
Nasr Oussama Mustafa Hassan, alias Abu Omar, è l'ex imam di Milano ed è stato rapito quattro anni fa dalla Cia
GUIDO RUOTOLO
INVIATO AL CAIRO
Mastica un gamberone. Si ferma, si gira: «E se mi candidassi alle prossime politiche, come indipendente? I partiti sono ormai diventati delle boutique senza principi». «Fish Market», un ristorante chic sul Nilo. Gelo, silenzio a tavola. E con chi? Un seggio a Montecitorio? «No, no. Qui, in Egitto. Non ero nessuno, oggi sono famoso. Al Jazeera, le televisioni satellitari, i media arabi. Sono diventato un campione nazionale, simbolo della resistenza allo strapotere degli americani. Il popolo e gli islamici, i Fratelli Musulmani, mi hanno dato il loro appoggio».
Sospiro di sollievo. Nasr Oussama Mustafa Hassan, alias Abu Omar, sì, lui, il sequestrato (e torturato) più destabilizzante d’Italia, scende in politica. Lo annuncia a tavola, al termine di una lunghissima «confessione»: una serata a parlare di sé, della sua vita, del suo credo, del suo mito - «Osama bin Laden? No, Ernesto Che Guevara» - delle donne e, naturalmente, di quel maledetto 17 febbraio 2003, quando una squadra (mista) della Cia e di italiani lo preleva a Milano e lo trasferisce al Cairo. Dove viene torturato e imprigionato.
Di quel sequestro ormai si sa (quasi tutto), a Milano è in corso il processo e si aspetta la decisione della Consulta sul conflitto di attribuzione sollevato dall’Avvocatura di Stato per conto di Palazzo Chigi, sul segreto di Stato che la procura di Milano avrebbe violato. Di quella storia, tra le mille domande che solleva, ognuno ha dato la sua risposta. Ma su una domanda lui, Nasr Oussama Mustafa Hassan, non è riuscito ancora a darsi una risposta convincente: «Perché proprio io? Me lo chiedo da allora, da quel 17 febbraio di quattro anni fa e, francamente, non sono ancora riuscito a trovare una risposta. Potevano prendere altri fratelli molto più importanti e grandi di me, e invece hanno scelto il sottoscritto. Perché? Certo, per loro io ero una spina nel fianco, no, nulla a che fare con il terrorismo.
Avevo una rivista, "La Verità", diffusa in tutto il Nord d‘Italia, che usciva ogni giovedì. Per semplificare: era una pubblicazione di controinformazione. Navigavo su Internet, guardavo le televisioni satellitari e sceglievo i materiali, notizie di massacri degli americani, il dibattito nel nostro mondo. Li stampavo, fotocopiavo e li distribuivo nelle moschee, per informare i nostri fratelli poveri che non hanno Internet o la parabola satellitare. Aggiungo che nei miei sermoni denunciavo i massacri degli americani. Stop, fine. Non andavo oltre».
Sarà, anche se le intercettazioni che la Procura di Milano ha raccolto e le indagini svolte su di lui (tanto che il gip milanese Guido Salvini ha poi firmato l’ordinanza di cattura nei suoi confronti) descrivono un altro Abu Omar, molto attivo nella rete di sostegno alla Jihad. E poi, nel discorso dell’imam c’è qualcosa del suo passato che non quadra. Per esempio, ai tempi della parentesi albanese (1991-1997). Un passo indietro nel tempo.
Abu Omar, Alessandria d’Egitto: «Mio padre e mio nonno erano attivisti politici del Wafd, il partito di opposizione in Egitto. Appena diplomato diventai un attivista del Wafd. Scrivevo sul giornale del leader, Ayman Nour, finito poi in carcere. Pensavo che i partiti fossero degli angeli e invece mi accorsi che erano dei diavoli. Me ne andai quando nel partito si scatenò una guerra furibonda per la leadership. Finii in carcere nel 1988, sei mesi di torture, in occasione di una delle tante retate di oppositori della Jamàa al Islamiya, ma con loro non ho mai avuto a che fare. Nel 1991 emigro, vado in Albania, chiedo l‘asilo politico, apro un‘attività commerciale, mi sposo, ho due figli, Sara che oggi ha 13 anni, e Omar, 11 anni. I servizi segreti albanesi mi chiedono di lavorare per loro, di fare la spia nel mondo dei miei fratelli musulmani. Rifiuto e loro mi costruiscono un‘accusa falsa: un progetto di uccidere un ministro egiziano in visita a Tirana».
Arriva a Roma e poi a Milano. C’è qualcosa che non quadra nel periodo della sua prigionia. Arrestato, torturato, liberato e poi ancora arrestato. Nel mezzo, offerte miliardarie per tacere, per non confermare la sua storia. Oggi può tranquillamente parlare, denunciare, farsi intervistare («a pagamento, perché così riesco a vivere»).
Fa caldo al Cairo, anche di notte, anche sul Nilo. Quando non è davanti a una telecamera, quando non parla come se recitasse un sermone, che poi è sempre una requisitoria contro gli americani e il governo Berlusconi, Abu Omar riesce anche a incuriosire. Troppo ghiotta l’occasione per non chiedergli di Osama bin Laden, di Al Qaeda e del terrorismo. «Faccio una premessa. Noi egiziani diciamo dei sauditi: “Hanno tanti soldi ma poco cervello“. Bin Laden è un po’ come Berlusconi che scende in politica: ha soldi ma poco cervello. Con i soldi ha creato Al Qaeda, ha messo insieme tutti i mujaheddin ma è stata una catastrofe per i musulmani... l’Afghanistan, l’Iraq... Chi ha pianificato l’11 settembre sono stati gli americani e i sionisti, gli arabi sono stati solo marionette». E dei suoi miti: «Ernesto Che Guevara era un combattente che ha rinunciato a un ministero a L‘Avana per continuare a combattere per le sue idee».
Ecco, le idee. Qual è il programma del candidato Abu Omar? «Mi giocherò tutto sulle relazioni internazionali. Conosco l’Occidente, ho vissuto in Italia. Gli egiziani sanno che sono il nemico degli Stati Uniti, gli islamici mi rispettano e dialogano con me, come in occasione dei miei appelli per la liberazione degli ostaggi occidentali. Quando Al Zawahiri chiede di colpire in Egitto o in Arabia Saudita, i media arabi mi intervistano per esortare Al Zawahiri a non farlo». E delle donne in politica? Abu Omar potrebbe mai accettare che una donna diventasse parlamentare o presidente del Consiglio? «Mai. Sono un gioiello che va protetto, hanno doveri e compiti che derivano dal loro essere fisico, e proprio per questo non potrebbero reggere all‘urto dello stress e degli impegni e delle incombenze dei meeting internazionali, dei vertici, dei viaggi. Quando hanno il ciclo sono nervose, e poi spendono in maquillage e in vestiti. La donna pensa col cuore e non il cervello. I politici non possono permettersi di essere emotivi».
E’ notte. Stazione dei pullman. Abu Omar torna a casa, ad Alessandria. Tre ore di viaggio. Il suo futuro è in politica, a casa, ma il presente è un tentativo disperato di tornare in Italia, a Milano, per partecipare al processo, per ottenere verità e giustizia, e anche un risarcimento miliardario da Silvio Berlusconi e Niccolò Pollari, ex direttore del Sismi. «L‘altro giorno sono andato al consolato italiano ad Alessandria, per il visto. Non mi hanno fatto entrare. Il viceconsole Domenico Vagliamenti mi ha liquidato. Vivo nel limbo, non mi vogliono gli italiani, non mi sopportano gli egiziani che prima o dopo mi arresteranno». A meno che un giorno Abu Omar non avrà l’immunità parlamentare.
La Stampa 26 giugno 2007
http://www.lastampa.it
Crimini dell'esercito del Mahdi - 10-11 giugno 2007
Agenzie irachene
NB: le notizie dei crimini dell'esercito del Mahdi sono tratte da siti iracheni nazionalisti o vicini alla resistenza, in quanto la stampa occidentale occulta sistematicamente i massacri commessi dai sadristi.
10 giugno 2007
L'esercito del Mahdi rapisce un gruppo di studenti universitari. L'Associazione degli studiosi islamici dell'Iraq riferisce che l'esercito del Mahdi ha catturato un autobus che trasportava studenti di fronte al College universitario al-Ma’mun nel quartiere al-Iskan di Baghdad. Gli studenti sono stati rapiti sotto gli occhi della polizia e delle guardie del campus e portati verso una destinazione ignota. Sempre domenica, l'esercito del Mahdi ha rapito un altro studente, dopo che aveva completato gli esami finali.
L'esercito del Mahdi attacca un villaggio sunnita nel Diyala e uccide 10 abitanti
Haq agency riferisce che l'esercito del Mahdi ha attaccato oggi gli abitanti sunniti del villaggio di al-Jizani
Testimoni del luogo hanno dichiarato che le milizie sadriste usavano armi moderne, mortai e granate, ma gli abitanti si sono difesi con un coraggio straordinario, infleggendo ai sadristi gravi perdite.
Nonostante l'esercito del Mahdi non sia riuscito nell'intento di distruggere il villaggio, 10 abitanti del luogo sono morti negli scontri e 20 sono rimasti feriti.
Le forze di occupazione statunitensi e quelle del "governo" iracheno non sono minimamente intervenute e difesa degli abitanti.
L'associazione degli studiosi islamici dell'Iraq aggiunge scrive invece che vi sono stati 9 morti e 15 feriti fra gli abitanti del villaggio, dove mancano medicinali, e conferma che le truppe di occupazione sono rimaste assolutamente indifferenti mentre i sadristi attaccavano gli innocenti abitanti di al-Jizani.
L'esercito del Mahdi attacca una moschea sunnita a Baghdad
Haq agency riferisce che l'esercito del Mahdi, ha attaccato con colpi di mortaio la moschea Abu Bakr as-Siddiq nel distretto al-'Amil di Baghdad, ferendo cinque persone e danneggiando abitazioni vicine.
I miliziani sadristi, accompagnato da soldati del "Ministero dell’Interno", hanno ingiunto agli abitanti di lasciare le proprie abitazioni. In caso contrario, sarebbero stati massacrati e le loro case bruciate.
I residenti della zona hanno però detto che non avrebbero mai abbondanato la zona ed erano disposti a combattere fino alla morte
. I miliziani sadristi hanno inoltre bruciato alcune case di sunniti nel quartiere al-Bayya di Baghdad.
Trovato il corpo del muezzin della moschea Janabi di Baghdad, rapito, torturato e ucciso dall'esercito del Mahdi
Haq agency riferisce che il corpo del muezzin della moschea Janabi (sunnita) è stato ritrovato in Palestine Street, diversi giorni dopo essere stato rapito dai miliziani dell'esercito del Mahdi. Il cadavere presentava segni di tortura, bruciature dovute all'uso di prodotti chimici e colpi di arma da sparo in diverse parti del corpo.
La vittima era il fratello dell'Imam della stessa moschea, che era stato ucciso sempre dall'esercito del Mahdi lo scorso anno.
L'esercito del Mahdi massacra una donna sunnita a Baghdad
Haq agency riferisce che una donna sunnita è stata massacrata dall'esercito del Mahdi nel quartiere al-Ochach di Baghdad Un testimone oculare ha dichiarato che i miliziani sadristi hanno sparato alla donna- che è morta istantaneamente - vicino alla sua abitazione, e ha aggiunto che la vititma aveva già ricevuto in precedenza minacce dall'esercito del Mahdi. I sadristi avevano ordinato alla donna di lasciare la propria abitazione, ma questa si era rifiutata, anche perchè era povera e non sapeva dove andare
Anche altri abitanti sunniti del quartiere al-Ochach hanno dichiarato di essere stati minacciati negli ultimi due giorni dalle milizie sadriste, che hanno ingiunto loro di lasciare le proprie abitazioni e abbondanare il quartiere il prima possibile. In caso contrario, sarebbero stati uccisi e le loro case date al fuoco.
Gli abitanti del quartiere al-Ochach hanno detto inoltre che le milizie sadriste si muovono liberamente nel quartiere e minacciano gli abitanti sotto gli occhi delle forze governative.
Un video postato da un sito nazionalista irachena mostra i miliziani sadristi mentre danzano dopo aver dato al fuoco una moschea sunnita
Il sito della Lega irachena (Iraqirabita) ha pubblicato un video che mostra i miliziani delll'esercito del Mahdi mentre attaccano la moschea sunnita Khadija a Baghdad e successivamente danzano dopo averla data al fuoco
L'episodio risale al 24 marzo 2007
Iraqirabita ha pubblicato anche i nomi dei leader dell'esercito del Mahdi che hanno guidato l'attacco.
Il video della distruzione della moschea
http://www.liveleak.com/player.swf?autostart=false&token=c24_1181662890
:: Article nr. s6660 sent on 14-jun-2007 01:17 ECT
www.uruknet.info?p=s6660
Detenuti iracheni massacrati dalle forze governative
Associazione degli Studiosi Islamici dell'Iraq (AMSI)
Mercoledì 13, 2007
L' Associazione degli Studiosi Islamici dell'Iraq (AMSI) ha appreso che è in atto una pulizia etnica totale nel luogo di tenzione situato nel quartiere nord-orientale di al-Rasafa, presso la sede delle cosiddette "Brigate Wolf", vicino al Ministero del Petrolio.
Speciale AMSI Net - I prigionieri sono in scipero della fame a causa dell'arrivo delle forze di sicurezza, che sotto il falso pretesto di portare i prigionieri alla Corte, li uccidono e abbandonano sulla strada i loro cadaveri.
Le forze speciali del governo iracheno hanno portato via il martire Ghazwan Khalid Ghazal dicendo che l'avrebbero portato davanti alla corte penale, ma l'hanno massacrato e la sua famiglia ha trovato il suo cadavere quando è andata a visitarlo.
I detenuti in sciopero della fame hanno dichiarato che preferiscono morire di inedia piuttosto che essere uccisi dalle milizie settarie.
Il mattino dell'11 giugno durante le visite dei parenti ai detenuti le donne sono state trattate con ferocia, le guardie hanno sparato poco sopra le loro teste e le familiari dei prigionieri sono state colpite con gas irritante che ha causato loro grandi sofferenze, specie agli occhi.
I detenuti stanno cercando di informare organizzazioni e associazioni in difesa dei dirttti umani il prima possibile, poiché temono che il tempo non giochi certo a loro favore e che verrano presto portati via e uccisi.
:: Article nr. s6657 sent on 13-jun-2007 23:36 ECT
www.uruknet.info?p=s6657
FLASHBACK: Una guerra per nasconderne altre
BEIRUT, BAGHDAD, GAZA: TERRORISMI SINERGICI
Il capitolo iracheno del Nuovo Medio Oriente di Bush
Fulvio Grimaldi, Mondocane Fuorilinea

Pubblicato il 5 febbraio 2007
Un Iraq per la ruota della morte dell’Occidente
Difficile per me scacciare l’Iraq e il suo popolo dalla linea del fronte dei pensieri e sentimenti. C’ero arrivato nel 1977, tempi del vino e delle rose, e avevo seguito quelle genti attraverso tre guerre, tre devastazioni, tre rinascite, fino all’esecuzione sommaria da parte di boia a stelle e striscie, con la stella di Davide e con il concorso di manutengoli interni ed esterni, nel nome della "Civiltà Occidentale" e delle tanto tossiche quanto presunte "radici cristiane". E tutti noi, iracheni e coloro che li conoscevano e perciò stimavano, rispettavano, amavano, navigavamo sull’esile barchetta della verità. I nocchieri erano eroi dell’informazione come Stefano Chiarini o Seymour Hersh, sbattuti, tempestati dalle feroci procelle della diffamazione di sistema, tanto omologa da destra e sinistra, dall’alto al basso, quanto lo era prima di Copernico la convinzione che la Terra fosse piatta e che il sole le girasse attorno. E chi lo metteva in dubbio, come Ippazia di Alessandra o Galileo, ne subiva le conseguenze. Ci volle poco, per Stefano e me, per capire che l’assalto israeliano al Libano, sancito dalla "comunità internazionale" con la risoluzione Onu 1701 ("colpa degli Hezbollah: disarmiamoli!"), non solo era elemento portante del piano israelo-statunitense per il Nuovo Medio Oriente, come apertamente ammesso da Condoleezza Rice ("Il Libano? Doglie di parto del Nuovo Medio Oriente"), ma che la concentrazione dell’attenzione mondiale su quella guerra aveva anche il compito di distogliere dalle simultanee e sinergiche strategie di soluzione finale in Iraq e Palestina.
Mi è capitato di riflettere su queste note mentre mi trovavo in una delle terre più vivaci, antiche-giovani, amabili e integre del nostro paese, la Puglia, là dove vicoli intorcinati e balconati e abbaglianti candori di facciate, animati da odori e sorrisi di altri tempi, mi richiamano quegli angoli di Baghdad o di Basra nei quali ancora si respirava l’aria degli abassidi e, sconosciuti, per quanto distanti, ci si incontrava spontaneamente da amici sotto le volte, cupole, ai tavolacci di stamberghe antiche tanto da sembrare quelle del grande padre Harun El Rashid. Ci rendiamo conto di quale riconoscenza abbiamo offerto a coloro che a noi, sordi e ciechi sotto la ferula di una Chiesa disumanamente repressiva, riportarono i perduti Aristotele, Platone, Euclide, Archiloco e ci agevolarono verso il riscatto del Rinascimento, quelle, sì, radici sane dei nostri migliori tempi moderni? La riconoscenza di Goffredo da Buglione o di Riccardo Cuor di Leone e delle loro carneficine nel nome di Cristo ad Acri e Gerusalemme, quella dell’agente Lawrence d’Arabia che sottrasse gli arabi ai turchi solo per portarli in ceppi al suo re, quella di Golda Meir che negava l’esistenza dei titolari della casa predata, quella dei serial-killer Badoglio e Graziani in Libia, quella del generale Schwarzkopf che mandava i suoi carri a seppellire 100.000 soldati iracheni in ritirata e con le sue bombe all’uranio faceva iniziare l’estinzione dei genitori e figli della prima scrittura, arte, musica, legge, ruota dell’umanità, quella di Ratzinger che, nel pieno della riconquista barbarica del Levante, non si perita di lanciare contro l’Islam gli ottusi e strumentali anatemi di un bizantino che annaspava nella decomposizione del suo "impero cristiano"?
Lì, tra muretti a secco e ulivi che ancora ricordano l’incontro con i "mori", ulivi che danzano, si contorcono, si abbracciano, si sbracciano verso il cielo come implorando e si ripiegano verso terra, tanto da ricadervi frantumati, ma solo per rigermogliare nei secoli. Straziante metafora arborea della disperazione di un popolo, antico come il primo degli ulivi, e della sua incorruttibile determinazione a resistere, a rivivere, alla faccia di Alessandro Magno, dei mongoli devastatori, dei bizantini, dei turchi, dei britannici, più spietati di tutti. Come non riandare, alla vista di tanto turbinio di vicende, sofferenze, ostinazioni, a quell’Iraq di prima dell’arrivo della nostra "democrazia" e dei nostri "diritti umani", che nella democrazia viveva, la sua – se democrazia è rappresentanza degli interessi e concretizzazione dei sogni dei popoli e delle persone – e nei suoi diritti umani, se per diritti umani si intendono quelli della buona e giusta vita, in cui sia garantita la salute, la conoscenza, la casa, il lavoro, la vecchiaia, la donna, il bambino, l’ambiente, il futuro. A tutti. C’era, è vero, un padre severo, ma un padre che, anche a inevitabile scapito del singolo, sapeva condurre la sua comunità alla sicurezza, all’equità e alla dignità, contro tutti i venti di tempesta che mugghiavano ai suoi confini. Quell’equità e dignità e sicurezza che mille anni di imperi lontani e spietati avevano negato alla collettività, tollerandole soltanto nei ristretti ambiti di autogoverno della tribù, dove ne era garante il più saggio, il più coraggioso, il riconosciuto migliore. L’Iraq da questa vicenda millenaria uscì con la rivoluzione anticoloniale del 1958. Di quale modello poteva dotarsi? Di quello degli oppressori che ne avevano decimato il popolo, tenendone i sopravissuti nell’ignoranza e nella negazione di ogni diritto?
Dall’Iraq, a destra e a sinistra, eurocentricamente e arrogantemente si pretendeva che si desse, di colpo, un’organizzazione istituzionale come quella che da noi ci aveva messo tre secoli e altrettante rivoluzioni a maturare e oggi già appartiene alle manifestazioni peggiori della decadenza, della corruzione e dell’iniquità. Se ne pretendeva la scopiazzatura di questo modello, purchè in posizione subordinata, a nostra disposizione, per il nostro soddisfacimento etico di padroni-maestri e, di più, per i nostri eccessi di benessere. Insomma un cavallino ammaestrato, danzante e rampante, nell’arena del Gran Circo Occidente. Messo a girare nella Ruota della Morte. E la pretesa era accompagnata dalla più massiccia e violenta campagna di diffamazione e di menzogne che popolo o classe dirigente abbia mai subito, per giustificarne il morso incastrato tra i denti, la cavezza imposto al collo, la frusta abbattuta sul groppone e, nel caso si rifiutasse alla doma, l’abbattimento come suole a Siena.
Chi volle la guerra Iraq-Iran?
Per sottrarsi allo tsunami di falsità, occultamenti, distorsioni che, dai tempi della rivoluzione del 1958 e, peggio, da quella del 1968, che allontanò definitivamente l’Iraq dal campo filo-occidentale, offuscano e stravolgono il ruolo dell’Iraq e del suo gruppo dirigente, occorre prenderla un po’ alla lontana. Per esempio dal cruciale rapporto tra Iraq e Iran, con Usa e Israele che tifano dalla balconata, allora come oggi interpretato e trasmesso all’opinione pubblica in versione opposta alla realtà, con il solito scopo di demonizzare coloro che per tutta la seconda metà del secolo XX furono il massimo ostacolo alla riconquista coloniale della regione del petrolio.
Sotto le bombe iraniane in Kurdistan
Maggio 1980. Era una di quelle giornate che nel Kurdistan iracheno raggiungono il diapason dell’azzurro, tra infinità desertiche in basso vibranti di sole e azzurri nitori alpini in alto. Amici iracheni ci avevano fatto visitare Irbil, capitale storica di questi curdi, con in mezzo il cocuzzolo formato da un terrapieno coronato dalla formidabile fortezza prima moresca e poi ottomana. Sotto, un brulichio di vicoli, colori, lavori. Erano le opere del governo per dare lustro alla città rinominata capitale del Kurdistan. Già, perché fin dal 1972, il presidente Hassan al Bakr e il suo vice, Saddam, avevano concesso alla regione autonomia e autogoverno, parlamento ed esecutivo a Irbil, università curda a Sulemanieh, il curdo promosso a seconda lingua ufficiale del paese, che tutti i ragazzini dovevano imparare a scuola. Quello che percepivamo, attraversando il Kurdistan dall’araba Kirkuk, ancora non curdizzata dalle milizie del fiduciario israeliano Massud Barzani, a Mosul, era la soddisfazione di un popolo che si era visto riconoscere quanto nessuno dei paesi in cui era sparso, Siria, Iran, Turchia, aveva mai avuto: una forte autonomia, purchè non mettesse in discussione il modello economico-sociale, di stampo socialista, la difesa nazionale, la politica estera antimperialista e antisionista e la partecipazione al formidabile sviluppo di una grande nazione, al cui governo centrale partecipava con il suo Partito Democratico Curdo, insieme al partito Baath e a quello comunista. Un milione di curdi (su sei) erano scesi dalle loro montagne e da un’arretratezza millenaria per trasferirsi a Baghdad, confusi al milione di lavoratori sfuggiti alla miseria dell’Egitto dell’amerikano Sadat, per lavorare in un paese che aveva sconfitto disoccupazione, ignoranza, analfabetismo, subalternità della donna, abbandono sanitario, povertà, e in cui il divario tra salario più basso e salario più alto era da 1 a 18 (da noi, oggi, da 1 a 280)
Il nostro viaggio ci portava verso il confine iraniano, lungo una strada che ancora si stava scolpendo nella roccia, sotto svettanti agglomerati di abeti. Dormimmo in un villaggio turistico costruito alla finlandese da finlandesi, le nevi si stavano sciogliendo in rivoli che infangavano i sentieri. Non chiudemmo un occhio per due notti, causa l’ininterrotto scoppio di granate. Non ci avevano avvertito, speravano che l’esperienza ci sarebbe stata risparmiata. Da diverse settimane gli iraniani provocavano sparando oltre frontiera con obici di lunga gittata. Anche quella volta. Poi, nel barbaglio di quelle nevi, ci portarono a vedere i crateri. Alcuni si aprivano dove prima c’erano case e botteghe. Solo a settembre di quell’anno Baghdad si risolse a rispondere, dopo aver offerto al chierico nuovo sovrano d’Iran, succeduto allo Shah, mille occasioni di negoziato. Offerte di pace reiterate quando, un anno dopo, l’esercito iracheno era penetrato in profondità, ma che Khomeini respinse per ben 8 anni. Lo attestano i documenti di tutte le cancellerie.
Iran islamista contro Fronte del Rifiuto
Ma noi eravamo venuti in Iraq per assistere a un convegno internazionale di sindacati operai e movimenti e partiti comunisti, socialisti e progressisti, associazioni di solidarietà araba, di quelli che tra l’Avana e Baghdad mantenevano vivo un tessuto di resistenti al capitalismo e all’imperialismo nuovamente affamato dopo il trauma del Vietnam. Tema della conferenza era una mobilitazione mondiale contro la resa di Camp David, quando l’egiziano Sadat e l’israeliano Begin si accordarono sulla pelle del popolo palestinese e dei suoi diritti. Si trattava di rafforzare il Fronte del Rifiuto, creato da Saddam in risposta al tradimento del Cairo e che era riuscita a strappare al concerto israelo-egiziano-statunitense ben 17 paesi arabi su 22. Era questo Fronte del Rifiuto, cui partecipavano anche le organizzazioni di sinistra palestinesi che mai sarebbero scese per la china disfattista poi percorsa dal gruppo dirigente, a costituire la spina nel fianco del già maturo e articolato progetto espansionistico di Israele e della liquidazione di ogni residua resistenza nazionale e laica araba dal Marocco all’Iraq. Era il Fronte del Rifiuto, ultimo anello di una catena virtuosa che aveva visto succedere alla nazionalizzazione del petrolio nel 1972, il trattato di amicizia e mutua difesa con l’URSS, l’autonomia curda, un modello sociale in controtendenza all’offensiva del capitalismo predatore eufemisticamente chiamato "liberismo", ad aver determinato le potenze occidentali a farla finita con questo Iraq laico, socialmente equo, nazionalista nel senso migliore del termine. E lo strumento prescelto era l’Iran. Decenni di menzogne politiche e mediatiche hanno da allora cercato di ribaltare questo dato, invertendo i ruoli di aggredito e aggressore. Non si fa così anche in Palestina, tra carnefice e vittima? In Jugoslavia? A Cuba? In Irlanda? Nella Genova del G8?
Strozzare l’Iraq, gassare i curdi iracheni, dare la colpa a Saddam
L’ayatollah Khomeini era ritornato l’anno prima da Parigi, con un aereo statunitense, sull’onda dell’insurrezione di tutto un popolo contro la dittatura del fantoccio Usa, il raccogliticcio imperatore Reza Shah. Eliminate in un oceano di sangue tutte le componenti non "ortodosse", nel senso del fondamentalismo scita, della rivoluzione, le vere avanguardie, i comunisti, fedayin marxisti, mujaheddin Al Khalk, islamici laici e, a finire, i curdi, speranzosi di un’autonomia ispirata a quella dei fratelli in Iraq, Khomeini si diede a predicare la scitizzazione universale e, nell’immediato, del mondo arabo, preda millenaria. L’adiacente Iraq ne era l’articolazione politica, culturale e militare più forte e rappresentativa. Faceva leva, Khomeini, sulla gerarchia scita, influente tra le masse del Sud Iraq e che, già ai tempi del suo collaborazionismo con gli inglesi, aveva dato prova di anteppore la comunanza confessionale al fascino del patriottismo e della coesione nazionale. Mentre ininterrottamente, da radio e tv iraniane, Khomeini e altri esponenti del regime sollecitavano le masse irachene " a rivoltarsi contro l’apostata Saddam e a rovesciare il regime iconoclasta", sul piano delle provocazioni diplomatiche ci fu la pretesa di Tehran di annullare gli accordi sui confini conclusi ad Algeri con Baghdad nel 1975. I persiani rivendicavano la sponda occidentale dello Shatt el Arab, contro il trattato che aveva posto la linea di confine in mezzo al fiume, le isole nell’estuario che avrebbero bloccato l’apertura dell’Iraq sul Golfo, e addirittura territori nel Kurdistan iracheno. Nel frattempo, infiltravano loro attivisti tra le popolazioni del Sud, a Basra, Najaf, Kerbala, con il compito di attivare un’insurrezione. Il punto di non ritorno fu la minaccia di Khomeini di chiudere all’Iraq lo Stretto di Hormuz, sbocco del Golfo Arabo-Persico e unica via per l’export iracheno. Dunque, sua vena giugulare. Contemporaneamente il regime degli ayatollah rendeva un altro grosso favore al settore più bellicoso e reazionario delle èlite statunitensi, tenendo occupata l’ambasciata Usa a discredito di un presidente moderato, Jimmy Carter (colui che più tardi si sarebbe attirato le ire del sionismo denunciando l’apartheid dello Stato israeliano) e favorendo così la vittoria di Ronald Reagan, iniziatore della fase più rozzamente aggressiva e autocratica dell’imperialismo, al quale fu regalata la liberazione dei diplomatici in ostaggio.
Nel settembre 1980 il governo di Baghdad aveva denunciato all’Onu, alla Conferenza Islamica e al Movimento dei Non Allineati ben 941 violazioni armate del proprio territorio. Il ministro degli esteri iracheno chiedeva l’ennesimo incontro con l’omologo iraniano. Per tutta risposta il concistoro di Tehran chiudeva all’Iraq il traffico sullo Shatt El Arab, una condanna a morte, e scatenava pesanti bombardamenti su quattro città di confine. Fu l’inizio di una guerra alla quale Kissinger augurò di dissanguare i due popoli e che costò un milione di morti ( www.uruknet.de/?s1=1&p=30714&s2=17 ). Alla fine, nel 1988, l’esercito iraniano utilizzò ripetutamente l’arma chimica contro quello iracheno. Lo documentarono tutti i media, poi lo dimenticarono. Accadde anche a Halabja, spunto per una delle accuse più infamanti a Saddam: aver gassato la propria gente. Come risulta da testimoni e relazioni di tutti i servizi segreti interessati, su Halabja finirono, involontariamente, sospinti da un vento maligno, gas sparati dai persiani contro gli iracheni. Non furono certo 8000 le vittime (8000 è una cifra di repertorio, suona bene, funziona anche per la truffa di Sebrenica, in Bosnia), ma alcune decine. Però fu accertato, anche dai patologi, che furono uccisi da gas al cianuro, nervino, che si sa per certo non era nelle disponibilità irachene. Divenne una delle maxiballe che dovevano incidere nelle nostre coscienze, capitalisticamente governate dalla paura, la minaccia di una specie di Gozilla arabo. Alibi per quella che invece sarebbe diventata la più spaventosa mattanza umana dei tempi moderni (New York Times, Stephen Pellettier, 31/1/2004).
Uno strumento per farla finita con il mondo arabo laico e antimperialista. A sinistra si straparla di "uomo degli americani"
I rottweiler da combattimento, a cui l’Iraq aveva sottratto l’osso coloniale, erano riusciti a trovare chi si sarebbe incaricato della vendetta. Da allora, attraverso Afghanistan, Algeria, Cecenia, Bosnia, l’utilizzo dello strumento del fanatismo islamico, sollecitato ad arte da varie agenzie statunitensi, divenne una costante nell’armamentario della destabilizzazione e della guerra globale e permanente imperialista. E a Osama Bin Laden, vecchio strumento occidentale della guerra all’Afghanistan laico e progressista e all’Armata Rossa venuta in suo soccorso, fu dato il nuovo incarico di contribuire alla distruzione della Jugoslavia in Bosnia e in Kosovo. Islam cosiddetto politico, poi tornato utile nella guerra contro l’Iraq, al punto che Israele, mentre disintegrava con un’incursione pirata (mai sanzionata dall’Onu) la centrale nucleare irachena, Osirak, forniva piloti istruttori e ricchi armamenti a Khomeini. Si ricorderà, a dispetto dell’oblio forzoso imposto da tutta la stampa, lo scandalo Iran-Contras quando, con il ricavato della vendita di armi israeliane ai persiani, la ciurmaglia di Reagan, John Negroponte, Elliott Abrams, Oliver North (tutti neo-sion-con attivi, poi, nella mattanza irachena di oggi), istruiva, finanziava e armava i tagliagole Contras contro i patrioti in Salvador e i sandinisti del Nicaragua. Non si fa torto a nessuno quando si dice che Khomeini – allora adorato dall’ammazza-musulmani della "7", Carlo Panella, cellula della giulianoferraresca neoplasia mediatica – finanziò e armò gli assassini del popolo salvadoregno e della rivoluzione sandinista. Sia un promemoria per coloro che ancora oggi, a sinistra, si affidano alla fede in un antagonista persiano dell’imperialismo. Oppure al mito, specialmente diffuso nella sinistra di nostalgie staliniste, di un Saddam "uomo degli americani" negli anni ’80. Mito che di solito viene fondato su una prova "inconfutabile": la foto di Donald Rumsfeld, emissario di Reagan, e Saddam che si stringono la mano a Baghdad nel 1982. Peccato che la didascalia della foto non ricordi che Rumsfeld era nella capitale irachena per perorare la riapertura dell’oleodotto Kirkuk-Haifa, arteria di un greggio fortemente voluto da Israele. Apertura seccamente rifiutata da Saddam. L’Iran ha servito l’Occidente fin da quando Shah e Cia fecero fuori Mossadeq, il Premier che, primo nel Terzo Mondo, azzardò l’offesa suprema: la sottrazione del petrolio ai forzieri delle èlite occidentali. Oggi, con la spregiudicatezza e l’astuzia che rendono quei preti assai affini a quelli annidati in Vaticano, l’Iran, emergente potenza regionale, gioca su tutti i tavoli, con ruoli diversi e addirittura opposti in commedia, dal sostegno agli antimperialisti Hezbollah alla collisione con gli imperialisti in Iraq, forte di un cinismo di cui sembrano capaci solo coloro che la religione ha educato ai vertici dell’ipocrisia. Vale per Tehran, come per gli eletti del Libro Sacro a Tel Aviv, come per i fondamentalisti evangelici di Washington, come per i dotati di rivelazione in San Pietro.
Iran potenza regionale senza concorrenti grazie agli anglo-americani
L’alleanza tra persiani e coalizione israelo-occidentale per la liquidazione di ogni residuo di una nazione araba sovrana, indipendente, proprietaria delle proprie risorse (che sono poi quella decisive per la sopravvivenza del capitalismo tutto), si ripropone sia nella prima che nella seconda Guerra del Golfo. Ma fu anche alimentata dai cospicui aiuti che il Congresso Usa stanziò per l’Iran, in ognuno degli anni finanziari tra l’inizio e la fine della guerra con l’Iraq. Se ne può trovare traccia nei documenti ufficiali dei National Security Archives. A destra e a sinistra si favoleggiò, invece, di un Iraq armato dagli Usa, quando in quel paese non giunse mai neppure una colt nordamericana. Si rivedano, a proposito, le immagini delle due guerre del Golfo e degli armamenti iracheni, esclusivamente sovietici e di vecchia generazione. Anche all’assalto dei trenta e passa paesi (Italia compresa) all’Iraq, reo di essersi ripreso il Kuwait, cioè la 17. provincia sottratta nel 1927 dagli inglesi, che gli rubava il petrolio da sotto il confine e ne boicottava la ripresa economica dopo il dissanguamento della guerra, abbassando drasticamente, su direttiva Usa, il prezzo del petrolio, l’Iran diede il suo contributo. Prima, sequestrando l’intera flotta aeronautica irachena che Saddam aveva trasferito a Tehran, fidando nell’ antimperialismo verbale di Khomeini e, poi, a Iraq massacrato, infiltrando nel Sud scita e nel Nord curdo migliaia di pasdaran che avrebbero dovuto completare l’opera degli alleati sollevando queste minoranze contro il governo. L’impresa, già tentata e sventata dopo la guerra Iraq-Iran, fallì per la reazione delle residue forze governative irachene e, soprattutto, per la scarsa adesione delle popolazioni coinvolte. Non vi fu allora, l’atteso appoggio ai rivoltosi da parte degli anglo-statunitensi, ma più tardi gli Usa compensarono questo "tradimento" offrendo all’Iran una vittoria strategica, liquidando d’un sol colpo i suoi nemici storici: l’Iraq laico, con un embargo genocidi di 13 anni (2 milioni di morti, di cui un terzo bambini) e la successiva occupazione-disintegrazione, e con l’Afghanistan dei Taliban polverizzato grazie al falso alibi delle Torri Gemelle..
Il mondo se la prende con i "terroristi" Hezbollah e dimentica l’olocausto iracheno
Fino a quando la pulizia etnica israeliana mantenne il suo ritmo "normale" di assassini mirati, distruzione di terre e case, arresti e punizioni collettive, progetto genocida mascherato a un certo punto dal ritiro dei coloni da Gaza, che a Ariel Sharon guadagnò il riconoscimento addirittura di Bertinotti di "uomo di pace", e fino a quando in Iraq l’inarrestabile avanzata della guerriglia saddamita e islamica equilibrava il mattatoio degli squadroni della morte allestiti da John Negroponte sul modello salvadoregno, l’attenzione del mondo riservava a questi processi una certa attenzione. Il movimento per la pace ne traeva la forza per imporsi sulle piazze e esercitare una discreta influenza su settori politico-parlamentari di opposizione al guitto dell’imperialismo Berlusconi. Ma l’annunciato ritiro del contingente italiano dall’Iraq e poi lo scoppio della guerra al Libano sottrassero in buona misura quegli avvenimenti dallo scenario mediatico e politico e l’apparente inedito ruolo neutrale, "equivicino", come lo definiva il nuovo governo dell’Unione col pieno consenso delle sinistre, fece ammutolire la maggioranza delle voci antiguerra e offrì agli occupanti in Iraq e Palestina il destro per accelerare verso la progettata soluzione finale. Il Libano, insomma, funzionò da schermo.
Da Samarra alla "soluzione finale" in Iraq, Palestina, Libano, nel segno del Nuovo Medio Oriente israelo-statunitense
Il 12 febbraio 2006 saltò per aria uno dei monumenti storici e religiosi più importanti dell’Iraq e di tutto l’Islam: la cupola d’oro della moschea di Samarra.
Non ci fu mezzo d’informazione, da destra a sinistra, che riportasse un dettaglio decisivo di quella vicenda: il fatto che elementi armati del Ministero degli interni, coperti da reparti Usa, la sera prima erano penetrati nel tempio e vi erano rimasti per diverse ore. Con ogni verosimiglianza per allestire il botto. Una guerra civile tra sunniti e sciti che nelle intenzioni degli occupanti – e secondo il piano commissionato dall’Amministrazione Bush alla Rand Corporation, intitolato "Strategia Usa nel mondo islamico dopo l’11/9" - avrebbe dovuto portare alla tripartizione del paese tra Nord curdo, sotto protettorato israeliano (garante dei rifornimenti petroliferi a Tel Aviv), centro sunnita, inoffensivo, privo di risorse e tenuto in ceppi da basi e controlli Usa (all’italiana), Sud scita, di obbedienza congiunta iraniano-angloamericana, era stata fino a quel momento ostacolata dalla radicata cultura interconfessionale del popolo iracheno. Conviene qui anche ricordare l’analogo "Piano sionista per il Medio Oriente" elaborato nel 1982 dal consigliere militare di Begin, Oded Yinon, che, assunto dal governo israeliano, prevedeva una strategia di lunga lena per la disarticolazione dell’intero mondo arabo attraverso la promozione di conflitti tribali, religiosi, etnici, fino allora sopiti nella tradizione della tolleranza islamica e dell’ideale panarabo.
Chi mette le bombe: la tecnica delll’11 settembre nei mercati di Baghdad
Fu l’ambasciatore John Negroponte a rilanciare in Iraq la "opzione Salvador" da lui collaudata nel Centroamerica degli anni’80. Qui il ruolo dei Contras venne assegnato, con grande soddisfazione e sostegno materiale di Tehran, alle milizie dei partiti sciti Dawa e Sciri (Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iran), ai quali erano legati tutti i primi ministri quisling – Al Jaafari, Alawi, Al Maliki - succedutisi dal primo "governo provvisorio" del viceré Usa, Paul Bremer, e "legittimati" via via da elezioni-farsa alle quali la maggioranza sunnita non partecipava e la minoranza scita partecipava sotto la minaccia della fatwa dell’ayatollah iraniano Al Sistani, trapiantato dall’Iran a Najaf. E se le milizie Al Badr, dello Sciri di Abdelaziz Al Hakim, avevano legami organici con il ministero degli interni, nelle cui segrete venivano torturati e trucidati a centinaia resistenti veri o presunti e, comunque, sunniti, quelle del chierico che dominava la città-sobborgo di Sadr City (già città-modello per i profughi dal Sud uranizzato da Bush padre, poi ridotto a fatiscente slum), Moqtada al Sadr, chiamate "Esercito del Mahdi", agivano da pretoriani del premier Nuri Al Maliki. Lo scatenamento pieno di queste milizie, i cui capi si potevano periodicamente incontrare in colloqui con i massimi dirigenti iraniani (ci fu anche un affettuoso incontro tra Al Hakim e Bush), si realizzò, con indiscriminata ferocia, soprattutto dopo l’attentato di Samarra. In precedenza erano state le forze speciali degli occupanti ad assumersi il compito, collaudato in varie guerre coloniali, della provocazione stragista.
Si ricorderà il clamoroso episodio del 2005, quando a Basra un inconsapevole posto di blocco della polizia-fantoccio tentò di fermare una camionetta condotta da due "arabi" con indosso tanto di jallabiah e kefiah. Appena scoperto che non di arabi si trattava, ma di due agenti britannici delle famigerate SAS (Special Air Services), esperti disseminatori di bombe a Aden e a Belfast, costoro aprirono il fuoco e uccisero due poliziotti. Arrestati, nel veicolo si scoprì una vera e propria santabarbara pronta ad esplodere con comando a distanza. Erano diretti verso l’affollata piazza del mercato antistante una moschea. Prima che potessero essere interrogati, una colonna di carri armati inglesi, sparando all’impazzata, penetrò nella prigione dove erano trattenuti, abbattendone il muro di cinta e se li portò via. Analoghi episodi furono poi raccontati a giornalisti e testimoni vari da possessori di autovetture a Baghdad che, essendosi vista sequestrare la macchina da militari o poliziotti e essendo stati invitati a ritirarla qualche giorno dopo, accidentalmente la scoprirono imbottita di esplosivo. In due occasioni, riferite dal prestigioso giornalista dell’ Independent londinese, Robert Fisk, ai proprietari delle auto recuperate fu detto di dirigersi in una certa area, sempre piena di gente, un mercato o una moschea, e di chiamare al cellulare il comando di polizia per riferire cosa stava succedendo. In un caso il cellulare non aveva campo, il conducente si allontanò per chiamare e in quel momento vide saltare per aria la sua vettura; nell’altro, sempre perché il telefonino non prendeva, l’uomo chiamò da un telefono fisso, con lo stesso risultato. Dal che non è difficile capire chi tenesse il dito sul pulsante del terrorismo iracheno. Con ogni certezza gli stessi che sistematicamente rapivano, e volte uccidevano, giornalisti o pacifisti stranieri, da Giuliana Sgrena alle Simone del "Ponte per…" (incastonate nella nostra memoria per l’indecorosa sceneggiata della finta liberazione gestita dal crocerossino Scelli, con il concorso di compiacenti operatori televisivi), dai giornalisti francesi al povero statunitense Nick Berg, processato e decapitato in un video da un Al Zarkawi che, miracolosamente, aveva recuperato la gamba persa in Afghanistan e parlava con l’accento arabo di uno straniero. Un attento esame del filmato mostrò che l’ambiente delle riprese, pavimento, arredi, pareti, tinteggiatura, erano del tutto identici agli interni di Abu Ghraib… Tutto questo non lo vedevano, ovviamente, solo i giornalisti embedded, arruolati, ma anche, incredibilmente, giornalisti di sinistra come Giuliana Sgrena, affetti da un bigottismo eurocentrico per il quale condividevano con l’aggressore tutti gli stereotipi propagandistici, a partire dal "terrorismo islamico" e da "Al Qaida".
Angloamericani e iraniani: due avvoltoi sul corpo dell’Iraq
A partire da Samarra, alle bande armate filo-iraniane venne data totale libertà d’azione. Si distingueva per particolare efferatezza la milizia del doppiogiochista Moqtada Al Sadr, il giovane prete che, con due rivolte antiamericane, a Najaf e a Sadr City di Baghdad, si era guadagnato la nomea di capopopolo scita contro gli occupanti. Il ruolo effettivo da lui invece assunto, per conto sia degli occupanti sia, in misura privilegiata, degli iraniani, era quello di sterminatore di ogni presenza baathista – incessanti erano le sue manifestazioni intorno al tribunale in cui si processavano, si fa per dire, i dirigenti del governo legale, e nelle quali turbe di fanatici invocavano l’esecuzione immediata di Saddam – e della pulizia etnica dei quartieri sunniti di Baghdad. All’interno di queste operazioni assumeva un carattere particolarmente odioso la persecuzione di Al Mahdi contro i profughi palestinesi. Ce n’erano a Baghdad 40.000, cui Saddam aveva costruito un quartiere di particolare pregio. Dopo le ininterrotte irruzioni dei tagliagole di Moqtada, nell’inverno 2006-2007, ne erano rimasti 17.000. Gli altri, o trucidati, o fuggiti verso il confine siriano dove, al momento in cui scrivo, tuttora languono in tendopoli esposte al gelo e alla fame, inibiti dall’entrare in Siria, dimenticati dal mondo, anche da coloro che solidarizzano con la Palestina. Nelle loro case vivono gli sgherri del prelato scita.
Saddam sul patibolo, il petrolio in tasca alla criminalità occidentale
La guerra civile, funzionale alla frammentazione del paese e all’emarginazione della Resistenza nazionale, doveva precipitare a tutti i costi. Così a Samarra seguono, con cadenza infernale, altre stragi, nelle moschee, nei mercati, nelle università, nelle scuole, mentre i marines e l’aviazione Usa si occupano delle incursioni fuori dalla "Zona Verde" in cui sta rintanata la dirigenza degli occupanti e dei loro pseudo-governi, con spedizioni terroristiche contro i centri di cui si sospetta che alimentino la Resistenza. La quale, dal canto suo, riesce ancora a incrementare la sua efficacia fino ad arrivare, agli inizi del 2007, a una media quotidiana di cinque militari Usa caduti e di circa 120 operazioni in tutto il paese, mentre gli elicotteri degli occupanti vengono tirati giù al ritmo di almeno uno alla settimana. Il caos è totale, la vergogna di un olocausto paragonabile per efferatezza ai peggiori della storia e ormai a questi superiore per durata e dimensione splatter, intacca anche quel che rimane del sostegno o della comprensione per la strategia della cricca Bush, i contingenti dei paesi complici nell’occupazione si ritirano uno dopo l’altro, le elezioni di medio termine negli Usa – stavolta non falsate dai brogli bushiani - vanno ai democratici, i sondaggi non fanno in tempo a seguire la rotta dei consensi a Bush, nel mondo riprende vigore un movimento della pace depurato dei suoi elementi più ambigui. Diventa sempre più evidente che, se ci sono vincitori in Iraq, non sono gli Usa, ma piuttosto la Resistenza, indomata e in crescita in tutto il paese e, per quanto riguarda il controllo politico-militare delle istituzioni fantoccio e le pulizie etniche, il complice-rivale Iran con i sicari sciti al centro e i peshmerga curdi nel Nord-Est. A questo punto il rapporto tra occupanti occidentali e forze politico-militare-religiose allineate a Tehran, risoltosi in questi mesi nettamente a favore degli iraniani, rischia di subire una mutazione da collusione a collisione. Anche perché incominciano a irritarsi gli alleati storici degli Usa nella Penisola arabica, sauditi in testa, alla cui destabilizzazione ad opera della contestazione sociale interna concorrono ora anche gli agitatori della minoranza scita. Si rischia un’esplosione incontrollabile di tutta la regione. E non nel senso della ristrutturazione vaticinata dal Nuovo Medio Oriente. A Washington il subumano nella Sala Ovale può registrare solo due soddisfazioni: l’immonda farsa del processo e dell’ esecuzione di Saddam, "colui che ha attentato al mio papà", per le mani di una feccia schiamazzante, incluso a quanto pare anche lo stesso Moqtada. Soddisfazione peraltro minata dallo straordinario coraggio e dignità del presidente iracheno, innesco di una vasta, commossa e rabbiosa mobilitazione panaraba. L’altra soddisfazione la dà a lui e ai suoi sostenitori la scandalosa legge sul petrolio approvata da un parlamento di venduti a inizio 2007. Legge che rimedia alla nazionalizzazione dell’"uomo degli americani" con la cessione del 75% della ricchezza irachena alle multinazionali dell’impero, esentasse, con tutti i profitti rimpatriati, manco fossimo nel 1920 dell’apice della rapina coloniale. C’è solo da consolarsi col fatto che gli ininterrotti sabotaggi degli oleodotti e pozzi petroliferi ad opera dei partigiani iracheni stanno mandando in vacca questo furto con destrezza delle multinazionali, Eni, garantita dagli "eroi di Nassiriya", compresa.
Fermare la Resistenza, contenere l’Iran. Dal piano Baker al piano Bush al piano Baker
E’ il momento dell’Iraq Study Group messo in piedi da Bush nell’autunno del 2006, affidato all’ex-segretario di Stato James Baker e a Lee Hamilton e che produce un proposta per il quale dal pantano si può sperare di uscire soltanto con un ritorno alle armi della diplomazia e con il coinvolgimento dei paesi vicini, Siria e Iran. La banda integralista attorno al presidente, legata mani e piedi agli estremisti della comunità ebraica e a Israele, nonché al complesso petrolifero e militarindustriale, uscito enormemente rimpinguato dall’operazione Iraq, non ne vuole sapere e induce Bush a rilanciare: altri 21.000 soldati di un esercito che non ce la fa più, minato da demoralizzazione e droghe e a cui vengono a mancare gli effettivi; altre migliaia di mercenari, oltre ai centomila già impegnati nel fiancheggiamento delle truppe, altre ondate di bombardamenti sui civili e, sul piano diplomatico, una più accentuata aggressività verbale nei confronti dell’Iran, corroborata da una formidabile escalation della presenza aeronavale nel Golfo e nel Mediterraneo. Che però si deve prendere cura di Siria, Afghanistan, Somalia e Sudan. Ma la svolta avviene anche sollecitata dai paesi clienti degli Usa nel mondo arabo, in prevalenza sunnita, dall’Egitto all’Arabia Saudita, preoccupati, nella loro fragilissima posizione di regimi antipopolari, costantemente minacciati dalla contestazione di masse diseredate e escluse, ma ancora profondamente legate all’obiettivo panarabista, dalla travolgente avanzata dell’espansionismo scita di marca persiana. Ignorando il piano Baker, Washington si illude ancora una volta di poter avere ragione – attraverso l’operazione Surge di imposizione a qualsiasi costo della "sicurezza" a Baghdad, in qualche altro centro del paese ormai dato per perso nella maggior parte del suo territorio – sia della Resistenza nazionale, intatta e all’offensiva dopo oltre quattro anni, durante i quali gli Usa hanno gettato nel conflitto tutto quello che avevano, sia del concorrente iraniano. Gli alleati arabi, che all’ottusità militarista teo-neo-con oppongono una ben più consapevole e antica conoscenza delle cose nella loro regione, non si rassegnano.
A due mesi dall’inizio di Surge, gli Usa si accorgono di non essere in grado di agganciare obiettivi neppure minimi nella normalizzazione di Baghdad senza il concorso delle milizie scite. Il premier Al Maliki, a cui Moqtada al Sadr fornisce la guardia pretoriana, legato a doppio filo a Tehran e che doveva essere a un certo punto, secondo gli avvertimenti di Condoleezza Rice, spodestato e sostituito da qualcuno che esprimesse una qualche forma di "concordia nazionale" con i coinvolgimenti dei sunniti disponibili, rimane al momento al potere e, anzi, fa segretamente espatriare in Iran gli alleati Moqtada e Al Hakim, dopo che questi, per rabbonire gli Usa, avevano ordinato alle proprie formazioni armate di sostenere il "piano di sicurezza" degli occupanti. Ma la prospettiva, reiteratamente tentata, di una "riconciliazione nazionale" attivata da sparuti gruppetti di pseudo-oppposizione (comunisti ortodossi e fedifraghi, peraltro gemellati al PRC di Bertinotti, sunniti moderati, frammenti della Resistenza), regolarmente respinta dalla vera Resistenza, come dal dignitoso e irriducibile Consiglio degli Ulema sunniti, finisce nel nulla.
La trincea dell’umanità
L’impasse per gli Usa è totale, con la cancelliera tedesca Merkel, il presidente francese Chirac e addirittura Tony Blair, che sottovoce suggeriscono di dar seguito al Piano Baker; con la battaglia-simbolo di Surge a Baghdad per l’affascinante Haifa Street, meraviglia degli architetti di Saddam e sede del grandioso Museo di Arte Moderna iracheno, che dopo quattro settimane di micidiali bombardamenti e incursioni di marines e fantocci, resta imprendibile; con Falluja, Ramadi e perfino Mosul nel Nord e Basra nel Sud, che tornano a essere impraticabili per gli occupanti; con le roboanti minacce a Tehran, che cadono nella più assoluta indifferenza iraniana e non ottengono l’adesione di pezzi grossi come Russia e Cina e solo un timido accompagnamento in sottofondo da parte dell’Unione Europea. Siamo a primi di marzo e, spalle al muro, l’amministrazione Usa pare rassegnata ad accettare il concorso diplomatico consigliato da Baker: una conferenza che coinvolga i fantocci iracheni, sempre e comunque quinta colonna di Tehran, l’Iran stesso, la Siria, visto come storico fattore di equilibrio regionale, che così uscirebbe dalla tenaglia approntata con la manomissione del Libano, altri Stati arabi e forse altre grandi potenze. Si tratta di raggiungere un equilibrio tra amici arabi degli Usa e avversari iraniani, peraltro complici nello sbranamento dell’Iraq, inventandosi un interlocutore sunnita in Iraq che accetti, nel nome della illusoria "riconciliazione nazionale", un’equa suddivisione del paese tra dominatori stranieri, giocoforza a egemonia Usa. Interlocutore già affannosamente cercato varie volte, addirittura coinvolto nell’amministrazione fantoccio, ma regolarmente privato di ogni rappresentatività e, quindi, credibilità politica, dalla mancanza di base sociale. Nonostante i tamburi di guerra che da Washington continuano a rimbombare contro l’Iran, con il pretesto dello sviluppo nucleare, ma contro il vero pericolo della sottrazione dell’Iraq al controllo Usa, il pericolo del conflitto Usa-Iran sembra allontanarsi. Ai generali Usa che hanno minacciato di dimettersi nel caso di un’aggressione, è chiaro quanto agli psicopatici della guerra globale e permanente negli Usa e, soprattutto, in Israele resta oscuro: la capacità iraniana di mandare a ramengo qualsiasi progetto occidentale sull’Iraq, seconda, ma forse prima, riserva mondiale di idrocarburi, non appena un F-17 Usa si affacci dalle dune del Golfo o dai picchi nevosi del Kurdistan. All’orizzonte, inoltre, si affaccia l’annunciata e temutissima offensiva dei Taliban in Afghanistan, contro la quale britannici e statunitensi rischiano di restare soli e in mutande, nonostante il servilismo guerrafondaio del governo Prodi. Il quale Prodi, intanto, trema all’idea che, venendo trascinato dal suo imperatore nell’ulteriore guerra all’Iran, perderebbe anche gli ultimi resti di un consenso sociale in veloce evaporazione. Se guerra all’Iran ci sarà, verrà, a scanso di un pazzoide che prema il bottone, parecchio più in là. Per adesso l’antica complicità dei tempi dello Shah e di Khomeini resta, che piaccia o no, il jolly del gioco a carte mediorientale. Intanto, mentre tutti si occupavano di Libano, l’olocausto iracheno arrivava, secondo un inconfutabile studio iracheno-americano, riconosciuto da Lancet, la più autorevole rivista scientifica del mondo, a 657.000 morti ammazzati entro l’ottobre 2006. Da allora la mattanza ha assunto il ritmo di circa cento torturati e ammazzati al giorno. Li si ritrovano nei fossi lungo le strade, nei giardini, nel fiume. Perlopiù hanno il cranio, gli occhi, il corpo trapanati. Sono quasi sempre sunniti. Coloro che assistono al sequestro di queste vittime concordemente riferiscono di sicari nelle uniformi del Ministero degli Interni, o nella tenuta nera dei miliziani di Moqtada. Le stesse fonti di Lancet fanno salire a un milione gli uccisi a marzo 2007. Aggiunti ai due milioni uccisi dall’embargo, fa oltre tre milioni. Quasi tre milioni sono anche gli iracheni che hanno dovuto lasciare il paese. Prima della guerra gli iracheni erano 22 milioni. Meno sei. Ci ricorda qualcosa questa cifra? Anche gli inglesi, in 40 anni di brutale dominio coloniale, li avevano malthusianamente sfoltiti così, tra gas lanciati dagli aerei di Churchill, inedia, malaria e tubercolosi senza prospettiva medica. Anche allora con l’aiuto degli iraniani e della loro quinta colonna in Iraq. Eppure hanno perso. Oggi l’Iraq, martirizzato quanto si vuole, è tornato a essere, come ho sentito dire una volta al presidente venezuelano Hugo Chavez, la trincea della liberazione dei popoli.
Chi vivrà…Iraq!
Non posso chiudere questo capitolo senza una nota personale. Quel paese mi accompagna ogni giorno della vita. Fonte di angoscia e di affetto senza uguali. Ci ho fatto amicizia per trent’anni, l’ho seguito nelle sue spirali di tragedie e resurrezioni, come si possono seguire le picchiate, cabrate e impennate di un aquilone. Che sale, ti culla nel sogno del volo, aspirazione massima dell’uomo, metafora di un mondo di giustizia, serenità e dignità. Questo è stato l’Iraq per tanti anni, un aquilone da risalite vertiginose, una locomotiva come quella di Guccini. Una locomotiva contro la stagnazione e la rassegnazione del mondo degli emiri, rubinetti d’oro e schiavi, contro i lupi mannari che affilavano i denti alle sue porte. La possibilità della rinascita, la possibilità di tessere il futuro con il meglio di un passato senza uguali nella storia degli uomini. Un paese a cui pochissimi hanno pagato il debito della verità. I licantropi della morte e della follia lo hanno accerchiato, ciechi di buio e di abbagli che accecano e non illuminano, hanno sventrato l’aquilone con i B-52, con i mostri di morte Abrams hanno spinto la locomotiva della vita nell’abisso. Hanno azzannato, lacerato, hanno squarciato un corpo che era più bello del prigione di Michelangelo nel momento della rottura delle catene.
Era l’8 aprile 2003. La casa era al fondo di una strada che finiva sul Tigri, dove tra luci che facevano delle acque scure un controcielo di stelle, tante volte avevamo cantato, aggredito i mali del mondo là fuori oltre la Terra dei Due Fiumi, scherzato affratellati e giurato scorno alle nuvole di tempesta che già si infittivano all’orizzonte, sull’orlo del deserto dorato. E’ stata la mia ultima cena con il Dottor Rhiad, le vispissime sue figlie in vista di lauree da spendere nella pavimentazione del futuro, il figliolo che teneva a fianco il Kalachnikov come fosse un arto, come tutti gli iracheni d’onore in vista della battaglia. Battaglia finale, battaglia persa nell’immediato, ma in un segno che da noi quassù, nelle nostre paludi, s’è perso: il segno della dignità. La moglie, ricordo per sempre, teneva nel grembiule un coltello da cucina con cui avrebbe affrontato il primo straniero invasore che le fosse capitato. Patetica arma in una mano che non si sarebbe alzata in segno di resa. Sorella, la pediatra Rhiad, di quelle tre giovani donne che, nei giorni in cui scrivo, stanno per essere impiccate per non aver voluto lasciar cadere quel coltello, per non avere alzato quella mano. Avevano tirato fuori il meglio, dalla penuria dell’embargo e dei bombardamenti che li percuotevano da 20 giorni e che rintronavano anche allora, vicini ma percepiti senza un sussulto: lo hobbes caldo di forno, il dolcissimo e corroborante chai, bollente nei bicchierini svasati e orlati d’oro, i grassi pesci del fiume croccanti di scaglie bronzate, l’ultimo agnello. Un paese agnello, ma ancora e sempre con l’antico spirito del leone, il leone di Babilonia, il leone della dea Ishtar. Come sta dimostrando e continuerà a dimostrare. E Rhiad me ne rappresentava un vessillo, lui che, da quando l’embargo terminator di noialtri negava addirittura le aspirine, aveva messo su una sua clinichetta e lì, più con l’arte e l’amore che con la chimica, curava gratis la crescente folla di sofferenti, di feriti, di mutilati. Era l’ultima fiammella di un tempo in cui, come pochi al mondo, ognuno dei 22 milioni di iracheni aveva assicurata la salute gratis, dal cerotto al trapianto di cuore. L’ultima fiammella prima del tunnel buio delle privatizzazioni imposte dall’invasore e dette neoliberiste, quello tra cui ci sbattiamo noi. Quando, tra gli schianti vicini, un taxi mi portò via, una sola cosa il Dr. Rhiad perorava: cerca di mandarmi medicine. I gangster a stelle e striscie penetrarono anche in quella sua casetta-clinica, sfasciarono tutto, rubarono pochi dollari contribuiti da donatori ormai lontani, portarono via il figlio, mancarono per una volta – le ragazze erano scampate - lo stupro strategico, impunito. Impunito come tutto quello che una cosca criminale, lobotomizzate le proprie genti, asserviti i famigli, dalle rive del Potomac e del Giordano infligge all’Iraq, ai palestinesi, agli esseri umani.
Il taxi sfilava tra crateri e cumuli di macerie, tra vuoti bui là dove solo sei mesi prima era ancora luce di bombole e lampadine colorate, di braci nei carretti degli spiedini, di riflessi nello specchio del grosso barbiere battutista che rallegrava la rasatura con scintillii di cabaret, di squilli e ritmi dell’amatissimo taroccatore. Sfilava, il taxi dall’imbottitura rifatta con stoffa di divano e la collanina delle preghiere ciondolante davanti al santino dell’Imam Hussein, sotto l’Hotel "Al Mansur", poi sotto il "Palestine", dove i giornalisti alla Giovanna Botteri – culturalmente se non fisicamente embedded - celebravano l’imminente vista, dai terrazzi delle postazioni tv, dei carri Abrams. Carri che, tra tonfi e sibili, già si sentivano sferragliare in fondo alla grande arteria dei colori e odori e sorrisi di Baghdad, Shara Sadun. Chissà se avrebbero continuato a brindare, poche ore dopo, quando i gangster, punendo a cannonate chi era rimasto a raccontare il martirio e l’eroismo di Baghdad, avevano ucciso nel Palestine il mio collega spagnolo Cuso e, poco più in là, nella mai embedded "Al Jazira", l’amico Ayoub, compagno di riprese di infamie giudaico-cristiane nelle terre violentate della Mezzaluna, compagno di tante tazzine di bollente chai, all’ombra delle palme da dattero. Quattro anni dopo, i giornalisti ammazzati dai gangster dell’occupazione-collaborazione sarebbero arrivati a 130, perlopiù arabi, compreso quello che aveva filmato di nascosto i marines mentre seppellivano i corpi dei loro militi ignoti, poveri immigrati del Messico o dell’Ecuador, senza patria, diritto, tomba con bandiera a stelle striscie. Senza nome nella lista dei 200, 3000, 4000 onorati di menzione ufficiale. Lungo la via verso il riparo di Amman, correvo a fianco di un pulmino. Con chi vi viaggiava condividemmo una merenda nel posto di ristoro disintegrato fin dalla notte del 17 marzo, quando arrivai, ma subito risorto in forma di baracchino. Erano due funzionari del Ministero della Solidarietà Araba, portavano alle famiglie dei martiri palestinesi quei 20.000 dollari ciascuna che Saddam, embargo o non embargo, guerra o non guerra, aveva continuato a stanziare dal giorno della rivoluzione all’ultimo giorno di libertà, fin sotto il naso degli invasori. "L’uomo degli americani"…
Uscendo da Baghdad, schivando le lunghe e nere traiettorie dei missili, sentivo addosso un odore di morte che non veniva dai corpi squarciati, disarticolati tra buche e fossi: persone, cammelli, capre, cani. Quei cani che gli iracheni da qualche anno, diversamente dai popoli vicini, avevano cominciato ad amare e accogliere in famiglia e che ora, con loro, morivano. Lo sento ancora, quell’odore. Dovrebbe inondare il mondo. Mi diceva un grande poeta cubano: "Se uccidiamo un albero, se uccidiamo un cane, muore un arto del mondo". Morendo l’Iraq moriamo tutti.
Lo scorso luglio del 2006:
Sterminare tutti i maschi sunniti dai 15 ai 35 anni
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"Purtroppo ", dice John Podhoretz, " America e Israele sono troppo buoni".
TOO NICE TO WIN? ISRAEL'S DILEMMA
July 25, 2006 -- WHAT if liberal democracies have now evolved to a point where they can no longer wage war effectively because they have achieved a level of humanitarian concern for others that dwarfs any really cold-eyed pursuit of their own national interests?
What if the universalist idea of liberal democracy - the idea that all people are created equal - has sunk in so deeply that we no longer assign special value to the lives and interests of our own people as opposed to those in other countries?
What if this triumph of universalism is demonstrated by the Left's insistence that American and Israeli military actions marked by an extraordinary concern for preventing civilian casualties are in fact unacceptably brutal? And is also apparent in the Right's claim that a war against a country has nothing to do with the people but only with that country's leaders?
Can any war be won when this is the nature of the discussion in the countries fighting the war? Can any war be won when one of the combatants voluntarily limits itself in this manner?
Could World War II have been won by Britain and the United States if the two countries did not have it in them to firebomb Dresden and nuke Hiroshima and Nagasaki?
Didn't the willingness of their leaders to inflict mass casualties on civilians indicate a cold-eyed singleness of purpose that helped break the will and the back of their enemies? Didn't that singleness of purpose extend down to the populations in those countries in those days, who would have and did support almost any action at any time that would lead to the deaths of Germans and Japanese?
What if the tactical mistake we made in Iraq was that we didn't kill enough Sunnis in the early going to intimidate them and make them so afraid of us they would go along with anything? Wasn't the survival of Sunni men between the ages of 15 and 35 the reason there was an insurgency and the basic cause of the sectarian violence now?
If you can't imagine George W. Bush issuing such an order, is there any American leader you could imagine doing so?
And if America can't do it, can Israel? Could Israel - even hardy, strong, universally conscripted Israel - possibly stomach the bloodshed that would accompany the total destruction of Hezbollah?
If Lebanon's 300-plus civilian casualties are already rocking the world, what if it would take 10,000 civilian casualties to finish off Hezbollah? Could Israel inflict that kind of damage on Lebanon - not because of world opinion, but because of its own modern sensibilities and its understanding of the value of every human life?
Where do these questions lead us?
What if Israel's caution about casualties among its own soldiers and Lebanese civilians has demonstrated to Hezbollah and Hamas that as long as they can duck and cover when the missiles fly and the bombs fall, they can survive and possibly even thrive?
What if Israel has every capability of achieving its aim, but cannot unleash itself against a foe more dangerous, more unscrupulous, more unprincipled and more barbaric than even the monstrous leaders of the Intifada it managed to quell after years of suicide attacks?
And as for the United States, what if we have every tool at our disposal to win a war - every weapons system we could want manned by the most superbly trained military in history - except the ability to match or exceed our antagonists in ruthlessness?
Is this the horrifying paradox of 21st century warfare? If Israel and the United States cannot be defeated militarily in any conventional sense, have our foes discovered a new way to win? Are they seeking victory through demoralization alone - by daring us to match them in barbarity and knowing we will fail?
Are we becoming unwitting participants in their victory and our defeat? Can it be that the moral greatness of our civilization - its astonishing focus on the value of the individual above all - is endangering the future of our civilization as well?
jpodhoretz@gmail.com
John Podhoretz, membro del Counicl on Foreign Relations e del Project for a New American Century (PNAC).
FONTE: http://www.nypost.com/
Il signore in questione è un ebreo per cui attenzione a dargli del nazista.
Non è nemmeno un pazzo furioso che scrive una mail dal manicomio ma un potente membro del Counicl on Foreign Relations e del Project for a New American Century (PNAC).
E si direbbe che in Iraq si sta procedendo davvero allo sterminio "biblico":
Denuncia da parte dell'Associazione dgli Ulema sunniti dell'Iraq sul terrore sciita e la distruzione delle moschee sunnite
Sembra che a Baghdad le milizie sciite e le forze di sicurezza sotto comando Usa stiano combattendo da almeno dieci giorni l'ennesima battaglia di sterminio e pulizia etnica antisunnita.I diavoli non si fermano neppure d'avanti alle moschee e ne hanno integralmente distrutte e pesantemente danneggiate molte in questi ultimi giorni.Tutti i musulmani del mondo devono essere coscienti del fatto che i propri fratelli e le proprie sorelle in Iraq sono vittime di un genocidio pianificato a mente fredda che ha come scopo di distruggere tutte le moschee sunnite di Baghdad e di cacciare con il terrore tutti i sunniti dalla capitale iraqena. Si punta ad avere una Baghdad integralmente e solamente sciita da proclamare capitale del neostato rafavide che è nei piani dei neoconservatori Usa e dei loro alleati sciiti filoiraniani.L'Iraq dovrà essere diviso in tre entità separate e gli sciiti , con l'aiuto dei loro amici americani neoconservatori ,si stanno attivando con il terrore antimusulmano genocida per ridurre la parte islamica dell'Iraq al lumicino e a consegnare tutto il resto (escluso il Kurdistan) in mano ai boia del rafidismo militante.Dispiace dover denunciare questi fatti orribili frutto di una congiura e un patto di alleanza fra le forze della miscredenza che hanno sede a Washington e Teheran.Tutti questi fatti sono ampiamente documentati dai fratelli iraqeni resistenti che stanno combattendo , abbandonati dal resto dell'Ummah ,una battaglia epica contro i nuovi mongoli e i nuovi safavidi.Il dieci giugno ,ieri , i comandi della resistenza islamica iraqena e l'associazione degli ulema sunniti dell'Iraq hanno denunciato l'assedio del quartiere sunnita al-Bayya a Bagdhad.Cinque moschee sunnite sono state distrutte.Venerdi scorso le forze sciite della milizia Jaysh al -Mahdi ( sono quelli di Moqtada al Sadr) hanno fatto saltare in aria la moschea sunnita Fattah Basha , la più alta della capitale.Le milizie sciite pro iraniane hanno anche fatto esplodere una gran quantità di esplosivo nella moschea sunnita Ar-Rahman faccendo danni spaventosi alla intera struttura dell'edificio.La cosidetta "polizia" iraqena ha assistito senza muovere un dito , perchè anche loro sono sciiti fanatici e settari come i miliziani che stavano compiendo il sacrilegio sotto i loro occhi.I miliziani sciiti hanno inoltre fatto saltare in aria i minareti delle moschee sunnite Khudayr al Jannabi e al - Kawthar . Nello stesso quartiere sunnita inoltre continua da giorni il massacro e il saccheggio a danno della popolazione musulmana locale per mano delle milizie religiose sciite e della polizia del governo filoamericano.Ma la lista dei crimini contro l'Islam compiuti dagli sciiti (rafididi e nemici dei Compagni del Profeta Muhammad (pace su di lui) ). è enormemente più lunga. I miliziani sciiti hanno occupato anche la moschea sunnita as-Siddiq al - Amin (una moschea intitolata al primo califfo dei musulmani , Abu Bakr as-Siddiq (r.a) .Personaggio amato dal Profeta Muhammad e dai musulmani di tutto il mondo ma particolarmente odiato dai seguaci della setta sciita). Sono stati brutalmente assassinati l'Imam e il muezzin della moschea.Che Allah possa accogliere le anime di questi due shahid (martiri) nei livelli più alti del Paradiso.Amin ! Ma la lista dei crimini della crociata americanosciita continua.L'Associazione degli Ulema (sapienti) sunniti dell'Iraq (AMSI) ha fatto un rapporto nel quale afferma che i miliziani sciiti hanno preso d'assalto l'edificio 830 del quartiere al - Amil , questo è successo sabato 09 giugno 2007 , due giorni fa. Il giorno prima , sempre nello stesso quartiere , gli sciiti hanno bombardato i musulmani che pregavano la preghiera del venerdi nella locale moschea sunnita al Madinah al Munawwarah .Nel quartiere Sayyidiyah i miliziani della setta sciita (rafiditi) hanno aperto il fuoco ed assaltato la moschea sunnita Mu'adh ibn Jabal.Le armi usate in questi assalti sembra siano armi fornite dagli americani al governo sciita e poi ceduti da quest'ultimo ai boia antimusulmani della milizia satanica di Moqtada al Sadr.Secondo testimoni oculari i miliziani sciiti hanno istituito molti bosti di blocco nei quartieri da loro presi d'assalto allo scopo di cacciare i sunniti da Baghdad.Invito tutti i musulmani del mondo a pregare per questi nostri fratelli e queste nostre sorelle musulmani vittime di una politica genocida praticata da una setta anti -islamica al servizio delle forze del dajjal (anticristo).Per chi volesse essere aggiornato sui crimini contro i sunniti praticati dal governo sciita di Baghdad e dalle milizie del Mahdi di Moqtada al Sadr consiglio di visitare il sito ufficiale dell'Associazione degli Ulema(sapienti) sunniti dell'Iraq (AMSI) : http://www.heyetnet.org/en/component/option,com_frontpage (c'è anche versione inglese).
Roberto Minichini (in Islam Hassan Omar al hanafi al bosnavi)
FONTE: http://minichiniblog.splinder.com
Altri dettagli sulla pulizia etnica anti-sunnita volta a fermare i focolai di ribellione nell'Iraq occupato:
www.uruknet.info?p=s6607
www.uruknet.info?p=s6637
Aggiornamenti su questo sito: http://www.uruknet.info/?l=i&p=-6&hd=0&size=1
Ovviamente ogni commento è superfluo, bisogna prendere atto del tentativo della coalizione occidentale a guida americano-sionista occupante l'Iraq di perpetrare un genocidio, grazie alla cooperazione con gli "utili idioti" delle milizie settarie sciite intenzionate a sbarazzarsi della religione islamica sunnita in Iraq.


Notiziario del Campo Antimperialista ... 5 giugno 2007 ... http://www.antiimperialista.org
=> La Corte d’Appello del Tribunale di Bagdad ha sospeso l’esecuzione di LIKA, WACEN E ZAINAB, le tre donne irachene condannate all’impiccagione con l’accusa di far parte della Resistenza. La mobilitazione per salvarle, in Iraq come altrove, ha dato un primo risultato. In Italia in centinaia hanno sottoscritto la petizione contro queste condanne a morte.
CHE SIGNIFICA ESSERE CAMPISTI?
Come abbiamo accennato nel precedente Notiziario la sezione italiana del Campo ha svolto il sei maggio scorso un’ASSEMBLEA che ha adottato decisioni importanti. Esse sono contenute nel documento intitolato:
DIETRO LE LINEE
Il bilancio di un quinquennio e i nostri compiti futuri
TRENTADUE TESI PER IL RILANCIO DEL CAMPO ANTIMPERIALISTA
orientamento e direttive adottate dalla Assemblea straordinaria del 6 maggio
Vuoi scaricare il documento?
http://www.antiimperialista.org/index.php?option=com_content&task=view&id=5192&Itemid=68
http://www.antiamericanista.splinder.com/post/12518278/
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