La Siria interviene per cancellare incontri dei ribelli iracheni
Khaled Yacoub Oweis, Reuters - traduzione di Gianluca Bifolchi, Tlaxcala

DAMASCO, 23 Luglio – Un grande raduno di gruppi ribelli iracheni previsto per Lunedì a Damasco è stato cancellato su volere della Siria, dicono i delegati.
Centinaia di delegati, compreso membri del bandito partito Baath iracheno, ufficiali delle ora defunte forze di sicurezza di Saddam Hussein e leader tribali anti-USA, si erano riuniti a Damasco per approvare un programma comune dei gruppi contrari alla continuazione della presenza delle forze USA in Iraq.
"I Siriani hanno gentilmente fatto presente che non era il momento per una cosa come questa" , ha riferito alla Reuters un membro di alto livello del partito Baath.
"Gli Americani e i loro clienti del governo iracheno stanno intensificando le loro bugie che la Siria stia dietro il terrorismo e gli attacchi a Iracheni innocenti, che noi tutti condanniamo".
Stava parlando ad un incontro per annunciare la cancellazione della conferenza in un hotel alla periferia di Damasco. La decisione non è stata presa bene dalla maggior parte dei partecipanti, specialmente quelli che erano arrivati dall'Iraq.
Alcuni delegati hanno collegato la cancellazione dell'incontro alla visita la scorsa settimana in Siria del Presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad.
Un comunicato diffuso dopo un incontro tra Ahmadinejad e il Presidente Bashar al-Assad la scorsa settimana informava che i due leader erano fermi sulla necessità che gli USA mettessero fine all'occupazione ma sostenevano il governo iracheno e "condannano i terrorismo contro il popolo iracheno e le sue istituzioni".
Inviati dall'Iran sciita ed arcinemici degli Stati Uniti dovrebbero incontrarsi per un secondo giro di colloqui sulla sicurezza in Irak Martedì a Baghdad.
Il governo laico della Siria, che ha raffrozato i suoi legami con l'Iran, ha intrapreso passi lo scorso anno per migliorare i suoi rapporti con l'Irak.
Il vice presidente iracheno Adel Abdul Mahdi è atteso a Damasco il mese prossimo.
INFLUENZA
Con 360 km di frontiere con l'Iraq e circa 1,4 milioni di profughi iracheni in Siria, Damasco ha detto che la discesa in una aperta guerra civile avrebbe "devastanti conseguenze" per la regione.
Migliaia di Baathisti iracheni e ex dirigenti della sicurezza hanno fatto della Siria la loro base dall'invasione del 2003.
Il governo iracheno dice che essi giocano un ruolo primario nel sostenere l'insurrezione. Washington accusa la Siria di permettere ai combattenti di passare la frontiera con l'Iraq, un'accusa che la Siria nega.
Damasco dice che la sua influenza sulle forze ribelli in Iraq potrebbe aiutare gli Stati Uniti a realizzare un "onorevole ritiro" per i soldati USA.
"Non dovremmo vedere una contraddizione tra l'imbracciare un fucile e negoziare una fine dell'occupazione", ha detto un leader tribale della provincia occidentale di Anbar rivolgendosi ai delegati.
Ha riconosciuto, comunque, che i gruppi ribelli mancano di un fronte politico unificato.
Tradotto dall'inglese da Gianluca Bifolchi, un membro di Tlaxcala (www.tlaxcala.es), la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale : è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
Articolo originale;
www.alertnet.org/thenews/newsdesk/L23875674.htm
Mentre sfasciano corpo e anima di Palestina, Iraq e Afghanistan (e Somalia, ndr), fingono, a copertura, LA TERRIBILE, IMMINENTE, GUERRA USA-IRAN e preparano quella vera in Libano, Siria e Sudan

DI FULVIO GRIMALDI
Mondocane Fuorilinea
Il fatto è che se non provi a cambiare la realtà, è la realtà che cambia te, a dispetto del simulacro che continui a esibire.
(Dino Greco, segretario della Camera del lavoro di Brescia, defenestrato da CGIL, FIOM e PRC)
Meglio Veltroni, Draghi, Padoa Schioppa, o Bakuba?
Verrebbe la voglia di trasferirsi a Bakuba, a Gaza, a Jenin, a Bint Jbeil, addirittura a Kandahar. Almeno lì le cose sono di una chiarezza da alba sul mare vista dal Monte Fasce, sopra Genova, là dove trasluce la "Corsica dorsuta" di Montale. Non c’è bisogno di lacerare veli di baiadere che occultano decrepitezze, né di scrostare con la varechina ipocrisie e doppiezze veltrusconiane, né c 'è da arrovellarsi nel dubbio se ti si inchiappetta con il baby oil Johnson, piuttosto che con una pelle di porcospino. Dalle nostre infelici parti devi vedere cacciare con un intrigo da basso impero il migliore segretario della più combattiva Camera del Lavoro d’Italia, punto di riferimento per tutti coloro che non vedono nel sindacato il finto collidente e vero colluso al banchetto dei padroni. Con l’insulto aggiunto che la nefandezza avviene sotto lo sventolio, per molti ottundente, di vessilli rossi, "simulacri", come li definisce il compagno Dino Greco. Dalle nostre parti, a paragone del sistematico rovesciamento della realtà e del linguaggio nel loro contrario, i paradossi del paese di Alice sembrano cinema-verità.
Un Mario Draghi, topo mannaro della finanza, virgulto della grassazione finanziaria mondiale, giannizzero di Goldman Sachs e sodale del bandito della speculazione George Soros (il cui International Crisis Group viene onorato di citazioni inoppugnabili dal candido Michelangelo Cocco del "manifesto") viene glorificato come istituzione tecnica sopra le parti, al servizio dell’interesse collettivo, mentre infila la testa della maggioranza del popolo nella garrota della miseria. E chi applaude questo miracolato dal Padre Pio di turno a Palazzo Chigi, cospiratore nel 1992 contro l’economia italiana quando si accordò con la massoneria internazionale per l’assalto alla lira che portò alla svendita del patrimonio nazionale sotto l’egida del compare Amato, oggi progressivo restrittore di diritti democratici con la scusa degli stadi, o dei bulli, o dei conducenti sbronzi? Chi lo applaude? Indovinato, il Batrace Prolassato e il Baffino da barberia, due bugiardoni in marsina che gli autori della fiction chiamata Bibbia gli fanno un…baffo. Una coppia che rompe le palle da quarant’anni, un tempo da stalinisti di prima classe, poi da hooligan del 10 a 0 sociale. Una coppia di fronte alla quale quella dei gemelli horror polacchi Kuscinzky fa la figura degli statisti alla Marc’Aurelio.
Chi è populista?
Dalle nostre parti l’arte del governare consiste nel convincere il colto e l'inclita, le plebi tutte, che tanto sono minacciate da orchi da ogni lato che prendersela con chi gli sfila lavoro, salario, pensione, casa, libertà, pace, risulta proprio tempo perso, anzi collaborazionismo con i "terroristi". E, tolti(si) di mezzo i fustigatori autentici, i Guzzanti-Giovenale e i Grillo-Marziale, restano a sostenere l’assunto i satirici di regime. Come quel Michele Serra che a me personalmente pesa sul piloro fin da quando allestiva "cuorate" buoniste in difesa del "caro amico Adriano Sofri". Ti pareva. Oggi le spara sul tabloid scandalistico "La Repubblica", sostenendo, tra tanti altri suoi soffietti al padrone, che gli annuali 7000 morti sulle strade in buona parte sono "fisologici" (l’auto c’è e menomale), in parte, quelli causati dagli sbevazzoni, sono delinquenziali. Non gli fa ombra il fatto che questi ultimi sono qualcosa come l’un percento della mattanza, mentre il resto è opera Fiat, Volkswagen, Mercedes, Chrysler, Honda, Ford, Citroen e via rigurgitando dalle più grandi industrie di morte mai inventate. Gente che riempie di segatura la testa degli esibizionisti SUV e Smart, di stronzate di latta, dalla velocità di un missile e dalla fragilità di un uovo, spazi che finiscono con l’assomigliare all’urna di fagioli della Carrà e atmosfere che gareggiano con quelle delle mai sufficientemente ricordate (a copertura dei divertissments sionisti) camere a gas. Vai con la colpa agli ubriachi e ottieni il duplice effetto di consentire ai ministri di polizia e dell’insanità, Amato e Turco (quella degli sbirri in classe), di fornire ulteriori controlli e ceppi per il prossimo venturo Stato di polizia e di salvaguardare reputazione e profitti del fabbricante delle armi più letali apparse nel mondo dopo la peste bubbonica e la democrazia borghese.. Si chiama "populismo" - altro che quello attribuito a Hugo Chavez, che invece rovescia le cose capitaliste nel loro contrario - e consiste nel far demagogia per gonzi: colpisco l’effetto, la vittima, al massimo il sicario, e nutro la causa e il mandante. A forza di campagne su drogati, ubriachi, insegnanti e statali in genere fannulloni, pedofili come se piovesse (che aprono la strada alla repressione in rete, come Al Qaida alle guerre), bulli, pacifisti, sfasciascuola, ultrà del tifo, opposti estremisti, immigrati, drop-out, maschi, eterosessuali omofobi, islamici, cinesi, anziani pensionati a ufo, sconsiderati da discoteca, trasportatori fumati, irregolari vari, terroristi neanche a parlarne, le categorie da non reprimere si riducono alle famiglie di Montezemolo e dei suoi (manzoniani) bravi. Guardare negli armadi di costoro e scoprirvi i piani dell’irachizzazione delle turbe ai cancelli della villa, anche a forza di auto, eroina, discoteche, scuole berlinguerian-morattiane, birra e Moggi? Dioceneguardi! Guardate la prima pagina del foglio-guastatore della Partito Democratico (ragione sociale che cela il suo contrario), data 16 luglio 2007. Titolo di testa a cinque colonne: Pedofilia, ecco la rete degli orchi (che poi finisce giudiziariamente in niente). Titolo in neretto della stessa misura: "Strade, basta stragi dell’alcol". Titolo contiguo (in tutti i sensi): Ritorna Osama. Foto titolata sulla necessità pensionistica di stroncare i vecchi per nascondere la strage di regime dei giovani e, per finire in gloria, editoriale di dannazione dei migranti: Integrazione fallita. E poi dicevano la "Pravda"! Il panico è assicurato. Poi seguirà, con la solita cadenza, la campagna Aids (che se ne mangia un decimo di quelli che spariscono in Medioriente), qualche aviaria, qualche Imam pronto a mettere nitroglicerina negli zainetti dell’asilo.
(...)
La guerra-fumogeno Usa-Israele contro l’Iran
Veniamo a noi, al nostro tema. Il 9 aprile 2007 scadeva, annunciato da mille "inconfutabili" segnali, l’ennesimo termine "certo" per "l’inevitabile" guerra Usa-Iran. Forse nucleare. Gli altri erano stati annunciati, sempre con apocalittici strombazzamenti mediatici, a dicembre, settembre, giugno, per poi essere riassorbiti dalla polvere delle bufale appassite. Regolarmente succedevano invece altri fattacci, tipo l’assalto USraeliano al Libano, lo sprofondamento di Bush, l’avanzata dei democratici statunitensi, picchi di carnaio di Stato e di successi resistenziali in Iraq, efferatezze israeliane a Gaza, l’ennesima carneficina di civili in Afghanistan, bombe Usa e scherani etiopici addosso a una popolazione somala che stava rimettendosi in piedi, porcherie elettorali in Messico (coadiuvate dall’uomo mascherato del Ciapas); mobilitazione di mascalzoni e grulli in vista dell’intervento "umanitario" in Sudan, altro stato arabo e petrolifero da sbranare… Poi, quatto quatto, nel luglio 2007, l’armagheddon Usa-Iran finisce nel salottino del chatting diplomatico, al suo nucleare ci si riferisce con indulgenza, El Baradei (AIEA) ne parla poco e bene, semmai c’è qualche attrito di sciacalli attorno alle spoglie irachene, nulla che non possa essere risolto con qualche schiaffo agli ascari locali e con qualche discreto tè tra Condoleezza e l’omologo persiano. Succede perché lo Stato Maggiore della criminalità organizzata occidentale pensa di potersi permettere un’attenuazione della psicosi iraniana perché ha da mostrare qualcosa che rasserena il volgo: la segregazione e il progressivo annichilimento per fame dei "terroristi di Hamas" e nuovi, spaziosi boulevard di pace per gli assennati amici di Fatah, in corso di conversione a valanga, tutti iscritti ai corsi di rieducazione dell’Alta Scuola del Tradimento di Abu Olmert. O forse si azzittisce solo perché, in Iraq, o fili con i persiani, o, se tra i nemici devi annoverare anche i soci persiani, ti tocca farti evacuare dai soliti ultimi elicotteri sul tetto dell’ambasciata.
Addio Hawatmeh, buongiorno Kalachnikov
E qui mi arriva una stilettata alle viscere. Naief Hawatmeh, leader dalla fondazione nel 1969 del gloriosissimo Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, sotto i cui vessilli, con quelli del FPLP e di un Fatah ancora non ancora ridotto a zerbinotto pezzente, abbiamo marciato nei decenni (Fe-Fe-Fedayin!), lo incontrai nel gennaio del 1970 ad Amman. Le sette colline della capitale giordana erano imbiancate. La neve risaliva i gradini della pensioncina sul Jebel Hussein, ovviamente priva di stufe, ma con fornelli. Affabili e ciarlieri, emissari del prestigioso capo del FDPL venivano a trovarci, sondarci. Trovavano tè, portavano mele. Intervistai Re Hussein, proconsole degli inglesi ad alta valenza di gossip. Giurò "eterna riconoscenza ai fedayin che combattevano il mostro sionista". Pochi mesi dopo espresse tale sentimento con un massacro nei campi. Alto, con l’immancabile giaccone di pelle nera dei fustaccioni palestinesi, aquilino, neanche quarant’anni, Haqwatmeh sorrise alla nostra richiesta di entrare nel Fronte, ci fece un po’ di domande dal rigoroso sapore marxista-leninista, ci chiese a lungo dei moti del ’68 europeo, poi disse tamam, va bene, seguirete un corso nella nostra base così e così. Inorgogliositi come pupi siciliani scappati dai pupari e proiettati sul proscenio della Scala, finimmo – italiani, francesi, inglesi, egiziani - in una base scavata nelle colline del Nord, vicino a Ajeloun, a due passi dal Giordano, fiume da attraversare di notte per imboscate che avrebbero insegnato a generazioni di guerriglieri nel mondo come va fatta la guerra asimmetrica. C’era passato anche Jean Genet e i fedayin ne innaffiarono alcuni tra i più bei fiori letterari. Li dentro passammo settimane e mesi. Ore di addestramento, di discussione, di bilancio delle azioni e dei comportamenti, la famosa "autocritica", di narrazioni intorno al pentolino del chai, di formazione quadri, di spesa dai contadini simpatizzanti, di fraternizzazioni con le pattuglie di soldati giordani, e, all’apogeo, di operazioni notturne.
C’erano anche efflorescenze temporali di assoluta pace e di felicità. Insieme per una causa giusta, a tutti i costi. Spesso nel tepore notturno di maggio, trepido di attese, di approfondimenti su cosa c’era dietro a queste facce di giovani contadini col mitra e dietro alle nostre, con le stelle che si potevano toccare e giocarci a palla, pensavo che forse non avrei mai più vissuto un momento così maturo e felice. Sette anni dopo, per un istante si potè provare qualcosa di vagamente simile: quando cacciammo Lama, dalle parole e dai capelli tinti, dall’università Da Occidente arrivarono nubi basse e nere. Ci chiesero di dimetterci dalle unità combattenti poco prima di quel Settembre Nero con cui il re-fantoccio fece la sua prova d’ammissione al mattatoio israeliano: 2000 militanti ammazzati, campi bombardati e poi svuotati verso il Libano. Najef ci sorrise e abbracciò: Compagni internazionalisti, la lotta è una, continuate a casa vostra. Qualche lacrima sbirciò di sguincio. Poi Hawatmeh diresse la sua organizzazione da Damasco. Al figlio che ebbi tre anni dopo, diedi come secondo nome Najef. Oggi quella nostra icona, come tante altre, come addirittura l’eroe della resistenza di Jenin, Zakariah, che cinque volte i suoi boia hanno tentato di assassinare, e tanti capi di Fatah e delle gloriose Brigate dei Martiri di Al Aksa, dismessi Kalachnnikov, kufìah e fede, ha annunciato il rientro nella sua terra sfigurata e saccheggiata e ha piegato il capo. Poi, visto che gli israeliani lo avrebbero confinato al domicilio coatto, ci ha ripensato. Ma il segnale era già arrivato a mazzata su 8 milioni di palestinesi non ancora rassegnati. Di quei giorni tra le argillose caverne sul Giordano mi è rimasto un segno sulla mano. Avevamo imparato a smontare e rimontare il AK-47 in tempi concorrenziali a quelli dei fedayin, con il pegno di qualche livido o taglio. Ci fu insegnato a fare del Kalashnikov una appendice fisica del nostro organismo e affettivo del cuore, garanzia, in primis, della vita, nostra e di quella dei compagni. Oggi l’87enne Mikhail Kalashnikov è stato celebrato a Mosca per i 60 anni della sua arma. E pour cause. Non tutti i Kalashnikov sono finiti in buone mani, ma quanti esseri oppressi ne hanno fatto lo strumento del riscatto, il passi per la conquista della cittadinanza nel mondo, una crepitante bandiera della liberazione!
USA-Iran, una sceneggiata?
La megapsicosi bellica sul sempre imminente scontro tra Washington e Tehran che ha contagiato il globo e alluvionato gli spazi mediatici da almeno un paio d’anni, si basa su un dato vero e una bufala: la realtà della feroce rivalità storica tra i due paesi, fin dai tempi degli abbassidi e della "rivoluzione khomeinista", e la farsa di Saddam "amico degli americani". Dei due paesi l’uno diventava il "Satana" dell’altro grazie a una strategia dell’escalation verbale tra i due finti contendenti. Ahmadi Nejad tocca il nervo scoperto dell’antisemitismo lanciando anatemi contro lo Stato sionista e ciò serve a raccattargli qualche simpatia nel mondo arabo e antimperialista. Gli Usa rispondono con un colossale assembramento termonucleare nel Golfo, accompagnato dagli strepiti dei più smanierati tra i giuntisti militari di Tel Aviv sul prossimo olocausto di Israele per opera di atomiche iraniane, pronte fra trent’anni. Tehran ribadisce che il suo nucleare, civile, non si tocca, la "comunità internazionale" risponde con sanzioni-burletta. Il tutto circondato dal consueto coro fiancheggiatore, perlopiù di prefiche parafemministe, sulla sorte nefasta delle donne col hidjab e dei giovani privati delle Spice Girls, nell’opprimente medioevo degli ayatollah (mai sullo sterminio e il commercio di donne e bambini in Iraq). Che tutto questo venga operato dagli apparati della disinformazione colonialista, da Brzezinski a Kissinger, dal "New York Times" alla BBC, con il corredo di detti utili idioti, non fa sorpresa. Stupisce, invece, e vorrei tanto aver torto, che l’apocalisse iraniano-statunitense venga accreditata anche dalle pochissime fonti altrimenti alternative e sempre credibilissime che costituiscono la rarissima informazione libera e professionale in Italia e nel mondo: Michel Chossudovsky, il grande controinformatore canadese sul terrorismo di Stato, i compagni dell’ International Action Center, motore della mobilitazione antiguerra Usa, Giulietto Chiesa, Lucio Manisco, la sinistra extraparlamentare e le sue nicchie informative.Tutti, per una volta, sincroni e sintonizzati sugli allarmismi isterici del grande megafono, perfino davanti alla tragicommedia dei missili e radar da installare "contro Iran e Nord Corea" sulla soglia della Russia, anziché in Turchia, Azerbajan, o Sud Corea. E di quegli altri che, clandestinamente, Prodi ha accettato sotto la mistificazione "Scudo spaziale" che, nella neolingua, vuol dire primo colpo. Lucio Manisco chiude un suo articolo così: "Ecco perché la soluzione finale contro l’Iran non solo è un’ipotesi, ma una quasi certezza", dove il quasi è lì solo per la stessa cautela professionale con la quale ce lo metto io per dire che la guerra degli Usa ai compari-rivali iraniani "quasi" non ci sarà per almeno altri dieci anni. Alla fine della collaborazione nel pasto nudo iracheno e, via via, arabo, la complicità potrà anche volgersi in rivalità per l’egemonia regionale. O, forse, allora si metteranno ancora insieme contro la Russia. La vicenda afgana insegna. Ma campa cavallo. Intanto l’Iran erige segreti monumenti a Bush per avergli tolto dai confini accerchiati tutti i nemici: taliban, sostituiti dall’amico Karzai, mentre una cosca di fratelli sostituisce l’odiato Saddam alla testa della bicolonia irachena. Dice, ma Hezbollah è appoggiato da Tehran. E vorrei vedere se qualcuno nella casa incendiata non accoglie il getto d’idrante anche di chi, da altre parti, incendia in combutta con il nemico. Dice anche, Hugo Chavez, leader della vera rivoluzione bolivariana e miccia nel fianco degli Usa, ha visitato Ahmadi Nejad. E volete che un Capo di Stato antimperialista non cerchi alleanze, anche se strumentali? C’è poi sempre la prospettiva che il popolo iraniano smascheri gli scaldini sciti, osservando quello che fa per le masse il grande Hugo. E’ la prima volta, perciò, che mi trovo convinto del contrario rispetto a colleghi amici stimatissimi, cui dobbiamo il grande merito e la mostruosa fatica di lacerare sistematicamente il menzognificio imperialista. Sotto sotto mi pare ci debba essere in loro l’idea che, dopotutto, qualcosa di autentico ci sia nella crociata dell’Islam contro l’Occidente, come in quella speculare dell’Occidente contro l’Islam oscurantista ( e non petrolifero e geostrategico). E non che si tratti di una pantomima dietro alla quale gli autori, annidati nelle capitali dell’Impero, nascondono l’assalto alle ricchezze dei popoli con la scusa di un deus ex machina da loro fabbricato (a partire dall’11 settembre 2001), a scopo di mobilitazione alla guerra preventiva, globale e permanente al terrorismo.
Le parti in commedia
Sullo sfondo c’è l’altalena tra l’aspetto collidente e quello colludente del rapporto di collusione-collisione tra Usa e Iran sull’Iraq. Satanizzare i persiani significa, superando la millenaria apprensione che gli arabi nutrono di fronte al sempre rinascente espansionismo religioso e territoriale di Tehran, rafforzare l’immagine dell’Iran tra le masse arabe convincendole che quello è un alleato nella lotta contro l’imperialismo yankee. E far prendere alla sinistra la cantonata debilitante che l’Iran, preti o non preti, sia schierato nel campo antimperialista. Magari solo perché le canta a Israele, o per quel sequestro di decine di diplomatici Usa nel 1979. Ma si ricordi che Khomeini li tenne fino a quando il pacifico presidente Jimmy Carter non fosse stato battuto dal pugnace cowboy. A Reagan lì regalò nel giorno dell’insegnamento: prima vittoria del duro hollywoodiano. Oggi digrignare i denti contro il Grande Satana deve servire a rendere difficile e isolata la posizione dei patrioti arabi che subiscono i massacri degli scagnozzi di Tehran in Iraq e di coloro che nel mondo arabo questi massacri denunciano. In effetti, come le vicende storiche ed attuali, non mimetizzate, dimostrano, è almeno dal 1953, dopo il rovesciamento del "nazionalista" Mossadeqh, che gli arabi hanno correttamente individuato nell’Iran il primo e più pericoloso alleato degli Usa e di Israele. Intanto, il castello di carte del terrorismo bellico crolla per condizioni oggettive. Attaccare l’Iran, 60 milioni di abitanti, potenziale bellico formidabile, popolazione che si stringerebbe subito compatta ai suoi dirigenti, significa cacciarsi in un inferno peggio dell’Iraq, scatenarsi contro un già imbufalito mondo islamico che ci metterebbe un nonnulla a buttar giù satelliti Usa alla Musharraf, Mubaraq, o Karzai. Significa passare dagli attriti tra rapinatori in coda davanti alla cassaforte irachena, al confronto aperto e senza esclusione di colpi, comportante la catastrofica perdita di altri pezzi della "coalizione dei volenterosi". Vorrebbe dire che le forze d’occupazione, già prese per la gola da una Resistenza indomabile e in espansione, le milizie filoiraniane, le soldataglie mercenarie irachene, il governo scita, la gerarchia scita, gli si rivolterebbero contro (già ci sono sibili di malumore) e non resterebbero più al loro fianco con il compito, oggi eseguito con gran zelo, di sostituire alla guerra di liberazione dei cinque marines uccisi al giorno, quella carneficina interconfessionale che fa rivoltare e voltare la testa dall’altra parte l’opinione pubblica mondiale. Infine, salterebbe l’intero sistema dei rifornimenti e dei prezzi petroliferi mondiali e non ne eviterebbero le conseguenze né gli Usa, né tutto un Occidente via via più perplesso sullo stare a ruota degli psicolabili di Washington e dei sionmannari di Tel Aviv.
Nemico a chi? Amico a chi?
Ma poi c’è la storia. Lo Shah andava mollato, come il fido ma esausto Somoza in Nicaragua, o gli obsoleti e squalificati democristiani in Italia. Era il 1979 ed era il momento in cui a Washington si stava lavorando alla creazione in laboratorio del nuovo nemico universale, l’integralismo islamico, allora da lanciare contro l’Armata Rossa nell’Afghanistan sfuggito agli inglesi, oggi da sostituire allo scomparso nemico sovietico. L’urgenza era data dalla costituzione, quell’anno, da parte del laico e socialista Saddam Hussein, del Fronte del Rifiuto bastione di un nazionalismo arabo antisionista altrove in ritirata, in risposta alla resa di Camp David offerta dall’egiziano Sadat al premier Begin (entrambi Nobel per la pace!). A tale fronte si associarono tutte le organizzazioni palestinesi e 17 Stati arabi, volenti o nolenti, ma costretti dalla proprio opinione pubblica esaltata dall’esempio iracheno. In più, Baghdad era diventato il crocevia, che spesso frequentai, delle organizzazioni politiche, associative, sindacali laiche, socialiste, anticapitaliste e antimperialiste di tutto il mondo. Vi si incontravano i paesi non allineati, le forze progressiste extraparlamentari. Un bubbone da sterminare con l’antidoto Khomeini e la grande forza militare accumulata dallo Shah, una volta che l’ayatollah proveniente dal caldo (Parigi) avesse fatto piazza pulita delle forze più rappresentative, ma meno affidabili, della rivoluzione contro lo Shah: comunisti, curdi, islamomarxisti. Chi ancora fosse convinto che l’Iraq abbia attaccato i persiani per conto di Washington, si ricordi non solo dell’ "Iran-contras" (soldi khomeinisti per armi e istruttori israeliani, da impiegare contro i sandinisti in Nicaragua), ma si vada a rileggere la cronaca dei giorni prima del novembre 1979, quando i persiani varcarono ripetutamente il confine con il Curdistan iracheno, appoggiati dalle bande dei capitribù narcotrafficanti Talabani e Balzani. Troverà che Khomeini da mesi incitava gli iracheni alla rivolta contro l’apostata, irrimediabilmente "da impiccare", rivendicava e teneva occupati territori arabi nelle isole del Golfo e al di là del confine dello Shatt el Arab, concordato nel 1975, minacciava di invadere Bahrein con orde di svolazzanti mullah (la minaccia sta tornando di attualità) e di chiudere alle esportazioni petrolifere irachene l’accesso al mare e, addirittura, gli Stretti di Hormuz, collo di bottiglia del Golfo. Si cannoneggiavano le zone di confine dell’Iraq, ci rimasi sotto per due giorni anch’io in Curdistan, tra i monti sopra Irbil, capitale della ,prima autonomia curda nell’intera storia di quel popolo, concessa da Saddam nel 1972. Si allestivano attentati a Saddam. Quelli per i quali la vittima venne poi impiccata: 145 sciti massacrati, ma che invece erano stati processati pubblicamente per tre anni e trovati, in parte colpevoli di lavorare per conto del giaguaro persiano in guerra. Un terzo di quei 145 è stato scoperto vivo e vegeto nel suo villaggio.Tutto questo riempie denunce su denunce di Baghdad all’Onu, al Consiglio di Sicurezza, alla Lega Araba, alla Conferenza islamica. Alla fine l’aggressione persiana si sviluppò, pure con i gas di Halabja falsamente attribuita agli iracheni (vedi documenti Cia in New York Times, 31/1/2003), mentre dalle nostre parti lottacontinuisti degeneri inneggiavano ai pasdaran che mandavano bimbetti a saltare sulle mine irachene, salvo oggi ricredersi e immerdarsi nel più becero antislamismo sionista, sugli schermi al vetriolo dell’agente Giuliano Ferrara. La manovra fu respinta. Saddam fu sottratto alla solidarietà delle sinistre mondiali cucendogli addosso la giubba dell’ "uomo degli americani". Si poteva passare alla fase due, prima Guerra del Golfo, e alla fase tre, liquidazione totale a partire dal 2003. Falliranno entrambe.
Avvinti come l’edera
A questo punto gli occupanti dell’Iraq si rivoltolano in un ginepraio da far perdere la direzione al più astuto dei ranger della bellicosità Usa. Per far fronte a un incessante crescendo della Resistenza – una squadra di marines e chissà quanti contractor uccisi al giorno, più operazioni e più verso il cuore della cittadella del potere che nel 2004 – si era creato in provetta il virus della "guerra civile", pratica istituzionale di ogni colonialismo. Con grande soddisfazione di Tehran se ne sarebbero incaricate le milizie di Moqtada Al Sadr (che, nella divisione dei ruoli faceva il populista "antiamericano"), dell’altro caporione scita, Al Hakim, dei vari signorotti della corruzione collaborazionista, i peshmerga dei banditi Barzani e Talabani, le forze private dei ministeri sciti, le vacillanti soldataglie del governo fantoccio. La tripartizione programmata fin dal 1982 dal teorico della bantustanizzazione araba, Oded Yinon, consigliere del governo israeliano, veniva agevolata dallo scontro interconfessionale, con l’aggiunto beneficio dello spostamento del tiro di una micidiale Resistenza dalla decimazione degli occupanti verso un bagno di sangue tutto iracheno. E allora ecco le stragi di Stato (perlopiù eseguite dalle milizie Al Mahdi di Moqtada) nelle più sacre moschee scite e sunnite, a volte documentate da video degli stessi terroristi sciti (vedi l’inestimabile www.uruknet.info); l’assassinio seriale, di chiara scuola israeliana, di tutte le teste pensanti del paese, accademici, scienziati, letterati, insegnanti, medici; le bombe nei mercati, i 50-100 sunniti squartati e trapanati al giorno. Moqtada e compari procedevano alla pulizia etnica di interi quartieri di Baghdad, protetti dai muri alla Sharon che i padrini Usa costruivano intorno a quartieri resistenti come Adhimiah, i curdi ripulivano la petrolifera Kirkuk della presenza araba e turcomanna, i persiani accentuavano l’egemonia assoluta sul regime fantoccio e sull’intero centrosud del paese, ormai un’enclave finanziaria, industriale, commerciale e politica iraniana. A questo punto, la tripartizione programmata dagli occupanti rischiava di sfuggire di mano e risolversi in una partita a due, tra curdi e iraniani.
Tanto che era addirittura l’influenza iraniana sui burattini nei palazzi di regime a impedire che passasse una legge con la quale gli Usa avevano pensato di assicurarsi la totalità della bonanza petrolifera del paese. E già i soci iraniani stavano costruendo oleodotti e raffinerie al Sud! Occorreva cambiar marcia. Si trattava di bilanciare l’epidemia scita, ricuperando qualcosa delle vecchie competenze militari, amministrative, scientifiche, tecnologiche di quello che era un paese all’avanguardia nel Terzo Mondo. Ma queste erano scomparse nel mare di sangue in cui, dal 1991, erano stati annegati due milioni e mezzo di iracheni , o erano disperse tra i quattro milioni di senzapatria vagolanti nei deserti mediorientali. Del resto Moqtada non tollerava che gente che lui aveva contribuito a sterminare tornasse ad aver qualche parola in capitolo. Né lo consentiva il premier Nuri Al Maliki, con il fiato di due burattinai sul collo, che però dal supporto degli sgherri di Moqtada, in parlamento e fuori, in buona parte dipendeva. Vennero chiamati in causa i sauditi, vacillanti sui loro troni di diamanti sotto l’uragano scita, perché, risuscitando un orgoglio sunnita, ponessero un argine alla voracità persiana. Si diede via libera anche ai turchi, ai loro 200.000 armati alle soglie del Curdistan iracheno, perché l’intero Nord non finisse in mano esclusiva dei vicini in vena di autonomia e anche quel petrolio, oltre a quello di Basra, non prendesse tutto verso levante anziché verso ponente. Si mandò qualche segnale indispettito a Tehran, arrestando funzionari d’ambasciata e armieri delle milizie scite, si lanciarono nuove campagne diplomatiche, medianiche e mediatiche contro gli oscurantisti in procinto di nucleizzare Israele e chissà quant’altro. E poi si ricominciò da capo.
Surge, surge, surge! Muore e surge Al Qaida. Va e viene Moqtada. Ma l’Iraq cammina con la Resistenza
Si annunciò "ripensiamo noi". E furono un surge dopo l’altro (così Bush chiamava le campagne di "sicurezza": impeti). Da gennaio a giugno 2003 il generale Petraeus con i suoi 30.000 soldati, freschi di razzìe tra gli immigrati latinos alla ricerca di pane e cittadinanza (meno il consueto 27% di disertori e di usciti di testa), si avventò sulla Resistenza e su quartieri e città irriducibili. Fu ferro e fuoco, follia e stragi. Memorabile fu la battaglia di tre mesi per la grandiosa via Haifa, splendido esempio di neorazionalismo arabo, quella dei musei, della vita culturale e artistica esplosa dopo la rivoluzione del 1968. Un quartiere che accarezzava i traforati balconi dei tempi di Harun Al Rashid, lì sotto, lungo il fiume. Quartiere dai portici ombrosi e dalle guglie a cuspide che sembravano spilli nel tessuto azzurro, dove un tempo si passeggiava e conversava come fossimo sotto casa di Pericle. Erano armate corazzate contro cecchini. La prime non ce la fecero. Poi gli assedi tipo Riccardo Cuor di Leone ad Acri (tutti gli abitanti decapitati). Bakuba, Samarra, di nuovo Fallujah, centri abitati delle province centrali assediati per settimane: tagliate acqua e luce, bloccati i viveri, i carburanti, i farmaci. Incursioni stragiste contro i sopravvissuti, preferibilmente contro ospedali ancora funzionanti, ratto di donne per il dilagante commercio della prostituzione a beneficio degli armati di qualsiasi tipo e delle solite ONG collaborazioniste; sequestro bambini e feriti per i rifornimenti di organi a Malibù. Bombardamento alla cieca. Insomma, terrorismo puro. Per l’intanto ai trapanatori di Moqtada era stato consigliato di starsene sott’acqua. Lo stesso capobanda si rifugiò per un po’ tra i garanti persiani. Gli occupanti a stelle e striscie allestirono pure un paio di raid in Sadr City, già Saddam City, roccaforte del caudillo col turbante. Fuffa. Intanto non avanzavano di un metro nella liquidazione di una Resistenza a favore della quale si è dichiarato, in un sondaggio, il 93% della popolazione sopravvissuta, oltre a tutte le tribù, quei grandi conglomerati sociali e territoriali che, nei secoli dei domini stranieri, avevano salvaguardato autonomia, identità e cultura. E a casa crescevano la stizza e la frustrazione per una sconfitta prolungata all’infinito solo a beneficio di armaioli e della manica di matti violenti attorno alla Casa Bianca. Si ricominciò da capo. Fuori le milizie scite, dentro le milizie scite. Alternanza di cannibali. Moqtada tornò, i suoi deputati, stampella di Al Maliki, si dimettevano e rientravano nel parlamento come per una porta girevole, a seconda dell’efficacia del ricatto iraniano agli occidentali.
(...)
Contrordine, soci
Così, da luglio, si tornò alle vecchie deleghe a Moqtada Al Sadr e alla sua epopea stragista: autobombe nei mercati, a volte allestite direttamente dai corpi speciali angloamericani, moschee di entrambe le confessioni che saltano, razzie di sunniti poi sparati come bestie sull’uscio e ritrovati con il corpo sminuzzato, o galleggianti in un Tigri che, anche grazie agli sversamenti delle acque nere degli occupanti, da fonte millenaria di vita, era diventato un fiume di veleni. Le centinaia di pescatori che vivevano del fiume e, ai miei tempi, ne profumavano le rive illuminate da bracieri ardenti e da feste di popolo, potevano aggiungersi ai quattro milioni di spodestati e cacciati nel nulla. Samarra esplose di nuovo. Quella volta la moschea d’oro, dopo aver perso la cupola, si vide sgretolare i minareti. Le stesse mani, sempre alla disperata ricerca della soluzione finale tramite guerra civile, bombardavano poi le moschee sunnite. Gli statunitensi parevano quell’ubriaco che, con la moglie che gli sbarra le porte di casa, barcolla di bettola in bettola per quell’ultimo drink che gli faccia scordare il fegato spappolato. Mentre si aggrappavano alle farse delle conferenze di "riconciliazione nazionale", regolarmente irrise dai partigiani Baath e islamici al recupero, del tutto virtuale, di esponenti dell’antico governo, con le quali pensavano di ammaestrare sunniti e sciti tipo Abu Mazen e che tutti sistematicamente schernivano, sempre più organizzazioni della lotta armata si univano in fronti unitari islamico-laici, guadagnandovi in efficacia e controllo territoriale. Izzat Ibrahim Al Duri, il vice di Saddam che guida la guerriglia, ebbi la sorte di intervistarlo per "The Middle East", Alto, segaligno, rossopelo, simile a un duro e giusto del West, si dilungò sulla congiura iraniano-occidentale che stava allora per scatenarsi in guerra e che prendeva di mira anche le conquiste sociali del paese pericolosamente contagiose. Oggi, comandante riconosciuto della Resistenza, annuncia celebrazioni su tutto il territorio nazionale per il 40° anniversario di quella rivoluzione baathista del 1968 che avviò la nazione sulla strada del riscatto, della dignità, della giustizia sociale, del benessere. E, dunque, della demonizzazione imperialista.
Esempi iracheni per una Palestina unita
In Palestina, la rivoltante resa del fantoccio Mahmud Abbas (Abu Mazen) ai trucidatori del proprio popolo, vezzeggiato dagli aguzzini come un’ormai inoffensivo bambolotto che, su comando, picchia il tamburo, con al seguito la processione dei flagellanti convertiti alla teocrazia nazisionista, riceveva per risposta le operazioni militari contro l’occupante delle forze, per la prima volta riunite, delle Brigate dei Martiri di Abu Ali Mustafà, dei Martiri di Al Aqsa e di Hamas, a conferma che l’unica difesa di un popolo minacciato di estinzione è il massimo danno inflitto ai killer. Di fronte allo sfacelo della dirigenza di Fatah e della cosca di furbi e rinnegati che avevano inventato gli accordi di Oslo e la truffa dei due Stati, tornavano a farsi concrete e diffuse le voci dell’unica soluzione realistica alla permanenza di un sistema razzista ed espansionista: lo Stato democratico unito, binazionale, con ebrei a Kiriat Shmona e palestinesi a Gerusalemme e Tel Aviv. In Italia, il governo che con gran gusto dell’ironia si definiva di centrosinistra, non si accorgeva di nulla. O faceva finta. E se un D’Alema si barcamenava tra una base di Vicenza e uno Scudo spaziale, da un lato, e la temeraria strizzatina d’occhio a Hamas e Hezbollah, dall’altro, pur di non restare del tutto infilzato nella debacle dei suoi santoli, tutto il resto della ciurmaglia bicefala del Palazzo, banda dei diritti umani in testa, si avviava, obnubilata come i lemmi d’Australia, al proprio salto di massa nel burrone.
Le due, tre, cento Nassiriya del programma coloniale
Il baffino di Gallipoli, che ci tiene alla sua barberia (presidenza delle Repubblica, o premierato "forte", una volta sgonfiato il vescicone Veltroni) ha capito che a dar totalmente retta al branco di gangster con stelle a strisce, o di Davide, si finirebbe nei guai. Cosa succederebbe in un elettorato, per quanto imbrigliato da Amato e De Gennaro, per quanto manomesso nel voto, che si vedrebbe arrivare in casa proprio quelle esecrate "due, tre, cento Nassiriya" per aver dovuto la Folgore, con le "nuove regole d’ingaggio" vaticinate dal pupazzo italiano del ventriloquo Olmert, ammazzare e farsi ammazzare in Libano e, poi, in Siria e altrove? Già si regge a gran fatica il macello afgano. Vuoi vedere che altre imprese del genere, a rischio sempre più elevato, ti allargano il presidio di Vicenza alla penisola intera? Già, perché, oltre a ridurre ai trafiletti interni, l’immane orrore iracheno, che fa di Hitler un massacratore bonsai, la simulazione bellica degli azionisti dell’ Anonima Genocidi Usa-Iran, serve anche a sottrarre alla vigilanza degli antiguerra quanto si sta apprestando contro Siria e Sudan, Stati arabi ancora non normalizzati, o spezzettati. Tragicamente – e qua va tirato in ballo ancora una volta la stolta compiacenza dei sinistri tutti verso gli stereotipi – mentre il solitario Michele Giorgio del "manifesto" qualche luce ha saputo gettare sulla cospirazione antisiriana che USraele e clienti vanno ordendo a forza di Al Qaida, di tribunali Hariri e di provocazioni anti-Unifil contro Hezbollah, i 400.000 palestinesi dei campi e, obiettivo strategico, la Siria, sul Sudan il fronte interventista è globale, va da Bush a Franco Giordano. Hanno lavorato bene, tra strepiti su catastrofi umanitarie in Darfur, compagnie di giro hollywoodiane, lobby parlamentari, "società civile" e affamate Ong, per predisporci allo squartamento del Sudan. Sudan, padrone delle acque del Nilo, di petrolio e uranio, sostenitore dell’Iraq, amico e fornitore di una Cina da asfissiare, imperdonabilmente, di fronte al modello ebraico, multiconfessionale e multietnico come già la Jugoslavia e l’Urss. Ci sono il Ciad e il Mali in mano ai francesi, Niger, Nigeria e tutto l’Ovest africano contesi da vari occidentali, Uganda, Etiopia, Kenia alla mercè degli Usa. Manca all’appello solo questo, che è il più grande paese del continente e del mondo arabo. E allora si attivano tutte le formule e formulette già collaudate in altre occasioni. Si inventano stragi governative colossal ed esodi biblici, nelle quali, invece, su contese endogene determinate da siccità e desertificazione (figlie dei nostri giochetti col clima), si sono innestate le solite finzioni etnico-confessionali, materializzate da "movimenti di liberazione" pieni di dollari Usa, euro e sterline. E’ successo in Jugoslavia, nell’Urss da smembrare, in Somalia, in Iraq, in Libano. E, come sempre, l’Onu dà il suo contributo sparando cifre di vittime a cazzo, puntando il dito contro il governo da criminalizzare e facendo di George Clooney, Nicole Kidman e Mino Reitano i suoi testimonial umanitari. Ma noi, il "manifesto", Bushisconi, Prodinotti, i missionari, l’accademico eccelso e il bigliettaio della corriera, siamo tutti convinti: il Darfur è un altro Kosovo, da dove l’onesto reporter radicale Antonio Russo fingeva di vedere bambini arrostiti allo spiedo dai serbi. In Darfur bisogna intervenire. Che lo solleciti anche il Pinochet al cubo nella Stanza Ovale non fa differenza. Intervenire, badate bene. Mica dicono, bombardare, affamare, radere al suolo, rubare tutto. Sarebbe di cattivo gusto. Ci fosse solo un minimo di coscienza politica, storica, logica e, per gli informatori, professionale, si andrebbero a vedere le carte. Le altre carte. Quelle degli Stati Canaglia. (...) Abbiamo mai analizzato un programma governativo di Saddam, o un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Salute o del Lavoro sulla situazione in quel paese? Abbiamo ascoltato padroni e voci del padrone e ci siamo conformati. A dispetto di tutte le turlupinature subite. E perché allora dovremmo scomodarci ad ascoltare, oltre al vangelo di Langley, di Flavio Lotti, dei comboniani di "Famiglia Cristiana", di Giordano, anche quello che dice il presidente sudanese, Omar el Bashir? Mica sono europei, no? Cristiani, bianchi, occidentali, evoluti. E dunque coglioni e complici. La nostra salvezza verrà dai "selvaggi".
P.S. Quando ancora lavoravo a "Liberazione", in una puntata della rubrica "Mondocane" (allora in linea, si fa per dire) avevo parlato della coppia Pannella-Bonino come di "vampiri della classe operaia". I due dell’Avemaria, pur rappresentando elettoralmente meno del partito maoista del Lichtenstein, ma autentici guastatori nel nome di Wall Street e della Knesset, si stavano dando da fare alla grande contro il referendum sull’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Annunciarono la solita querela acchiappasoldi, non ricordo se per tremila, trentamila o trecentomila euro. All’audace Sandro Curzi, direttore, la coda tra le gambe arrivò fino al naso. Mi supplicò invano di fare ammenda. In qualche modo si accomodarono. Corsero dei quattrini. Oggi la senatrice-ministro Emma Bonino, qualcosa che solo ai pervertiti ricorda la vecchia della casetta di Haensel e Gretel, annuncia le sue dimissioni dal governo perché non salvaguarderebbe, ricattata dalla sinistra (sic!), lo scalone ammazza-pensionati, i coefficienti peggiorativi e il limite matusalemmico del lavoro per tirare il fiato. Insomma, o passa il trucco dei giovani traditi oggi da sessantenni salvaguardati, giovani che dovranno esibire sei decadi di vita e 36 anni di contributi, quando a malapena riescono a raggranellare qualcosa dopo i trenta-quaranta, o ci giochiamo la Bonino. E chi lo consentirebbe mai, visto che da trent’anni i radicali, corifei ghandiani dei ghandiani Bush e Olmert, fingono di essere e riescono a essere l’ago della bilancia. L’avesse accettata quella querela, il prode "compagno scomodo"! Quanti milioni di testi a nostra difesa avremmo avuto, secondo voi? Certo, loro avrebbero sempre potuto portare Bush, Montezemolo, Sharon e Francisco Pizarro.
Fulvio Grimaldi
Mondocane Fuorilinea
21.07.2007
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UNA BOIATA PAZZESCA
La sezione umbra del Campo Antimperialista esprime la propria umana solidarieta’ a Korchi El Moustapha, imam della moschea di Ponte Felcino e ai suoi fratelli arrestati questa mattina. Come per le operazioni repressive precedenti questi lavoratori immigrati sono stati sbattuti sulle prime pagine come “terroristi”. Noi abbiamo ottime ragioni per ritenere che le accuse loro rivolte sono false e che non esiste a Perugia alcuna cellula di al-Qaida.
Sono dieci anni che le zelanti forze di polizia attuano una vera e propria persecuzione verso I militanti islamici antimperialisti. Le statistiche parlano chiaro: in nove casi su dieci la magistratura li ha puntualmente scarcerati perche’ non sussistevano prove degne di questo nome che essi fossero implicati in fatti di terrorismo.
I marocchini arrestati a Ponte Felcino non facevano segreto di sostenere la Resistenza palestinese e di solidarizzare con quella irachena.
Nel clima di sordida caccia alle streghe antislamica questi “indizi” paiono più che sufficienti per mettere in galera degli esseri umani.
Qui il terrorismo non c’entra! C’entra la liberta’ di pensiero e di espressione, che questo Stato di Polizia, violando la Costituzione, calpesta ogni giorno non per reprimere presunti terroristi ma, al contrario, allo scopo di terrorizzare l’opinione pubblica.
Perugia
21 luglio 2007
La sezione umbra del Campo Antimperialista
Alberto Cruz , CEPRID-Rebelión, traduzione di Gianluca Bifolchi, Tlaxcala

16 Luglio 2007
Il controllo di Gaza da parte di Hamas ha fatto scorrere fiumi di inchiostro e, con essi, analisi per tutti i gusti dal punto di vista ideologico di ognuno: da quelli che hanno visto l'inizio di un califfato islamico a quelli che credono, in maniera assai più concreta, che il governo di Abbas è l'inizio di un periodo equivalente al regime di Vichy durante l'occupazione nazista della Francia. Tuttavia pochi hanno rilevato ciò che questo significa per i regimi arabi filo-occidentali. Come nei terremoti, l'epicentro ora è a Gaza, ma le repliche non tarderanno a prodursi in altre parti del mondo arabo e, specialmente, nei vicini Egitto e Giordania. Così occorre interpretare la decisione adottata il giorno 18 Luglio dalla sempre inefficace ed inoperante Lega Araba di inviare a Tel Aviv due rappresentanti, proprio di questi paesi che hanno relazioni diplomatiche con Israele, perché "gestiscano il processo di pace" con i palestinesi nella cornice del piano del 2002.
Durante la guerra della scorsa estate in Libano, e in proporzione al rivelarsi dell'incapacità dell'esercito israeliano di sconfiggere Hezbollah, di fronte alla resistenza dei combattenti di questo movimento politico-militare libanese, le piazze arabe furono lo scenario di massicce manifestazioni in cui gli islamisti si mischiavano senza complessi con i marxisti, e dove le insegne con le fattezze di Hassan Nasrallah facevano da protagoniste insieme a quelle di Che Guevara. In Egitto i Fratelli Musulmani sfilavano insieme alla sinistra del movimento Kefaya; in Giordania il Fronte di Azione Islamica andava gomito a gomito con il Partito Comunista dei Lavoratori. Manifestazioni somiglianti si produssero in tutto il mondo arabo con un solo grido: "Non c'è pace senza giustizia". E con una sola aspirazione: la ritirata di Israele dai territori palestinesi che occupa dal 1967.
Successivamente sono rimasti i tentativi dei regimi arabi filo-occidentali di guadagnarsi il favore dei propri popoli spolverando risoluzioni (come quella del 2002 che prevedeva il riconoscimento dello stato di Israele in cambio del ritiro totale dai territori occupati) o suggerendo una nuova conferenza internazionale simile a quella che ebbe luogo a Madrid nel 1991 alla fine dell aprima guerra contro l'Iraq dopo l'invasione del Kuwait, e con la quale, di nuovo, si pretendeva di risolvere tutti i problemi del Medio oriente. Dopo di che si è assistito alle timide pressioni di questi regimi sull'ONU perché lavorasse sul problema "dato il livello di risentimento e rabbia [della piazza araba] contro Israele e Stati Uniti", sostenendo che se non si arrivava ad un accordo "l'alternativa era il caos" (1).
Il caos al quale si riferivano questi regimi non era lo stesso che si augura Condoleeza Rice quando parla di "caos costruttivo" in questo Medio Oriente, secondo i sogni degli imperialisti dai tempi dell'invasione e dell'occupazione neocoloniale dell'Irak del 2003. E' piuttosto il caos a cui si riferiva Mao Tse Tung quando diceva che "al crescere del caos, tanto più ci si avvicina alla soluzione". Una soluzione che i popoli stanno prendendo nelle proprie mani. Questo si va rendendo manifesto in Libano e in Palestina, senza andare troppo lontano. Persino in Iraq, con tutte le sue sfumature quando ci si avvicina alla sua situazione, che non è tanto omogenea come si vuole far credere.
Nei territori occupati l'occupazione nazistoide di Israele ha convinto i Palestinesi che non ci sono alternative alla resistenza, dopo che tutte le concessioni che hanno fatto agli Israeliani dagli accordi di Oslo non sono servite a niente. Che la mal definita comunità internazionale, cioè gli USA e i loro accoliti europei insieme alla patetica ONU, e la allora inattiva Russia (i componenti del Quartetto), ha sottomesso il popolo palestinese a un assedio per rovesciare il governo legittimo di Hamas che aveva vinto democraticamente le elezioni, e annientando il mito della possibilità di un futuro migliore per la sua gente accettando le regole democratiche e, soprattutto, annientando qualsiasi speranza in un futuro stato indipendente.
Uno stato indipendente e non servile alle pretese degli imperialisti. Uno stato indipendente e, naturalmente, realizzabile perché attualmente le colonie continuano a crescere e i Palestinesi sono sempre più rinchiusi in riserve di tipo bantustan, e non possono muoversi (non diciamo controllare) che con grande difficoltà nel 55% del territorio della West Bank. Qualcuno riesce a ricordare oggi che tre anni fa la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aya, organo giuridico dell'ONU, emetteva una sentenza che dichiarava la illegalità della costruzione del Muro israeliano su terre palestinesi, ingiungendo al governo israeliano di fermare immediatamente i lavori, esigendo la demolizione delle parti già costruite, la restituzione delle proprietà espropriate ai Palestinesi ed una compensazione appropriata a chi era stato danneggiato?
No. Tutti hanno rapidamente messo da parte la sentenza. Israele per primo, ma anche la patetica UE che dalla guerra contro la Yugoslavia nel 1999 non ha una politica estera autonoma, ed esercita solo un'ipocrita sottomissione ai progetti dell'imperialismo statunitense. Nessuno ha tirato le briglie ad Israele nelle sue attività storiche in violazione delle risoluzioni ONU (194, 242, 338,...) mentre si esigeva tutto dai Palestinesi. Nessuno ha tirato le briglie ad Israele per le distruzioni, gli omicidi, e l'assedio ad un popolo nella offensiva sviluppata contro Gaza nella pretesa di liberare il soldato Shalit. Ma era questo il vero obiettivo di Israele o si trattava solo di una scusa per un nuovo castigo collettivo contro i Palestinesi, in violazione, come è suo costume, di tutte le norme del diritto internazionale?
Nessuno ha tirato le briglie al presidente palestinese Abbas mentre ritardava l'implementazione del governo di unità nazionale concordato tra Hamas e Fatah alla Mecca, sotto il patrocinio dell'Arabia Saudita, ufficialmente un accordo, ma in pratica un colpo di stato patrocinato dagli stranieri (i sauditi in questo caso) che forzarono il vincitore a dividere il potere con lo sconfitto alle elezioni.
Solo un'organizzazione ha cercato di dare un colpo di freno in tutta fretta: la Lega Araba. Ma non a Israele, bensì ai Palestinesi. A Hamas. Lo scorso 16 Giugno, in una riunione urgente dei ministri degli Affari Esteri, aveva detto che non voleva immischiarsi e che non avrebbe optato a favore di alcuna parte, Hamas o Fatah. Ora lo fa chiaramente per Fatah. I regimi reazionari arabi non possono lasciare che Hamas trionfi. Il regime di Mubarak ritiene che l'inflessibile resistenza di Hamas a riconoscere Israele pone una seria ipoteca sulla sua legittimità come leader del mondo arabo, e non bisogna dimenticare che Hamas ha stretti vincoli con i Fratelli Musulmani che, nonostante siano dichiarati illegali e che su di loro si accentua la repressione che ha portato in galera decine dei suoi dirigenti, e a centinaia dei suoi militanti, controllano quasi un quinto del parlamento egiziano. L'Egitto non può accettare un governo di Hamas alle sue frontiere, con l'influenza che esso avrebbe sui Fratelli Musulmani. Questa è stata la grande vittoria di Israele.
Nei prossimi giorni vedremo come l'opzione giodana sulla Cisgiordania tornerà sul tavolo per dare stabilità ad Abbas e resuscitare il vecchio accordo adottato dal Consiglio Nazionale Palestinese nel 1983 su una confederazione giordano-palestinese, a condizione che i membri di questa siano stati indipendenti. Senza scartare che la Lega Araba possa proporre il dispiegamento di truppe proprie (cioè, di Egitto e Giordania) sotto mandato ONU a Gaza. E' stato Abbas che ha avanzato la proposta nel suo incontro con il presidente Francese Nicolas Sarkozy, il 29 Giugno. Una mossa che ricorda molto quello che fece Karzai in Afghanistan, e Maliki in Iraq, o Siniora in Libano.
Hamas naturalmente respinge entrambe le proposte. Se ci saranno truppe le tratterà come forze di occupazione, con quello che ne consegue. Ci sono di nuovo altri soggetti che fanno il lavoro sporco di Israele. Come in Libano. Hamas si trova di fronte alla grande sfida di fornire alimenti al milione e mezzo di abitanti di Gaza. Ma i regimi reazionari arabi hanno anche la sfida dei propri popoli, che non intendono assistere inerti alla degradazione di Gaza e all'affamamento dei suoi abitanti. Al momento, una inchiesta del centro di Informazione Palestinese del 3 Luglio dice chiaramente che se si tenessero elezioni nei Territori, come Abbas ha detto di essere disposto a fare, il 51,57% delle popolazione voterebbe per Ismail Haniye e il 38% per Abbas.
Quanto accaduto a Gaza è direttamente attribuibile ai regimi filo-occidentali arabi, che hanno a loro debito una grande mancanza di credibilità tra le proprie popolazioni e un deciso fallimento nel gestire o nel riportare a galla qualunque accordo di pace, come si è visto con l'insignificante piano del 2002, che si videro obbligati a tirar fuori dall'armadio dopo la vittoria di Hezbollah nella scorsa estate (2).
E quanto è accaduto a Gaza ha molto a che fare con la situazione in tutto il Medio Oriente. Proprio ora che si commemora il primo anniversario dell'ultima guerra di Israele in Libano, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU va a discutere un rapporto del segretario generale, Ban Ki-Moon, nel quale si danno per valide le tesi di Israele sul transito di armi dalla Siria verso Hezbollah. L'invio di "esperti internazionali" per "supervisionare" la frontiera del Libano con la Siria è sempre più vicino. La tutela internazionale di tipo neocoloniale sul Libano, anche. Come in Afghanistan, Iraq, e la Palestina di Abbas.
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(1) Al Ahram, "Vision for action", 24-30 agosto 2006.
(2) Alberto Cruz, "El grito de la calle árabe: sin justicia no hay paz" http://www.rebelion.org/noticia.php?id=36850
Alberto Cruz è un giornalista, un politologo ed uno scrittore
- albercruz@eresmas.com
Tradotto dallo spagnolo da Gianluca Bifolchi, un membro di Tlaxcala ( www.tlaxcala.es ), la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale : è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
Articolo originale;
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=53654
Le Brigate del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina non consegnano le armi all'Anp e non accettano la tregua con Israele

Ramallah - Le Brigate del martire Abu Ali Mustafa, ala militare del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, hanno smentito la notizia trasmessa dalla televisione "Filastin", secondo cui alcuni suoi combattenti avrebbero consegnato le armi all'Anp nell’ambito dell'"amnistia" israeliana dei "ricercati".
In un comunicato stampa, le Brigate hanno confermato "il rifiuto categorico a consegnare le armi finché esisterà l’occupazione sulla nostra terra. Ci meraviglia molto la notizia falsa trasmessa dalla tv oggi".
Le Brigate hanno condannato la notizia "avvelenata", falsa, confermando che nessuno dei loro resistenti "ha consegnato una pallottola".
Il comunicato ha sottolineato il rifiuto delle Brigate Abu Ali Mustafa dell'"amnistia" israeliana, considerandola un tentativo disperato per dividere la resistenza e il popolo palestinese: "Chi ha resistito e lottato per la libertà non aspetta l’amnistia dell’occupante".
Le Brigate hanno ammonito a non toccare le armi della resistenza perché "sono sacre e non devono essere mai mescolate con quelle dell’illegalità".
E hanno aggiunto: "La resistenza palestinese è stata sottoposta a una serie di cospirazioni volte a frustrare e a indebolire la volontà dei combattenti. Ma nonostante ciò, la resistenza è andata avanti con ancora più forza perché il popolo palestinese la ritiene l'unico mezzo per porre fine all'occupzione".
http://www.infopal.it/

arresti illegali
detenzioni in segreto
extraordinary rendition
torture fisiche e psicologiche
interrogatori violenti
processo iniquo e viziato
carcere duro
oltre quattro anni d'inchiesta conclusa con l'archiviazione
speranze, aspettative, delusioni,…
INNOCENTE ma sempre detenuto
e lo resterà sino a settembre 2012 se…
non otterrà la giustizia che gli spetta
Per questo secondoprotocollo, IND e Unacr lanciano la campagna “NO MORE WORD” invitando quanti vorranno aderire a farlo in qualsiasi modo ritengano opportuno partendo dalla richiesta di immediata liberazione per ABOU ELKASSIM BRITEL ingiustamente detenuto e torturato da oltre cinque anni ma soprattutto dimenticato dall’Italia, da quell’Italia che dice di voler difendere i diritti umani nel mondo ma che non li garantisce al proprio interno.
Per aderire basta riempire questo form.
http://www.antiamericanista.splinder.com/
Il post di Miguel Martinez.
DI VALERIA POLETTI - Uruknet.info
Il mito contro la storia, la propaganda contro l’informazione
Quando parliamo di manipolazione dell’informazione intendiamo in genere dire che le notizie che riguardano l’attualità sono occultate o distorte. Se parliamo di falsi di stampa ci riferiamo comunque a montature mediatiche che costruiscono la notizia. Con questi mezzi, nei decenni appena trascorsi, si è operato per costruire il consenso.
Oggi ci troviamo soggetti ad un sistema di informazione che preordinatamente e strategicamente falsifica la storia prima ancora della notizia. Il suo scopo è quello, una volta demandato alla Chiesa, di instillare nelle menti individuali e nella coscienza collettiva un modello interpretativo ideologico basato su stereotipi, un modello che sia in grado non solo di generare consenso ma di produrre ideologia. Come un cancro riproduce cellule malate.
Uno di questi cancri ideologici inoculati nel corpo vivo dell’occidentale medio dalla malainformazione è lo stereotipo del pregiudizio anti-arabo che, mentre nega legittimità alle rappresentanze laiche e progressiste espresse dai processi rivoluzionari nel mondo arabo, accredita dirigenze settarie e reazionarie quali autentiche rappresentanti di una "tradizione culturale", di un "mondo musulmano".
Di fronte all’evidenza del genocidio perpetrato in Iraq, insieme alle truppe di occupazione anglo-italo-americane, dalle milizie sciite filo-iraniane dello SCIRI (Brigate badr) e del Mahdy Army, quasi l’intero pianeta "anti war" ha rifiutato di difendere la dignità del presidente Saddam Hussein, rappresentante legittimo dello Stato iracheno e della Resistenza, di fronte al patibolo, per avallare quale leader resistente uno dei peggiori e più criminali esponenti del settarismo sciita quale Muqtada al-Sadr, e cioè uno dei principali sostenitori del governo fantoccio di Maliki, e responsabile della pulizia etnica dei sunniti iracheni e del massacro sistematico di baathisti, laici, nazionalisti (sunniti e sciiti) e di chiunque sia sospettato di simpatizzare per la resistenza.
Ed è dai più conosciuti esponenti del "movimento" che abbiamo sentito ripetere con insistenza una leggenda che viene da lontano.
L’UOMO DELLA CIA DENUNCIA "L’UOMO DELLA CIA": LA LEGGENDA DI "SADDAM HUSSEIN UOMO DEGLI AMERICANI".
Più che da altre asserzioni, diffamanti quanto false, riguardo alla figura di Saddam Hussein, l’immaginario collettivo della "sinistra" è stato suggestionato dalla leggenda, testardamente ripetuta dai mezzi di informazione nonostante risultasse contraria ad ogni logica analisi, di un presidente portato al potere dalla CIA e sostenuto dagli americani. Da dove viene questa accusa che da più di un decennio acceca l’opinione di sinistra e le impedisce di osservare la realtà storica di un Paese costruitosi dentro un processo rivoluzionario, anticolonialista e antimperialista, di cui Saddam è stato uno dei protagonisti di maggiore rilievo?
LA CALUNNIA, ARMA DI DISTRUZIONE DEL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA
È voce largamente accreditata anche dalla stampa di sinistra che il colpo di Stato del febbraio 1963 sia stato favorito dalla CIA americana in complicità con esponenti del partito Baath all’epoca esuli in Egitto e transitati in Libano. Questa interpretazione degli avvenimenti, funzionale a gettare discredito soprattutto sul governo baathista di Saddam Hussein, presente al Cairo fino ai giorni immediatamente seguenti agli eventi dell’8 febbraio, è, quanto meno, contestabile. È re Hussein di Giordania, fedele alleato della monarchia inglese prima, degli Stati Uniti poi e assoldato dalla CIA già dagli anni ’50, a parlare di un accordo della CIA con i baathisti fuoriusciti – contattati in Kuwait – in una intervista apparsa su al-Ahram del 27 settembre 1963. Re Hussein, il "reuccio" come verrà chiamato con affettuoso disprezzo dagli israeliani che contavano sulla sua manovrabilità, il 15 aprile 1957 aveva estromesso dal governo giordano i nazionalisti legati al Baath, guidati dal ministro degli esteri Ramawie, e proclamato la legge marziale. L’intento evidente era quello di spostare l’orientamento della politica estera in senso più marcatamente filo-occidentale (ricordiamo che durante la seconda Guerra mondiale la Transgiordania era stata l’unico Paese mediorientale ad allinearsi già nell’ottobre del 1939 alla politica inglese dichiarando guerra alla Germania). Il 16 aprile 1957 Ugo Stille, corrispondente da Washington del Corriere della Sera, scrive: "Washington non nasconde la sua soddisfazione perché re Hussein ha vinto 'il primo round’ (…) nel duello contro le forze anti-occidentali". Ma già il 24 aprile il nuovo governo è costretto a dimettersi, pressato da imponenti manifestazioni di piazza: il "reuccio "accusa il "comunismo internazionale" di fomentare i disordini. Gli fa coro il segretario di Stato USA John Foster Dulles che afferma che "l’America considera vitali l’indipendenza e l’integrità della Giordania": il giorno successivo dai porti di Marsiglia, Livorno e Napoli salpano unità della VIª Flotta dirette verso le coste mediorientali. È del febbraio 1958 il piano perseguito dalla diplomazia inglese di unire la Giordania, l’Iraq (allora governato dalla monarchia filo-britannica di re Faysal), e successivamente il Kuwait in una "federazione araba" - sotto protezione militare anglo-americana - che costituisse il bastione dell’influenza occidentale in Medioriente e ostacolasse l’avanzare del nazionalismo arabo repubblicano. La rivoluzione irachena del 14 luglio di quell’anno mandava in fumo il progetto. A difesa della "stabilità" nell’area, già il 15 lugliio una flotta di una cinquantina di navi americane prendeva posizione davanti alle coste libanesi e 10. marines occupavano Beirut, Tripoli e Sidone, mentre un contingente di militari inglesi venivano paracadutati in Giordania per salvare re Hussein dal pericolo di una rivoluzione repubblicana e da una probabile sollevazione dei Palestinesi che, allora, costituivano la maggioranza della popolazione giordana. (1) Bisogna ricordare che nel programma del partito Baath figurava l’impegno per l’unificazione di Siria, Iraq, Palestina, Libano e Giordania in un’unica nazione.
Dopo che il Baath aveva preso il potere in Iraq e in Siria (febbraio e marzo), nell’aprile 1963 un fallito complotto baathista tentava di rovesciare il regime giordano. (2)
Questi avvenimenti rendono chiaro chi e perché dipendeva dalla protezione americana e chi, invece, era considerato "nemico" dagli Stati Uniti. Motivo di ostilità della monarchia giordana nei confronti del Baath era anche l’appoggio concesso da questo ai Palestinesi che venivano considerati dal re come una grave minaccia.
La "bugia" del reuccio tendeva dunque a screditare il Partito Baath e le sue dirigenze agli occhi delle masse inclini a simpatizzare con i nazionalisti arabi, a dividere il movimento di opposizione al suo governo e a prevenire il favore popolare nei confronti del nuovo regime iracheno. Sebbene infatti gli esponenti baathisti in Iraq siano stati esclusi dalla direzione dello Stato dopo pochi mesi e perseguitati dal nuovo governo Aref esattamente quanto i comunisti che si erano schierati in difesa del deposto presidente Quassem, l’appoggio del Baath al colpo di stato era stato determinante. Saddam Hussein, rientrato in Iraq pochi giorni dopo il golpe, entrava in clandestinità dopo il colpo di mano di Aref e veniva arrestato l’anno seguente. Verrà eletto membro della direzione del partito mentre si trova ancora in carcere, evaderà nel 1966 e assumerà un ruolo via via di maggiore rilievo nella dirigenza di quell’ala del partito che sarà protagonista del colpo di Stato incruento del luglio 1968.
Quanto al presunto sostegno americano al golpe di febbraio, inoltre, sembra ragionevole tenere conto del fatto che, mentre il Partito Comunista Iracheno si opponeva alla nazionalizzazione del petrolio almeno nei tempi brevi, questa era uno degli scopi principali dichiarati del Baath: sarebbe stato dunque irresponsabile da parte della potenza madre di 5 delle "7 sorelle" (le maggiori compagnie petrolifere dell’epoca) appoggiare il colpo di Stato baathista in Iraq. Gli americani erano certamente avversi ai comunisti e a Qassem, ma in quanto leader di una coalizione rivoluzionaria più che per le sue posizioni personali. Sembra, infine, incongruente la ricostruzione dei fatti – fornita sempre da re Hussein – che pretende che esuli iracheni abbiano aiutato la CIA a compilare liste di comunisti da eliminare, liste che sarebbero poi state comunicate via radio dal Kuwait ad agenti baathisti incaricati della "caccia al comunista".
La "bugia" di re Hussein, riportata come "ipotesi probabile" da Hanna Batatu, studioso statunitense di origine palestinese, e divulgata come verità indiscussa dai movimenti comunisti, è tornata a confondere le menti della sinistra mondiale negli ultimi anni grazie ad una martellante campagna mediatica: quale leggenda poteva alienare le simpatie di una opinione disinistra, già debole e maleinformata, verso la Resistenza nazionale irachena guidata dal Baath e predisposta dal governo di Saddam Hussein meglio di quella intitolata "Saddam uomo della CIA"?
GLI STATI UNITI HANNO VENDUTO ARMI ALL’IRAQ DI SADDAM HUSSEIN?
Scontata la considerazione che il mercato delle armi è, di fatto, un mercato come tutti gli altri, che le armi si vendono e si comprano sul libero mercato soggetto solo a norme restrittive contingenti (sanzioni ONU e accordi internazionali, per esempio). Questo commercio è considerato "legale" e si effettua in gran parte tramite accordi tra governi. Il trasferimento di forniture militari americane all’Iraq durante la guerra del 1980-’88 con l’Iran ha seguito questa strada. Traffici "illegali" e "coperti" sono stati invece quelli realizzati a favore dell’Iran: il più eclatante, rivelato nel 1986 dall’allora presidente del parlamento iraniano A. H. Rafsanjani, è quello che va sotto il nome di scandalo "Irangate". Contravvenendo al veto del Congresso statunitense - che in seguito agli avvenimenti che il 4 novembre 1979 avevano portato al sequestro del personale diplomatico dell’ambasciata americana di Teheran da parte dei pasdaran iraniani aveva vietato le forniture di armi all’Iran di Khomeini - la CIA, affiancata dal servizio segreto israeliano, si occupava del trasferimento alla repubblica teocratica di un consistente carico di armamenti sofisticati (tra cui 2008 missili TOW), oltre ad almeno 7 milioni di dollari tramite due banche controllate dalla famiglia Rockefeller. Era il gennaio 1981, la guerra era in pieno svolgimento e l’Iraq poteva contare, quanto ad armamenti, sul sostegno dell’Unione Sovietica. È evidente dunque quali fossero all’epoca gli orientamenti statunitensi, così come è evidente che il rapido rovesciamento delle sorti del conflitto a favore dell’Iran dipendesse proprio dal concreto appoggio americano.
Ma gli intendimenti a lungo termine dell’Amministrazione USA erano altri. Nel 1984 Henry Kissinger, esprimendo l’opinione dell’Amministrazione in carica, dichiarava che "il maggior interesse degli Stati Uniti nella guerra è che entrambi i Paesi la perdano". (3) Non si trattava di stupido cinismo: era l’esposizione, in termini sbrigativi, della teoria del doppio contenimento che permette di arginare l’espansione e la crescita di due Paesi, nemici degli interessi occidentali, opponendoli l’uno all’altro e intrappolandoli in un conflitto logorante per entrambi.
Gli Stati Uniti interverranno infatti con la concessione di forniture di armi all’Iraq solo dopo che, rompendo il trattato di amicizia sottoscritto nel 1972, l’URSS aveva sospeso i rifornimenti militari a quel Paese. Ma in particolare lo scopo della nuova "disponibilità" americana alla vendita di armi al governo iracheno era quello di impedire che l’Iraq sviluppasse una propria tecnologia di produzione militare come, a partire dalla fine del 1983, aveva iniziato a fare. L’Iraq infatti non si stava solo rivolgendo al mercato privato internazionale, ma cercava di ridurre il divario con Israele mettendo a punto i missili tattici al-Hussein e al-Abbas, il carro armato Assad Babyl e il primo razzo con capacità spaziali realizzato da un Paese arabo, il Saad-16 collaudato nel 1986.
È in questo contesto che si inseriscono le visite a Baghdad di Donald Rumsfield, inviato speciale di Ronald Regan in Medioriente. È del dicembre 1983 la famosa fotografia che ritrae l’emissario del governo americano che stringe la mano a Saddam Hussein, immagine ampiamente sfruttata dai media, anche "disinistra", quale prova di una inequivocabile collusione tra il presidente iracheno e il governo americano: si può solo osservare, in proposito, che difficilmente si trattano gli affari su un ring di pugilato. Tra il 1985 e il 1990 gli Stati Uniti approvavano effettivamente 711 licenze di esportazioni in Iraq per un valore di 1,5 miliardi di dollari e, tra queste, la fornitura di 60 elicotteri MD-500 Defender della Hughes e 10 della Bell per l’irrigazione agricola (4), imputate, queste ultime, di essere atte alla aspersione di gas e quindi adatte alla guerra chimica (e questo "dimostrerebbe" il sostegno statunitense a Saddam!).
È anche però necessario ricordare che un altro affare stava a cuore tanto all’Amministrazione USA che al governo di Israele, quello della realizzazione dell’oleodotto che avrebbe portato il petrolio da Kirkuk (Kurdistan iracheno) ad Aqaba (Giordania, vicino al porto israeliano di Eliat). Benché l’economia irachena fosse stata pesantemente danneggiata dalla chiusura della pipeline Kirkuk-Banias operata nel 1982 dalla Siria per favorire l’Iran nel conflitto, il rifiuto del governo Hussein fu netto. La missione Rumsfield in Iraq si concludeva dunque in un sostanziale fallimento grazie proprio a quello che i media vogliono oggi farci passare per "ex-amico degli americani".
"AMICO DEGLI AMERICANI" E NEMICO DI ISRAELE?
Fino dal 1967, dopo la sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni, i partiti Baath dei vari Paesi si spendevano attivamente nel sostegno economico, militante e militare ai feddahjeen libanesi, che erano il nucleo della resistenza palestinese. E nel 1970 era stato proprio il ramo più intransigente del Baath iracheno, quello guidato da Saddam Hussein, a promuovere il coinvolgimento dell’esercito del proprio Paese in soccorso alla Resistenza palestinese durante il Settembre Nero scatenato da Hussein di Giordania. (5)
Quando, alla fine della Guerra del Kippur tra Israele e i Paesi Arabi, il presidente egiziano Sadat firmava due trattati di pace, nel 1977 il Fronte del Rifiuto (costituito da Iraq, Siria, Libia, Algeria, Yemen del Sud assieme all’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) si opponeva ai negoziati con Israele – che si sarebbero conclusi poco tempo dopo con il trattato di Camp David tra Israele ed Egitto – e rompeva le relazioni diplomatiche con quest’ultimo (1977-1979). L’irriducibile Iraq, che non aveva (e fino che è stato in vita come Stato sovrano, non ha) mai firmato alcun trattato di pace con lo Stato sionista e che, assieme alla Siria, ammodernava i suoi arsenali militari con l’aiuto sovietico, era dunque un nemico naturale per Israele, tanto che quest’ultimo nel 1981 bombardava il reattore nucleare iracheno di Osiraq.
Come il ministro israeliano della Difesa Ariel Sharon dichiarava al Washinghton Post nel maggio 1982 per giustificare la vendita di armi a Teheran, "l’Iraq è nemico di Israele e noi speriamo che le nostre relazioni con l’Iran [di Khomeini, ndr] rimarranno quali sono state in passato". Quattro mesi più tardi, durante una conferenza stampa a Parigi, egli ribadiva che "Israele ha un interesse vitale nella prosecuzione della guerra nel Golfo Persico e nella vittoria dell’Iran". Questo non era solo il punto di vista di Sharon, ma anche del primo ministro Itzhak Shamir, esponente del Likud, e del laburista Shimon Perez. (6)
Durante tutto il periodo della presidenza di Saddam Hussein, come hanno pubblicato e pubblicano tutte le fonti giornalistiche, l’Iraq ha sostenuto la Resistenza palestinese, ha indennizzato le famiglie delle vittime delle aggressioni israeliane e dei martiri, ha accolto profughi ed immigrati palestinesi riservando loro tutti i diritti civili di cui godevano i cittadini iracheni.
In quanto unica potenza regionale militarmente forte e decisamente schierata a difesa dei diritti dei Palestinesi, oltre che fautrice dell’unità araba, l’Iraq rappresentava per Israele una costante minaccia: poteva contemporaneamente godere del sostegno statunitense?
Bastano queste poche note per sfatare un mito così ampiamente diffuso come quello di "Saddam uomo degli americani"? Evidentemente no, bisognerebbe riuscire a far circolare i risultati di analisi ben più approfondite che, per chi volesse cercarle, sono comunque disponibili. Ma le semplici osservazioni cui accenniamo dovrebbero almeno sollevare qualche dubbio sia sulla attendibilità dei contenuti dell’informazione, compresa quella che si autodefinisce alternativa, sia e soprattutto sull’indipendenza delle "fonti" e anche sulla loro integrità. Chi ha suonato il flauto magico della menzogna mediatica a calunnia e diffamazione di un rappresentante del movimento di emancipazione arabo defraudando la Resistenza irachena di quel sostegno popolare internazionale che le sarebbe stato dovuto, suona oggi lo stesso flauto a glorificare dirigenze controrivoluzionarie e criminali che, nascoste dietro un generico quanto ambiguo antiamericanismo,