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Blogger: MarkusWolf
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Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria. ( Ernesto "Che" Guevara: "Creare due, tre, molti Vietnam" ) «Qui non è solo che abbiamo due destre e che quella peggiore ha vinto le elezioni. Questa vittoria, coronata da quella capitolina, fotografa un paese che sprofonda nel baratro delle proprie paure, una plebaglia che andati in fumo i propri sogni piccolo borghesi di ascesa sociale, lungi dal pigliarsela col sistema capitalistico, mette in piazza i suoi lati più oscuri, le sue pulsioni securitarie più ripugnanti. Se la prende con gli immigrati che vorrebbe ridotti a schiavi, coi poveri che non vuole trovarsi tra le palle, coi musulmani colpevoli di non genuflettersi ai piedi del Moloch Occidente e dei cretini che lo abitano. Verrà, non c’è da dubitarne, il momento della caccia alle streghe, della persecuzione di tutti i sovversivi. Siamo davanti a quella che potremmo fascistizzazione sui generis». ( Campo Antiimperialista, L'ITALIA S'E' DEST(R)A )






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venerdì, 26 gennaio 2007

Comunicato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Comunicato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

 

 

emesso in occasione del trentanovesimo anniversario della fondazione
(23 gennaio 2007)

Alle masse del nostro eroico popolo palestinese,

l'undici dicembre del 1967 è il giorno in cui nacque il Fronte Popolare per
la Liberazione della Palestina (FPLP). Per commemorare questa data, il FPLP,
i suoi dirigenti, i suoi quadri, i suoi militanti ed i suoi combattenti,
rivolgono alle masse del popolo palestinese e degli altri popoli arabi
ovunque si trovino, come pure alle forze dei movimenti di liberazione e
progressisti di tutto il mondo, la loro gratitudine e stima per l'appoggio e
il supporto fornito al FPLP durante gli anni della sua lunga lotta.

Il FPLP saluta le masse della nostra nazione araba ed il popolo palestinese
dei territori palestinesi occupati nel 1948 e nel 1967, della diaspora, e
tutti i martiri del popolo palestinese e della nazione araba che sono morti
sul campo di battaglia per la dignità, difendendo la nostra causa
patriottica e nazionale, ed alla cui testa ci sono i fratelli e compagni Abu
Ali Mustafa, Yaser Arafat, Ahmad Yasin, Fathi Al-Shaqaqui, Zuheir Muhsen,
Tilaat Yacoub, Majed Abu Sharar, Abu Alabbás, Khaled Nazzal, Jihad Gibril,
Hasan Shaker e Fahed Awaad.

Salutiamo anche i combattenti del nostro popolo che si trovano nelle
prigioni dell'occupante sionista e tra i quali vi sono donne, uomini,
bambini ed anziani, così come salutiamo i fratelli e compagni prigionieri di
distinte fazioni della Resistenza palestinese, tra i quali vi sono il
compagno Segretario Generale del FPLP, Ahmad Saadat, ed il Vicesegretario,
il compagno Malouh.

In questa occasione, desideriamo inviare un sincero saluto anche ai compagni
di Hizballah, i quali hanno dimostrato sul terreno che vincere il nemico
sionista è una possibilità realistica, contrariamente a quanto affermano e
propagandano alcuni regimi arabi e forze politiche arabe disfattiste.
Salutiamo inoltre la coraggiosa Resistenza irachena, riaffermando il nostro
sentimento di orgoglio per la sua lotta contro le forze di invasione e
occupazione.

Masse del nostro popolo,

fin dalla sua nascita ­ scaturita dalla matrice del Movimento dei
Nazionalisti Arabi ­ il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
ha dimostrato, e continua a farlo, di essere fedele alle lotte e ai
sacrifici del popolo palestinese, senza mai rinunciare, nel corso degli
anni, all'obiettivo più alto per la realizzazione delle ambizioni del nostro
popolo resistente: la liberazione dall'occupazione e lo stabilimento di uno
Stato palestinese democratico su tutta la terra palestinese, come obiettivo
strategico; senza per questo sottovalutare, ovviamente, l'importanza della
realizzazione dell'obiettivo parziale, cioè lo stabilimento di uno Stato
palestinese indipendente e sovrano sui territori occupati nel 1967, con
Gerusalemme come capitale e garantendo il diritto al ritorno di tutti i
profughi palestinesi alle loro case, da dove furono cacciati nel 1948,
essendo quest'ultimo punto il fondamento stesso dell'obiettivo parziale ed
il ponte attraverso il quale passeremo a realizzare il nostro obiettivo
strategico.

La causa palestinese continua a percorrere un sentiero molto aspro, poiché
il nemico sionista ed altre componenti determinanti della cosiddetta
Comunità Internazionale, continuano a violare i diritti nazionali del nostro
popolo, lavorando ­ congiuntamente e con impegno ­ per sopprimere o menomare
tali diritti e per spingere il nostro popolo verso la sottomissione e la
resa. E così il nemico sionista sta mettendo in pratica le forme di
aggressione più orrende contro il nostro popolo, con assassinii, massacri,
demolizioni di case, devastazione ed espropriazione di terre; sta
proseguendo la costruzione dei suoi insediamenti e del suo muro di
separazione razziale; ha stretto un embargo economico e politico
asfissiante; spingendosi, per quanto attiene alle diverse forme di
repressione e tortura, perfino al di là di quanto fu partorito dalla mente
dei nazisti.

Di fronte a tutto questo, lo scenario interno al popolo palestinese, negli
ultimi giorni, sta vedendo crescere lotte e schieramenti contrapposti che
sono giunti quasi al punto di provocare un'inutile guerra tra palestinesi, è
questo un problema che si è ormai trasformato in un pericolo reale: non
tanto e non solo per le diverse fazioni della Resistenza, ma anche e
soprattutto per la causa nazionale e per tutto il popolo. Essendo questa la
situazione, non vi è altra via d'uscita che quella di sforzarci tutti per
recuperare la coscienza fondamentale dell'interesse nazionale, allontanando
il particolarismo "di fazione" e il fanatismo settario, e di avanzare
seriamente verso la costruzione di una reale unità nazionale, alla quale
devono partecipare tutte le fazioni politiche e le personalità patriottiche
palestinesi, ciascuna forza secondo il peso che possiede sul terreno e in
base ad un programma di principi nazionali che garantiscano la
partecipazione di tutti alla costruzione del futuro palestinese.

Esigiamo quindi che tutti, noi inclusi, si occupino della necessità di
lavorare per la costruzione e il rafforzamento dell'unità nazionale, poiché
siamo fortemente convinti che il conseguimento di questa unità sia
possibile, sempre che ci si sforzi di farla crescere e alimentarla con le
sostanze nutrienti necessarie, che sono costituite dai seguenti punti
fondamentali:

1. La necessità che tutte le forze politiche, senza eccezioni, partecipino e
lavorino alla ricostruzione e riattivazione dell'OLP(1) ­ in tutti i suoi
organismi, sia di direzione sia di base ­ in quanto l'unica e legittima
rappresentante del popolo palestinese e sulla base del riconoscimento
solenne dei principi nazionali, tanto in forma verbale che nella pratica.

Per quanto riguarda questa necessità, il punto di partenza è rappresentato,
nel concreto, dalla immediata ricomposizione, sulla base di elezioni, di un
nuovo Consiglio Nazionale Palestinese e ­ seguendo i procedimenti concordati
tra tutte le fazioni palestinesi lo scorso anno al Cairo, dato che a questo
primo passo dovranno seguirne altri, che riguarderanno il Consiglio
Centrale, il Comitato Esecutivo e gli altri organismi, fino a completare la
riforma democratica dell'OLP ­ puntando in tal modo a garantire il rispetto
dei principi nazionali ed a restituire alla Carta Nazionale Palestinese(2)
il suo giusto valore.

2. L'importanza di continuare la Resistenza in tutte le sue forme, inclusa
la lotta armata, come un'opzione strategica nel confronto con l'occupante,
fino a debellare completamente l'occupazione e senza fare affidamento sui
negoziati con il nemico. Per quanto concerne le negoziazioni, chiediamo che
il dossier palestinese sia trasferito agli uffici delle Nazioni Unite
attraverso la convocazione di una Conferenza Internazionale promossa
dall'ONU, e ciò in quanto alternativa alle negoziazioni bilaterali col
nemico, ai progetti della "Road Map"(3) e del "Quartetto",(4) nonché ai
tentativi del nemico di imporre soluzioni unilaterali, tutte cose che
invitiamo le forze politiche palestinesi a respingere, tanto nella forma
quanto nel contenuto.

3. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è stato tra i primi
a richiedere un governo di unità nazionale, in seguito alle elezioni
legislative [dell'ANP, NdT] e tenendo conto dei risultati delle stesse. Oggi
continuiamo a ribadire l'importanza della formazione di un governo di questo
tipo, sulla base del Documento della Concordia Nazionale(5) come programma
politico. Allo stesso modo, riaffermiamo la nostra contrarietà a tutti i
tentativi di sminuire questo documento attraverso l'introduzione di
modifiche o vincolando la sua applicazione ad altri documenti che potrebbero
annullarla o menomarne il contenuto.

Poiché il governo di unità nazionale è una delle preoccupazioni più
importanti del nostro popolo e delle sue organizzazioni di Resistenza,
sollecitiamo tutti a tener conto della necessità che alle trattative per la
formazione del governo partecipino tutte queste organizzazioni, più le forze
vive del popolo palestinese, e quindi a non cercare di appropriarsi
anticipatamente, monopolizzandole, di funzioni o assegnazioni particolari.

4. Nonostante l'accordo concluso tra cinque organizzazioni della Resistenza
per sospendere il lancio di razzi in cambio della fine delle aggressioni del
nemico contro il nostro popolo, il nemico prosegue la sua aggressione contro
il nostro popolo in Cisgiordania.

Indipendentemente dal modo in cui le altre organizzazioni della Resistenza
interpreteranno l'accordo citato, noi lo tratteremo nella seguente maniera:
a) la sospensione del lancio di razzi è subordinata al ritiro delle truppe
sioniste dalle zone rioccupate a Gaza e in Cisgiordania, e inoltre
all'impegno del nemico nel fermare le invasioni e le aggressioni, sia quelle
condotte attraverso bombardamenti, assassinii, persecuzioni dei combattenti
palestinesi, sia quelle attuate attraverso la demolizione delle case. La
fine delle aggressioni dovrà estendersi anche alla Cisgiordania. Qualora non
siano rispettate queste condizioni, ci riterremo liberi dall'accordo citato;
b) in ogni caso, non consideriamo l'accordo riguardante la sospensione del
lancio dei razzi come un accordo vincolante alla sospensione di altre forme
di Resistenza armata e di operazioni militari; c) non consideriamo l'accordo
riguardante la sospensione del lancio dei razzi neanche come un accordo
"sine die", cioè a tempo indeterminato, e quindi non lasceremo che conduca
ad una situazione politica congelata e statica; d) ovviamente non
consideriamo il periodo di sospensione del lancio dei razzi come un periodo
di tregua. Qualsiasi futuro accordo per un periodo di tregua con il nemico,
richiederà il dialogo più completo tra le forze palestinesi, affinché si
possa giungere ad una convenzione palestinese che individui una serie di
punti rispetto ai quali il nostro nemico dovrà impegnarsi in cambio di un
periodo di tregua totale.

5. In seguito alla vittoria di Hamas alle elezioni legislative e alla
formazione del nuovo governo, le parti attive della cosiddetta Comunità
Internazionale, di comune accordo con alcuni regimi arabi e con influenti
ambiti palestinesi, hanno cercato di fare pressione sul governo di Hamas
attraverso diversi mezzi e modalità, con l'obiettivo di abbatterlo o
sottometterlo per costringerlo ad accettare le condizioni del
"Quartetto".(6) Nell'ambito di questa politica, si è giunti fino ad imporre
l'embargo contro il nostro popolo. E nonostante l'embargo stia arrecando
grandi danni al nostro popolo, le citate parti coinvolte perseverano nella
loro politica finalizzata a conseguire i loro obiettivi. Noi, nello stesso
momento in cui condanniamo queste politiche, chiediamo la rottura
dell'embargo imposto al nostro popolo: senza condizioni preliminari né
ricatti.

Chiediamo ad Abu Mazen di compiere azioni serie e conseguenti nei confronti
di tutte le parti coinvolte, con l'obiettivo di rompere l'embargo.

6. Nonostante l'incessante succedersi di eventi importanti, la questione dei
prigionieri palestinesi nelle carceri dell'occupazione continua ad essere in
cima alle preoccupazioni del nostro popolo, e a tal proposito vogliamo
ribadire quanto segue: a) consideriamo importante coordinarci con i compagni
di Hizballah per quanto attiene alla questione del soldato israeliano
prigioniero, in quanto crediamo che il coordinamento potrebbe rafforzare la
posizione negoziale palestinese nelle trattative per lo scambio; b) in
merito a questa questione, la trattativa col nemico deve avere un solo
obiettivo: lo scambio di prigionieri, senza cedere alle tattiche del nemico
che invece cerca compromessi su altri temi politici; c) ribadiamo la nostra
posizione circa l'importanza di far coincidere i tempi della liberazione dei
prigionieri durante lo scambio, senza cadere nelle trappole dal nemico e
senza credere alle sue promesse di liberare i prigionieri palestinesi
successivamente, dopo la liberazione del soldato prigioniero; d) insistiamo
nel rivendicare la necessità che il compagno Ahmad Saadat, Segretario
Generale del FPLP, il suo vicesegretario, il compagno Malouh, e gli altri
fratelli e compagni dirigenti delle organizzazioni palestinesi siano inclusi
nel processo di scambio di prigionieri.

Masse del nostro popolo,

noi, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, commemorando il
trentanovesimo anniversario della fondazione della nostra organizzazione,
rinnoviamo l'impegno a portare avanti la rivoluzione e la Resistenza, fino
alla liberazione e fino alla vittoria.

GLORIA AI MARTIRI!

LIBERTÀ PER I PRIGIONIERI!

Dicembre 2006

--

NOTE

(1) Fondata nel 1964, l'OLP è dotata di una sorta di "Parlamento" denominato
Consiglio Nazionale Palestinese in cui sono rappresentate tutte le forze
politiche palestinesi che aderiscono all'Organizzazione. Tuttavia, già da
molti anni, il potere decisionale dell'Organizzazione è stato accentrato nel
Comitato Esecutivo, strettamente controllato da Al-Fatah anche in violazione
della Carta istitutiva. A ciò va aggiunto che con gli "Accordi di Oslo" del
1993 (firmati da Arafat, ma che il FPLP rifiutò bollandoli immediatamente
come una forma di tradimento) e quindi con la nascita dell'Autorità
Nazionale Palestinese (ANP), il ruolo dell'OLP è stato di gran lunga
ridimensionato. Non vi è nessuna continuità di genesi, politica o
istituzionale, tra OLP e ANP. Il rilancio del ruolo dell'OLP è dal FPLP
considerato essenziale per fare in modo che le istituzioni accreditate come
rappresentanti del popolo palestinese siano effettivamente espressione del
popolo palestinese e dei suoi interessi (evitando in tal modo la tendenza al
compromesso col nemico manifestata dall'ANP). Per realizzare tale rilancio,
l'FPLP considera essenziale: a) democratizzare il funzionamento interno
dell'OLP (cosa che significa inevitabilmente ridimensionare il ruolo di
Al-Fatah, che infatti, al di là delle proclamazioni formali, si oppone a
tale proposta); b) includere nell'OLP anche le organizzazioni islamiche che
attualmente non ne fanno parte, è questo il senso dell'inciso «senza
eccezioni» inserito nel comunicato (anche in questo caso la conseguenza
sarebbe un ridimensionamento del peso di Al-Fatah).

Purtroppo non abbiamo qui lo spazio per evidenziare la saggezza politica e
tattica, la correttezza e la lungimiranza, racchiuse in questa posizione del
FPLP (anche e soprattutto in relazione alle attuali condizioni sul terreno).

(2) La Carta Nazionale Palestinese è il documento costitutivo dell'OLP nel
1964, così come modificato il 17 luglio 1968 con una risoluzione approvata
dal Consiglio Nazionale Palestinese. Arafat promise agli israeliani di
modificarne alcuni contenuti, ma fortunatamente tali modifiche non si sono
concretizzate. Il rilancio del ruolo dell'OLP, così come proposto dal FPLP,
comporta quindi il rilancio dei contenuti e dei principi fissati nella Carta
Nazionale Palestinese, nella quale, tra l'altro, è scritto: «La lotta armata
è il solo mezzo per liberare la Palestina. E' la strategia globale e non
solo una fase tattica. Il popolo palestinese asserisce la sua assoluta
determinazione e ferma risolutezza a continuare la lotta armata affinché
mediante una rivoluzione popolare esso riesca a liberare il suo paese ed a
farvi ritorno».

(3) La "Road Map" è il "piano di pace" elaborato nel 2002 dal cosiddetto
"Quartetto" (composto da Stati Uniti, Unione Europea, Federazione Russa e
Organizzazione delle Nazioni Unite). La "Road Map" fu accettata dalla
presidenza dell'ANP (diretta da Al-Fatah) ma rifiutata dalle organizzazioni
della Resistenza palestinese, incluso il FPLP. Secondo quanto dichiarato da
Ahmad Saadat, Segretario Generale del FPLP, oltre a rappresentare una palese
presa in giro, la "Road Map" «si pone l'obiettivo di ridimensionare le
aspirazioni palestinesi, in modo che lo Stato venga disegnato secondo le
esigenze e le misure indicate da Israele».

(4) Attualmente il "Quartetto" cerca di imporre alle organizzazioni
palestinesi e al governo dell'ANP i tre "principi base" che equivalgono alla
resa totale della Resistenza, ovvero: la fine delle azioni armate da parte
della Resistenza palestinese, l'accettazione della "Road Map" e il
riconoscimento dello Stato d'Israele.

(5) Il Documento della Concordia Nazionale è stato redatto l'11 maggio 2006
da prigionieri di diverse organizzazioni palestinesi con l'intenzione di
proporre una piattaforma comune in base alla quale porre fine agli scontri e
alle contrapposizioni tra le organizzazioni stesse. E' stato firmato da
prigionieri del FPLP, Hamas, Al-Fatah, Jihad islamico, FDLP.

(6) Vedi nota 4.

Traduzione e note a cura del Collettivo internazionalista di Napoli
kollintern@gmail.com 
www.inventati.org/kollintern

L'Ufficio Politico del FPLP
http://www.pflp.ps

fonte: kollintern@gmail.com

postato da: MarkusWolf alle ore 20:25 | link | commenti
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HEBRON, LA BRUTALITA’ DEI COLONI

di Elle Emme

Il filmato della colona israeliana di Hebron che molesta una ragazzina palestinese ha fatto il giro del mondo. Nel video, la colona insulta ossessivamente la ragazzina e la spinge dentro la sua casa, urlandole di non uscire dalla sua gabbia. Ma l'immagine che più disturba è forse quella del soldato israeliano che se ne sta lì di fronte a guardare senza far nulla. Il filmato ha creato enorme scalpore e innescato feroci discussioni sui media e nel mondo politico israeliano: ma il dato che emerge con chiarezza da queste reazioni è soprattutto la totale ignoranza che l'opinione pubblica israeliana dimostra riguardo alla situazione dei palestinesi nei Territori Occupati. Tra i vari commenti istituzionali alla vicenda, uno dei pochi sensati è stato quello del direttore del museo dell'Olocausto, che ha ricordato come “tali episodi di violenza e persecuzione fossero quotidianamente subiti proprio dagli ebrei europei durante gli anni trenta” e ora la storia sembra ripetersi al contrario.

Il premier Ehud Olmert ha “provato vergogna dinanzi a tanta malvagità” e il ministro della difesa Peretz si è dichiarato “preoccupato per l'immagine sbagliata dell'IDF che questo filmato trasmette al mondo: l'esercito israeliano verrà percepito come complice delle azioni dei coloni.” Le associazioni israeliane per i diritti umani gli hanno subito fatto notare che l'IDF in realtà complice lo è, e a tutti gli effetti, perché sulla carta il regolamento imporrebbe ai soldati di intervenire per proteggere i palestinesi dalle violenze dei coloni. Anche se ovviamente ciò che accade quotidianamente è il contrario.

L'episodio documentato dall'associazione israeliana B'Tselem si è svolto a Hebron, la città della West Bank che forse più di ogni altra vive quotidianamente la violenza del conflitto tra coloni israeliani e residenti palestinesi. Nella città vecchia, che si inerpica sulle colline attorno alla tomba dei Patriarchi, vivono circa ventimila palestinesi. Tra di loro, si sono insediati circa cinquecento coloni. Con la consegna ufficiale di proteggere questi ultimi, i soldati dell'IDF presidiano ogni angolo della città. Le strade del mercato, un tempo fiorente e rinomato in tutta la Palestina, sono da due anni sigillate da muri di cemento e filo spinato: i coloni hanno picchiato i negozianti palestinesi e bruciato i loro negozi, costringendoli ad andarsene insieme alle loro famiglie. Le strade della città vecchia sono quasi sempre deserte, a parte i bambini che, seduti sui muretti, guardano i soldati passare. Ma ciò che resta impresso in maniera indelebile nella memoria è soprattutto un particolare: tutte le porte e le finestre delle case palestinesi sono protette da griglie di ferro. Persino i terrazzini sono completamente chiusi da gabbie protettive e i bambini passano la giornata a guardare il mondo esterno attraverso le sbarre.

I residenti palestinesi della città, stanchi di trovare tutte le mattine i vetri spaccati a sassate dai giovani coloni (e di essere sbeffeggiati dalla polizia israeliana quando vanno a sporgere denuncia), hanno provveduto nell'unico modo possibile: non avendo altro posto dove andare, hanno deciso di proteggersi trasformando le proprie case in gabbie. Proprio come si vede nel video che ha sollevato le recenti polemiche. L'elenco delle violenze quotidiane inflitte dai coloni è senza fine. Intere famiglie palestinesi vengono spesso cacciate dalle loro abitazioni, che vengono poi occupate da giovani coloni. In genere, pochi giorni dopo l'avvenuta occupazione, pattuglie dell'IDF requisiscono anche le case vicine per “motivi di sicurezza” e vi si accampano stabilmente. Ogni anno, ettari di vigneti palestinesi vengono sradicati dai coloni, per impedirne la vendemmia. Innumerevoli sono poi le testimonianze filmate delle aggressioni che i bambini palestinesi subiscono all'uscita da scuola, dove insieme alle loro madri vengono picchiati da squadre di coloni, che poi fuggono all'arrivo dell'esercito, puntualmente in ritardo.

Di fronte a queste continue brutalità, fa quasi sorridere per la sua ingenuità il video della donna colona che insulta la ragazzina palestinese. Tuttavia, il cittadino medio israeliano è rimasto scioccato da quelle crude immagini: la percezione che egli ha dei Territori è annebbiata, gli hanno solo detto che è meglio non andarci, perché è pieno di terroristi. E comunque preferisce non pensarci. Vedere con i proprio occhi che il proprio esercito, di cui anch'egli ha fatto parte, è complice delle violenze e del disprezzo dei coloni, crea un senso di profondo disagio.

Il commento del ministro dell'interno, alla vista del video, dà l'idea dell'ignoranza, o forse malafede: il ministro ha affermato che “non è tollerabile che i coloni agiscano come dei fuorilegge, la legge deve essere uguale per tutti i cittadini israeliani.” Ma a quale legge si riferiva il ministro? Se si riferiva alle leggi israeliane, allora evidentemente crede che Israele abbia già annesso i Territori Occupati. Ma nella West Bank è in vigore la legge militare che regola lo stato di occupazione. Quindi a tutti gli effetti i coloni possono continuare ad agire indisturbati, come dei veri e proprio banditi legalizzati, anzi protetti dall'esercito del proprio paese. La stessa polizia di confine, di stazione a Hebron, ha confermato che le violenze dei coloni sui palestinesi sono molto frequenti, ma spesso vengono compiute da coloni ancora minorenni e quindi non perseguibili.

L'ignoranza sulla reale situazione nei Territori non riguarda solo gli israeliani che vivono al di qua della Linea Verde, ma anche i politici stranieri. Alcuni giorni fa, Xavier Solana, responsabile della politica estera dell'Unione Europea, ha avuto modo di rendersi conto di persona della situazione. In visita ufficiale per colloqui con Olmert e Abbas, è stato poi accompagnato in un insolito tour di Gerusalemme Est e dei vicini villaggi arabi. Al termine si è detto “profondamente scioccato” dal deteriorarsi della situazione, dall'estensione del Muro che taglia a metà interi villaggi palestinesi e dalla continua crescita delle colonie israeliane attorno a Gerusalemme, che stanno “di fatto rendendo impraticabile l'opzione dei due popoli-due stati”. Solana ha quindi invitato Israele a bloccare immediatamente l'ampliamento delle colonie e la costruzione del Muro, essendo ambedue i progetti contrari alla road map e alla legalità internazionale.

Le polemiche innescate dal recente video della colona israeliana, tuttavia, non porteranno probabilmente a nessun miglioramento tangibile. Nonostante l'indignazione politically correct del premier e di alcuni ministri, infatti, nessuno ha alzato un dito per fermare nemmeno una delle recenti leggi della vergogna approvate dal governo. Nessuno si è opposto all'estensione della legge che vieta il ricongiungimento familiare tra palestinesi che vivono nella West Bank e cittadini arabi-israeliani. Nessuno ha mosso obiezioni alla legge che vieta a cittadini israeliani e stranieri di trasportare nella propria macchina residenti della West Bank, a meno che non si tratti di datori di lavoro israeliani che trasportano propri impiegati.

Quest'ultima legge risulta particolarmente odiosa, in quanto sancisce legalmente il rapporto subalterno di classe tra occupanti e occupati. Resta da chiedersi quanti altri documenti sulle violenze dei coloni saranno necessari prima che la società civile israeliana apra gli occhi sulla brutalità dell'Occupazione e del criminale progetto della colonizzazione della West Bank, che sta minando sempre di più le flebili possibilità di soluzione del conflitto.

 

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postato da: MarkusWolf alle ore 20:14 | link | commenti (1)
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