf alle ore 16:52 | link | commenti (3)
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Conversione Magdi Allam : finalmente tutto chiaro

di Rita Guma*

Plaudo alla decisione di Magdi Allam di manifestare la sua adesione al cattolicesimo in modo cosi' chiaro e plateale, nonche' alla scelta di farsi battezzare dal Papa, un papa che ha da tempo chiarito la sua visione restrittiva del dialogo fra le religioni.

Sara' cosi' finalmente inequivoco da che parte sta il giornalista, il quale in questi anni - forte della sua dichiarata (ma da molti messa in dubbio) fede islamica - ha attaccato l'Islam in modo virulento attribuendo a questa fede (e quindi all'intero popolo che la professa) carattere nazifascista e generatore di morte.

Come associazione per la legalita' e i diritti, delle religioni (tutte) ci interessa solo che non interferiscano nello Stato laico e non contravvengano alla Costituzione e alle leggi internazionali mentre viceversa ci interessa far rispettare la dignita' e liberta' di cluto delle persone che le professano.

Ma delle persone che fanno informazione - specialmente quando trattano temi delicati che hanno ricaduta sulla convivenza fra civilta' - ci interessa la correttezza e la mancanza di mistificazione. Da ieri per Magdi Allam, la cui visibilita' ne ha sempre amplificato il messaggio, questa condizione e' rispettata.

Per questo credo ne debbano esserne contenti anche gli Islamici per bene e le organizzazioni islamiche pacifiche, considerando fra l'altro che la fine dell'equivoco permettera' loro di chiamare in tutte le sedi opportune il giornalista e il suo editore a rispondere dei suoi scritti ove offensivi nei loro confronti senza che l'interessato possa proclamarsi loro correligionario e il giornale fregiarsi di ospitare una voce islamica fra le sue pagine.

Peraltro - poiche' si presume che una conversione cosi' manifesta non sia nata dall'oggi al domani ma sia frutto di un percorso lungo e meditato - anche gli scritti del 'nostro' redatti in tempi recenti perdono quella carica di 'autocritica' che Allam aveva voluto accreditare per le sue analisi antiislamiche.

* presidente Osservatorio sulla legalita' e sui diritti onlus

http://www.osservatoriosullalegalita.org/osservatorio/com2008/017magdiallam.htm

postato da: MarkusWolf alle ore 16:30 | link | commenti (1)
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venerdì, 21 marzo 2008

Israele come Forza Nuova: incentiva l'islamofobia

Islam: amb. Israele presso Santa Sede, presenza immigrati minaccia l'Europa


Dal sito http://www.adnkronos.com/AKI/English/hp/

www.adnkronos.com/AKI/Italiano/ext/adnsearch_int.php?words=israele+immigrati&cerca=..%2Fext%2Fadnsearch_int.php&HTDigSearch.x=17&HTDigSearch.y=10


Islam: amb. Israele presso Santa Sede, presenza immigrati minaccia l'Europa (Aki) - "Gli immigrati musulmani cominciano a rappresentare una seria minaccia per la democrazia e la pace in Europa": è l'allarme che l'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Oded Ben-Hur, ha lanciato ieri sera in una conferenza presso la American University di Roma, durante la quale ha criticato ...
20/03/2008 -
http://www.adnkronos.com/


www.adnkronos.com/AKI/English/Politics/?id=1.0.1992348697

Rome, 20 March(AKI) - Muslim immigrants are a serious threat to peace and democracy in Europe, according to the Israeli Ambassador to the Vatican Oded Ben-Hur.

"[Muslims] have a different agenda, and are beginning to be a real serious menace to democracy and peace in Europe," he said during a speech at the American University of Rome.

Ben-Hur also criticised what he called the Italians' "docile, ostrich-like approach" to Muslims in Italy.

"People here in Italy should have raised hell," he said.

Ben-Hur spoke at length about extremist Islam and what he saw as a "sharp decline in their [Islamic] culture," following the expulsion of Muslims from European lands in the 15th century during the Spanish 'reconquista'.

He referred to leaflets that he claims to have in the Israeli embassy, that are linked to a programme by Osama bin Laden "to re-conquer Europe."

"They (Muslims) are witnessing what they define as the death of their culture, so they have introduced the culture of death," he told students.

"This is why those guys with explosive belts kill Israelis and Jews, for the sake of killing Jews and killing Israelis."

Referring to media coverage, he said important material was missing from news reports.

"But [people] don't see the incitement by the imam, they don't see the incitement in the mosques."

Ben-Hur said Israel still treated the wounded from Gaza in Israeli hospitals and that Hamas sent badly injured people to die in Israel.

"Hamas, who is in charge in the Gaza Strip, they send people that they cannot handle in their hospitals," he said.

"Sometimes they send them to die in Israel to give us a bad image, we manage to save most of them, but nobody would write about it, nobody would be interested, this is not news!"

"Because of the fear of terrorism, we are losing, day in and day out, the war of image."

"The problem is information wise, propaganda wise, we dont have huge numbers of casualties. That (show) we are suffering. These are not sexy figures," said the ambassador.

The senior diplomat was pessimistic about the prospect of peace between Israel and the Palestinians and said there was no "partner" with which to build an accord.

"As time goes by, if these [Palestinians] are the people we are going to live with, do we trust them?" he asked. "Aren't we risking the future of our nation? We need pressure, a unified pressure."

With regard to Iran, he said that the country's hardline president Mahmoud Ahmadinejad was a very unpredictable person and Iran's Shiite revolution should frighten people around the world.

Regarding Iran's nuclear programme, he did not believe a nuclear attack on Israel would take place.

"Ahmadinejad is building his atomic capacity not to destroy Israel," said the ambassador.

Instead, Ben-Hur focused the debate on Iran's alleged nuclear missiles and its range, which he said could reach Europe.
postato da: MarkusWolf alle ore 22:53 | link | commenti (1)
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PMLI - La cricca revisionista e fascista di Pechino stronca nel sangue la rivolta autonomista del popolo tibetano

La cricca revisionista e fascista di Pechino stronca nel sangue la rivolta autonomista del popolo tibetano

È di quasi un centinaio di morti, molti feriti e centinaia di arrestati il bilancio provvisorio al 18 marzo, secondo fonti tibetane, della repressione con la quale la cricca revisionista e fascista di Pechino ha stroncato la rivolta autonomista del popolo tibetano. Nella capitale Lhasa la fine delle proteste è garantita dalla massiccia presenza della polizia schierata nelle strade, sui tetti e attorno ai principali edifici della città che controlla l'identità dei passanti. Ma altre manifestazioni si sono svolte ancora il 18 marzo a Machu nella provincia tibetana del Gansu, dove negli scontri con la polizia sarebbero morti una ventina di dimostranti, e a Ngaba, nella confinante provincia del Sichuan, dove sarebbero almeno otto le vittime.
Le manifestazioni autonomiste erano iniziate il 10 marzo quando un centinaio di religiosi avevano iniziato una marcia da Dharamsala, nel nord dell'India, che avrebbe dovuto portarli nell'agosto prossimo fino a Pechino in concomitanza con l'inizio delle Olimpiadi. Altre manifestazioni si svolgevano a Lhasa, in occasione della ricorrenza della fuga del Dalai Lama dal Tibet nel 1959, dove alcune centinaia di monaci sfilavano in corteo per chiedere maggiore autonomia per il popolo tibetano. La manifestazione era dispersa dalla polizia che usava manganelli e bastoni elettrificati. E mentre la marcia dei religiosi da Dharamsala era rallentata dalla polizia indiana che arrestava gran parte dei partecipanti a poche decine di chilometri fuori della città proseguivano le proteste a Lhasa dove il 12 marzo alcune centinaia di dimostranti venivano dispersi dalla polizia con i lacrimogeni. I dimostanti chiedevano anche la liberazione di alcuni monaci arrestati dalla polizia a inizio febbraio per aver sventolato la bandiera del Tibet autonomo.
L'intervento repressivo della polizia non fermava le manifestazioni autonomiste che vedevano in piazza a Lhasa il 14 marzo ancora centinaia di dimostranti che si scontravano con la polizia. Gli agenti usavano le armi e negli scontri che seguivano si contavano diversi morti. La protesta si estendeva dalla capitale a altre città tibetane, diventava un'aperta rivolta popolare per l'autonomia del Tibet.
Una rivolta diversa da quella del 1959 cui nelle cronache viene paragonata. Allora si trattava dell'azione controrivoluzionaria di un gruppo di reazionari tibetani, fomentati e armati dall'imperialismo in funzione anticomunista contro la Cina socialista di Mao, che non ottennero l'appoggio popolare e furono sconfitti. Allora il popolo oppresso si levò ad accusare i membri reazionari del governo locale, fra gli ecclesiastici e i nobili, che volevano mantenere le catene della schiavitù e diventò protagonista della storia del Tibet, a fianco delle altre nazionalità della Cina socialista, nella Regione autonoma del Tibet che sarà formalmente proclamata nella prima sessione della prima Assemblea popolare del Tibet tenuta a Lhasa dal 1° al 9 settembre del 1965.
L'atteggiamento della Cina di Mao fu sempre di estremo rispetto delle specificità della situazione tibetana, non veniva toccata l'organizzazione del governo locale e la struttura sociale, erano rispettate le credenze religiose, le usanze e i costumi locali, qualsiasi riforma era subordinata all'accettazione del governo locale. In una direttiva interna del CC del PCC sul lavoro nel Tibet del 6 aprile 1952 si affermava: "Dobbiamo fare ogni sforzo e usare metodi appropriati per conquistare il Dalai e la maggioranza dei suoi strati superiori, isolare la minoranza dei cattivi elementi e arrivare in molti anni, gradualmente e senza spargimento di sangue, alla trasformazione politica ed economica del Xizang (Tibet). (...) Se le cose andranno per le lunghe non ne avremo grandi danni, al contrario, ne trarremo dei vantaggi. Lasciamo che essi (i reazionari, ndr) commettano ogni genere di atrocità insensate contro il popolo, noi ci occuperemo solo della produzione, del commercio, della costruzione di strade, della medicina e del fronte unito (unità con la maggioranza e educazione paziente) e di altre cose buone, con lo scopo di conquistare le masse e aspettare che maturi la situazione". Con questa politica la Cina socialista aveva le masse popolari tibetane dalla sua parte a respingere il tentativo controrivoluzionario del 1959. Alla vigilia del quale il Dalai Lama fuggiva in India.
Un atteggiamento ben diverso da quello tenuto dalla cricca revisionista e fascista al potere da ormai 30 anni a Pechino che ha sposato il capitalismo e l'imperialismo, smantellato la Cina socialista e con essa i corretti rapporti con le minoranze etniche, con la specificità del Tibet. Una cricca che non tollera la benché minima richiesta autonomista del popolo tibetano e ha risposto col pugno di ferro. Proprio nei giorni in cui l'omologo e concorrente imperialismo americano annunciava di aver depennato la Cina capitalista dalla lista nera dei paesi che violano gravemente i diritti umani.

19 marzo 2008

http://www.pmli.it/criccafascitapechinotibet.htm

postato da: MarkusWolf alle ore 22:42 | link | commenti
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