Potere agli oppressi !

un blog d'informazione antimperialista

Chi sono

Blogger: MarkusWolf
Nome: Mark
Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria. ( Ernesto "Che" Guevara: "Creare due, tre, molti Vietnam" ) «Qui non è solo che abbiamo due destre e che quella peggiore ha vinto le elezioni. Questa vittoria, coronata da quella capitolina, fotografa un paese che sprofonda nel baratro delle proprie paure, una plebaglia che andati in fumo i propri sogni piccolo borghesi di ascesa sociale, lungi dal pigliarsela col sistema capitalistico, mette in piazza i suoi lati più oscuri, le sue pulsioni securitarie più ripugnanti. Se la prende con gli immigrati che vorrebbe ridotti a schiavi, coi poveri che non vuole trovarsi tra le palle, coi musulmani colpevoli di non genuflettersi ai piedi del Moloch Occidente e dei cretini che lo abitano. Verrà, non c’è da dubitarne, il momento della caccia alle streghe, della persecuzione di tutti i sovversivi. Siamo davanti a quella che potremmo fascistizzazione sui generis». ( Campo Antiimperialista, L'ITALIA S'E' DEST(R)A )






Categorie

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 23 ottobre 2006

Algerini a Parigi, un massacro dimenticato

Pochi scatti in bianco e nero, strappati all'indifferenza o alla colpevole ostilità della Ville Lumière dal fotografo Elie Kagan. E naturalmente le testimonianze degli algerini, dei manifestanti, di chi è sfuggito alla repressione brutale e assassina. Questo è tutto ciò che rimane, nella memoria, del 17 ottobre 1961. In piena guerra d'Algeria, a pochi mesi dall'indipendenza, il Front de Libération National aveva convocato una manifestazione contro il duro coprifuoco razzista imposto agli algerini residenti in Francia. Mentre intellettuali come Frantz Fanon, di fronte alle tiepide risposte della sinistra, denunciavano la violenza e la tortura come mezzi di ordinaria amministrazione della guerra coloniale, la manifestazione di Parigi diventava l'occasione per la vendetta da parte del governo francese. Se ne incaricarono il prefetto Papon e i suoi gardiens de la paix, responsabili, quella sera di ottobre, di uno degli episodi più infami della storia coloniale di questo paese. Ci sono voluti molti anni e il lavoro eccezionale di storici, intellettuali e artisti, perché quei crimini fossero riconosciuti e ricordati. Tra loro Olivier Le Cour Grandmaison, docente di scienze politiche e di filosofia politica all'Université d'Évry-Val-d'Essonne, autore di Haine(s). Philosophie et politique (Puf, 2002) e di Coloniser. Exterminer. Sur la guerre et l'Etat colonial (Fayard, 2005) nonché presidente dell'associazione «17 octobre 1961: Contre l'oubli».

Qual è il significato del 17 ottobre 1961 nel contesto della storia coloniale francese?
Le manifestazioni del 17 ottobre 1961 furono la risposta pacifica, organizzata nella capitale, per protestare contro un coprifuoco razzista. Razzista perché imposto ai soli algerini, che all'epoca erano ancora francesi di diritto, ma venivano chiamati «francesi musulmani d'Algeria». Uno statuto d'eccezione, perché gli effetti di una tale legislazione discriminatoria gravavano soltanto su di loro. Per impedire queste manifestazioni, il prefetto Maurice Papon mobilitò un enorme dispositivo di polizia. Il bilancio fu terribile: circa trecento algerini furono massacrati dalle forze dell'ordine, quella sera e nei giorni successivi. Sequestrati, fermati o arrestati, i manifestanti vennero spesso affogati nella Senna. Fu, a tutti gli effetti, un crimine contro l'umanità commesso dallo Stato francese, che ancora oggi non è stato ufficialmente riconosciuto dalle più alte cariche istituzionali. Né è stato giuridicamente sanzionato in alcun modo, a causa delle leggi di amnistia votate dopo la fine della guerra di Algeria. Né i sopravvissuti né i parenti delle vittime accertate e di quelle scomparse hanno potuto ottenere la minima riparazione. Né Papon, né coloro che hanno agito sotto il suo comando sono mai stati giudicati per i loro crimini.

Questa politica del silenzio e dell'oblio sui crimini di Stato sembra avere anche una controparte più attiva nella recente «offensiva» per rivalutare il ruolo positivo della colonizzazione. Qual è il significato, ad esempio, della legge del 23 febbraio 2005 in questo contesto?
Questa legge, che stabilisce una vera e propria menzogna di Stato riconoscendo un ruolo positivo alla colonizzazione, è motivata da diverse ragioni. Soddisfare certi settori dell'opinione pubblica, per esempio, e lavorare alla restaurazione dell'immagine della Francia in un difficile contesto nazionale e internazionale. Incapace di trovare soluzione ai problemi economici e sociali o di offrire delle prospettive che vadano oltre l'esibizione quotidiana delle ambizioni personali di una classe dirigente, l'attuale maggioranza tenta di resuscitare la mitologia coloniale. Pensa così di poter risollevare il prestigio e l'orgoglio del paese e dei suoi cittadini. A ciò si aggiunge, certamente, un desiderio di rivalsa politica sui progressi significativi già compiuti, come ad esempio il riconoscimento della schiavitù come crimine contro l'umanità, con la legge Taubira del 2001. La legge del 23 febbraio non ha equivalenti in nessun altro paese democratico, dove nessuna maggioranza ha mai osato legiferare per imporre all'opinione pubblica e agli insegnanti un'interpretazione ufficiale, partigiana e menzognera del passato. Un'eccezione francese, dunque, sinistra e scandalosa, che viola i diritti, le libertà e i principi che, teoricamente, dovrebbero governare una società democratica. In nessun modo lo Stato dovrebbe farsi garante di un'interpretazione particolare del passato, qualunque essa sia.

Qual è stata la risposta della società francese a questa politica revisionista e, in particolare, a questa legge?
Con la mobilitazione di molte associazioni, di storici e intellettuali, è stato ottenuto il ritiro dell'articolo 4 di questa legge, relativo al «carattere positivo della colonizzazione». Ma altri passaggi del testo restano per me inaccettabili, poiché vi è ancora espressa, in forme più blande o con eufemismi, la stessa tesi per cui la colonizzazione sarebbe stata di beneficio per i paesi e i popoli sotto il dominio francese. Per certi versi, la situazione in Francia è paradossale: «dovere della memoria» è ormai difeso da tutti, con la sola eccezione del Fronte Nazionale di Le Pen. Solo qualche settimana prima della legge sul ruolo positivo della colonizzazione, per esempio, era stata decisa la celebrazione del sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz. A ciò si aggiunge il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno, votato all'unanimità dall'Assemblea nazionale con la legge del 29 gennaio 2001, mentre è di pochi giorni fa la legge che rende perseguibile chi osa negarlo. D'altro canto si assiste alla glorificazione dell'«avventura coloniale», come alcuni osano ancora scrivere, aprendo la strada a uno spensierato revisionismo.

In questo contesto, un anno fa le banlieues francesi prendevano fuoco, rivelando la patologica incapacità della Francia nell'affrontare il proprio passato. Qual è il rapporto fra queste crisi «postcoloniali» e la storia violenta della decolonizzazione?
Non so se si tratti di un'incapacità patologica, ma cronica lo è, senza ombra di dubbio. Cominciamo col ricordare che, per fermare le rivolte del novembre dello scorso anno, su iniziativa del primo ministro, il governo ha fatto ricorso alla legge del 3 aprile 1955 sullo stato di emergenza, impiegata per la prima volta dalle autorità metropolitane proprio durante la guerra di Algeria. Una legislazione di eccezione, destinata originariamente a ristabilire l'ordine nelle colonie, è stata dunque mobilitata contro dei giovani francesi, marchiati e condannati nella più parte dei casi per la loro supposta origine etnica. Siamo di fronte alla prova, a carico delle più alte autorità dello Stato, della permanenza di una rappresentazione - e delle pratiche che ne derivano - direttamente ereditata dal periodo coloniale. Più in generale, i legami tra il passato coloniale e l'attualità si mostrano attraverso una molteplicità di elementi. Il primo riguarda senz'altro l'Islam, ritenuto da molti una religione di guerra, ostile al progresso della ragione così come alle libertà democratiche. È ciò che ripetono incessantemente i sostenitori dello scontro di civiltà, che sono riusciti a imporre una nuova doxa. Ma questi argomenti, tutt'altro che originali, sono stati forgiati per la prima volta, nel contesto francese, nel periodo della conquista dell'Algeria. Un secondo elemento di continuità fra passato e presente è l'idea per cui alcune categorie di persone, di origine maghrebina in particolare, sarebbero difficilmente «assimilabili», se non del tutto refrattarie all'integrazione, per ragioni culturali e religiose. Qui, di nuovo, riemerge una retorica in cui l'immagine di questo «tipo particolare» di cittadino francese viene costruita secondo gli stereotipi dell'«indigeno» mussulmano. Di lui si diceva, al tempo delle colonie, che non avrebbe potuto veramente accedere alla «civiltà francese». È impossibile, quindi, comprendere ciò che accade oggi in Francia senza tenere presente questo passato coloniale che non tramonta e che, per parafrasare Marx, pesa in modo visibile sulle rappresentazioni dei nostri contemporanei.

Filippo Del Lucchese

Fonte: http://www.ilmanifesto.it/
Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/18-Ottobre-2006/art74.html
18.10.2006
postato da: MarkusWolf alle ore 04:41 | link | commenti
categorie:
giovedì, 12 ottobre 2006

Omicidio Politkovskaja: Le tre ipotesi

Allora, mettiamo insieme un po' di cose, quelle che ormai si sanno.

La uccidono nell'ascensore del palazzo n. 8/12 della Lesnaja Ulica, uno stabile di nove piani nel centro di Mosca vicino alla stazione ferroviaria Bielorussia. Un anno e mezzo fa aveva comprato un trilocale al settimo piano, dove viveva da sola con il suo cane.
Sabato, intorno alle 16, ritorna con le borse della spesa dal supermercato Ramstore. Parcheggia l'auto davanti alla farmacia che si trova al pianoterra dello stabile in cui vive, compone il codice di ingresso ed entra nell'atrio.
Il suo corpo viene trovato da Nina, 14 anni, ospite a casa dell'amica Sonja che vive allo stesso piano di Anna. Nina preme il pulsante dell'ascensore, le porte si aprono e la ragazzina vede un corpo femminile immobile. Si spaventa e corre a piedi fino al settimo piano.
A quel punto un altro vicino chiama l'ascensore e la cabina sale all'ottavo piano.
- Non ho riconosciuto subito Anna, - dice Tat'jana Elizarova, pensionata - La testa era piegata sul petto leggermente di lato e i capelli coprivano metà del viso. Sulla testa ho visto del sangue, ma non molto. E c'era una macchia di sangue anche sulla gamba... Avrei voluto sentirle il polso, ma avevo paura. Ho chiamato mia figlia.
- Accanto a lei ho visto una piccola pistola con il silenziatore, - continua la figlia - Ho telefonato al "2", ma non rispondevano. Allora ho chiamato il dipartimento di polizia del nostro quartiere. Sono arrivati in fretta.

I poliziotti capiscono subito che non si è trattato di una rapina (i documenti e i soldi sono al loro posto). L'assassino era già in attesa della Politkovskaja quando è tornata dal supermercato. L'ha lasciata entrare nell'ascensore e poi le ha sparato 4 volte. L'hanno colpita almeno due proiettili, uno di questi alla testa. Un proiettile ha preso la parete dell'ascensore. Dopo aver sparato l'assassino ha gettato a terra la Makarov ed è scappato.

Secondo gli investigatori l'omicida non era un professionista e non escludono che sia già morto. Primo, sul posto sono state trovate le sue impronte digitali. Secondo, non si è nascosto dalle videocamere di sicurezza, che l'hanno inquadrato. È però difficile distinguerne il viso.

La presenza di estranei nel vecchio palazzo di Mosca non è passata inosservata.
- Sono tornata dall'istituto intorno alle 16, - dice Ekaterina, dell'appartamento accanto, - io cerco sempre di guardarmi attorno. E ho visto una donna di 20-25 anni dall'aspetto slavo che stava accanto all'ingresso dello stabile e teneva aperto il portone con un piede. Il nostro portone ha il codice, e allora ho pensato che quella donna non vivesse nel nostro palazzo. È rimasta lì una decina di minuti, guardandosi attorno, e poi le si sono avvicinati due uomini, neanche loro inquilini del palazzo. Li ha lasciati passare e poi li ha seguiti all'interno. Ho descritto tutto alla polizia, loro mi hanno fatto vedere le immagini registrate dalla videocamera. Ho riconosciuto l'abbigliamento e le sagome ma le registrazioni erano di cattiva
qualità, credo che sarà impossibile fare un identikit per riconoscerli con sicurezza.

A questo punto i quotidiani russi si concentrano su tre ipotesi possibili. Ne parlano sia Kommersant sia Izvestija. Izvestija fa un discorso più interessante e articolato. Ecco le tre ipotesi:

- La Cecenia. Di questa si è scritto e parlato molto. Però è forse la versione meno probabile. Sarebbe stato molto più facile ucciderla in Cecenia, dove andava spesso. Inoltre per Ramzan Kadyrov la morte della giornalista potrebbe essere un danno molto maggiore dei suoi scritti: i sospetti cadono infatti proprio su di lui, accusato di averla fatta eliminare.

- L'omicidio a scopo di destabilizzazione. Subito dopo la morte di Anna Politkovskaja l'Izvestija ha trovato su Internet uno studio anonimo scritto nel 2005. Vi si legge che tra le misure con cui l'ex presidente della Yukos Leonid Nevzlin (attualmente in Israele) progetta di destabilizzare la situazione in Russia era previsto anche un attentato contro la Politkovskaja. Visto che si trovava in aperto conflitto con le autorità, la sua morte avrebbe compromesso il potere costituito.
La versione che ipotizza una partecipazione all'omicidio di Nevzlin o di un altro "esule" come Boris Berezovskij può sembrare assurda e delirante. Tuttavia non è da escludere che tra coloro che hanno lasciato il paese ci sia qualcuno che vuole mostrare al mondo che la Russia è un paese nel quale è possibile morire per le proprie idee. Lo status di chi ha lasciato il paese - la condizione di coloro che "soffrono" per gli ideali democratici e la libertà - si rafforzerebbe.
Berezovskij, a proposito, a suo tempo non reagì in alcun modo alle accuse di aver attentato alla vita di Ivan Rybkin (il candidato alla presidenza Rybkin scomparve per tre giorni; risultò in seguito che era stato a Kiev, ma non fu in grado di spiegare il motivo di quella scomparsa. Secondo alcuni in quel modo si è salvato dalla morte).

- Gli ambienti militari. Anna Politkovskaja potrebbe essere stata uccisa da persone che avevano bene in mente ciò di cui la Russia ha bisogno e quelli di cui bisogna sbarazzarsi. Per esempio persone come il Colonnello Kvačkov, ufficiali con esperienza di combattimento che sanno come organizzare e mettere in pratica l'eliminazione fisica di una persona. Il motivo è comprensibile: la giornalista faceva opposizione attiva, i suoi lavori venivano spesso citati dalla stampa straniera, la sua posizione poteva sembrare "antirussa" a una parte della popolazione. L'Izvestija è a conoscenza dell'insoddisfazione degli ambienti militari nei confronti di alcuni giornalisti e politici. I più attivi tra questi militari spesso si riuniscono in piccoli circoli e discutono dello sviluppo del paese. Amano paragonarsi ai decabristi. È possibile che queste "società segrete" abbiano deciso di passare dalla teoria ai fatti.
All'Izvestija sono riusciti a trovare in rete una "lista di fucilazione", un manifesto con le fotografie di persone non gradite agli estremisti. L'ultima della lista è Anna Politkovskaja. "È importante liquidare", sta scritto sotto la foto.

Fonte:
http://mirumir.blogspot.com/
10.09.06

postato da: MarkusWolf alle ore 19:16 | link | commenti (2)
categorie:
domenica, 08 ottobre 2006

Uccisa Anna Politkovskaia, giornalista che si occupava delle violenze russe in Cecenia

MOSCA — La giornalista russa Anna Politkovskaia, nota per le sue posizioni critiche nei confronti del Cremlino particolarmente per il conflitto in Cecenia, è stata uccisa ieri a Mosca, riferisce l'agenzia Interfax. Il corpo della giornalista è stato trovato in serata nell'ascensore di casa. A un primo esame la morte sembra dovuta a colpi d'arma da fuoco. La polizia ha trovato nell'abitacolo una pistola con quattro colpi esplosi. Dimitri Muratov, direttore del quotidiano «Novaia Gazeta» per il quale la giornalista uccisa lavorava come editorialista, ha dichiarato che l'omicidio «sembra essere una punizione per i suoi articoli». Politkovskaia, 48 anni, aveva fra l'altro lavorato a una rigorosa inchiesta sulla corruzione in seno al ministero della difesa e del contingente russo in Cecenia. Nella sua lunga attività di paladina dei diritti umani nella piccola repubblica caucasica, si era fatta molti nemici, sia fra le forze russe che fra i guerriglieri. Politkovskaia aveva nel 2000 vinto il premio «Penna d'oro», l'equivalente russo dell'americano Pulitzer.

CECENIA: LA SPORCA GUERRA DIMENTICATA

di Anna Politkovskaya*, traduzione a cura di www.arabcomint.com

 

Tre anni fa il presidente russo Vladimir Putin ando' al potere lanciando una guerra di aggressione in Cecenia a cui, ancora oggi, la Russia si riferisce come ad una "lotta contro il terrorismo".

La guerra dimenticata, continua, con violenze inenarrabili da parte russa e con 4.000 soldati di Mosca caduti in campo a tutt'oggi. Perche'?

In Russia, la differenza esistente tra le statistiche ufficiali e la vita reale e' grande almeno quanto quella sussistente tra Putin e le liberta' democratiche. E' bene tener conto di cio', allorche' si consideri Putin un alleato nella famigerata "guerra contro il terrorismo". La differenza e' evidente per tutti coloro i quali si chiedano quale sia la realta' della Cecenia oggi.

La risposta e' che la Cecenia e' un'enclave isolata all'interno della Russia, un ghetto del 21esimo secolo. Nessuno vi puo' liberamente entrare o uscire - ne' uomini, ne' donne o bambini, ne' vecchi. I checkpoints militari sono dovunque. Per poter attraversare questi checkpoints, i civili devono inserire una banconota da 10 rubli nel passaporto. Senza questa estorsione, qualunque soldato e' libero di spararti alla schiena o di arrestarti. In entrambi i casi, le conseguenze sono fatali.

La caratteristica piu' sconvolgente della vita in Cecenia oggi, e' l'incontrollabile bufera di pallottole e missili attorno a te. Nessuno e' al sicuro. Qualsiasi discussione sui diritti umani e' semplicemente inutile, perche' in Cecenia non esiste alcun diritto umano.

In questo dramma, il ruolo pricipale spetta ai militari, mentre la popolazione civile e' una semplice comparsa. Per quanto riguarda i combattenti ceceni, invece, essi forniscono il necessario background affinche' l'occupazione della Cecenia possa essere definita "una piccola, sporca guerra".

Dall'inizio dell'invasione russa in Cecenia, oltre ai morti, ai feriti, ai mutilati, circa 2.000 civili sono "spariti", durante retate in citta' e villaggi, e non si ha piu' notizie di loro, ne' si sa se siano morti o vivi.

Le corti - che esistono solo nominalmente - non fanno nulla. La polizia e' peggio dei militari. In effetti, le peggiori camere di tortura a Grozny sono gli uffici del Ministro degli interni, e le stazioni di polizia. Il governo filo-russo imposto durante la guerra non funziona, ospedali e scuole sono distrutti, l'economia e' al collasso, il sistema bancario inesistente e soprattutto, la cosa piu' incomprensibile e' l'immagine del ghetto ceceno.

Cosa vuole Putin in Cecenia? Al posto della Cecenia? Dai ceceni? Cosa, soprattutto considerando che nessuno degli obiettivi che si era posto, dalla conquista della Cecenia alla maggiore sicurezza per i cittadini russi, e' stato raggiunto? I civili non si sentono piu' sicuri, poiche' la resistenza cecena si rafforza e cerca maggior vendetta dopo ogni assassinio subito.

I discorsi pubblici di Putin sono infarciti di proclami sulla grandezza della potenza russa, ed il suo pubblico ci crede. In cosa, specificamente, si manifesta lo status di grande potenza della Russia? Quali aspetti della vita in Russia dimostrano che c'e' qualcosa di cui andare fieri oggi?

La Russia di Putin non ha alcun aspetto positivo. L'economia e' nelle mani di pochi oligarchi. La corruzione e' rampante. La rete della nostra sicurezza sociale e' inesistente. In effetti, non c'e' nulla su cui costruire una politica interna. Ma, cio' nonostante, il popolo russo vuole sentirsi dire che vive in uno stato grande ed importante.
La Cecenia fornisce il lievito per la crescita di una mentalita' di super-potenza, la base della moralita' dello stato di Putin. Per questa ragione, Putin consente all'esercito di macchiarsi, quotidianamente, di crimini ed atrocita'. In effetti, fornendo la base ideologica alla sua lotta contro i ceceni, Putin incoraggia i militari a compiere azioni irresponsabilmente criminali in Cecenia. Il Putinismo e' ugualmente apprezzato da tutti coloro che, in America ed Europa, hanno caldeggiato ed accolto con favore l'abilita' del presidente russo di tenere il suo paese sotto controllo. Tra tutti i premiers ed i presidenti occidentali, non ce n'e' uno solo che voglia disturbare l'alveare russo sollevando il problema della catastrofica situazione in Cecenia.

Cosi', America, Europa e Putin, tutti felici e contenti l'uno dell'altro, affondano nel fango di compromessi che appare un tradimento. Questo tradimento diventera' sempre piu' profondo mano a mano che Bush e Putin si sosterranno reciprocamente nelle loro rispettive campagne contro il terrorismo internazionale. Nei suoi incontri con Putin, Bush dovrebbe ricordare tutto cio': i compromessi continui non faranno altro che rafforzare il Putinismo, e chiuderanno sempre piu' i ceceni nella trappola di questo ghetto del 21esimo secolo.

*Anna Politkovskaya e' la corrispondente speciale del giornale russo "Novaia Gazeta" ed autrice di : "Una sporca guerra: una reporter russa in Cecenia".

postato da: MarkusWolf alle ore 18:29 | link | commenti
categorie:
venerdì, 06 ottobre 2006

A decine di migliaia manifestano sostegno al governo Hamas. Energica oratoria di Haniyah.

Oggi, venerdì di preghiera e di Ramadan, decine di migliaia di sostenitori di Hamas si sono riuniti nello stadio di Yarmouk, nella centro della città di Gaza a sostegno del governo palestinese. 

Il primo ministro palestinese Ismail Haniyah si è rivolto loro con una retorica energica e veemente, ed è stato molto applaudito. Ad un certo punto si è sentito male ed è stato soccorso, riprendendosi poco dopo.

Le foto del leader di Hamas in esilio in Siria, Khalid Misha'al, erano proiettate sugli schermi vicino a quelle di Haniyah, mentre sembra che mancassero quelle del presidente Abu Mazen.

Il premier ha accusato alcuni partiti nazionali e internazionali di essere coinvolti nell'imposizione dell'assedio ai palestinesi, e nelle "ingiuste e inique sanzioni Usa".

Haniyah ha affermato che "non ci imporranno le loro posizioni", e ha aggiunto che il governo attuale è frutto di elezioni democratiche, ed è legittimo. "Siamo stati scelti per il programma di resistenza che abbiamo presentato al popolo palestinese. Non siamo arrivati con tank militari o con la coalizione di Israele e degli Usa".

"Il nostro governo ha legittimità araba e islamica, ma sin dall'inizio abbiamo subito molti tentativi di boicottaggio e di attacco. Ci è stato imposto l'assedio e i valichi sono spesso chiusi. Ci sono merci bloccate nei porti israeliani, e abbiamo assistito a un'escalation massiccia di azioni militari israeliane e di arresti, oltre ad assassinii mirati".

E ha aggiunto: "Siamo passati attraverso molte fasi, compresi gli scioperi e le manifestazioni anti-governative. La prossima è l'adozione del Documento dei Prigionieri". Inoltre, "la società palestinese è quasi sull'orlo del collasso e, tra scioperi, illegalità e disordini, è quasi già stato compiuto un colpo di stato contro il governo".

Il premier si è domandato che cosa abbia a che fare la mancanza di salari con i violenti disordini scoppiati in queste settimane, e ha aggiunto che il governo rispetta la democrazia: "Non abbiamo imprigionato nessuno a causa delle sue opinioni o perché è un nostro oppositore".

Haniyah ha aggiunto che il governo ha accettato che il denaro per i dipendenti pubblici, erogato da donatori internazionali, venga accreditato attraverso la presidenza - come è già accaduto per i parziali pagamenti degli stipendi degli ultimi mesi.

E ha sottolineato di essere impegnato al meglio perché il dialogo sulla formazione di un governo di unità nazionale abbia successo; per ciò che concerne la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, il premier ha affermato che verrà liberato solo attraverso uno scambio di prigionieri.

Per quanto concerne i disordini interni, Haniyah ha aggiunto che ha chiesto al ministro degli Interni di fare di tutto per porre fine al caos e all'illegalità e per garantire la sicurezza ai cittadini, e per portare di fronte alla giustizia tutti coloro che hanno commesso assassinii.

Haniyah ha concluso la sua orazione invitando i leader di Fatah e di Hamas a incontrarsi e porre fine alla guerriglia interna, e il presidente Abbas a recarsi a Gaza per proseguire il dialogo nazionale verso il governo di unità nazionale.

06-10-2006 Gaza - http://www.infopal.it/

postato da: MarkusWolf alle ore 21:29 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 04 ottobre 2006

Sharon lo ha ammesso: “siamo giudei nazisti”

Intervista rilasciata dall'ex Primo Ministro d'Israele
Ariel Sharon allo scrittore Amos Oz
pubblicata sul quotidiano israeliano Davar il 17 dicembre 1982

- traduzione di Milly Martinelli -

"Lei può chiamarmi come le pare. Mi chiami pure mostro o assassino. Soltanto tenga presente che io non odio gli Arabi. Al contrario. Personalmente mi trovo molto meglio con loro, e specialmente con i beduini, che con gli Ebrei. Gli Arabi che noi non abbiamo ancora rovinato sono gente fiera, sono irrazionali e anche crudeli ma generosi, sono gli yids (ebrei della Mitteleuropa) che stanno piegati. Per farli star dritti bisogna tirarli energicamente dall'altra parte. In questo, in breve, consiste tutta la mia ideologia".

"Dica dello stato di Israele ciò che vuole, dica che è uno stato giudeo-nazista, come fa Leibowitz. E perché no? Meglio un giudeo nazista vivo che un santo morto. Non mi importa di essere come Gheddafi. Io non cerco l'ammirazione dei Gentili. Non ho bisogno di essere amato da loro. E neppure ho bisogno di essere amato dagli Ebrei come lei. Io devo vivere e intendo assicurarmi che anche i miei figli possano vivere, con o senza la benedizione del papa e degli altri leader religiosi citati dal New York Times. Io distruggerò chiunque alzerà una mano sui miei figli, distruggerò lui e i suoi figli, con o senza la nostra famosa purezza delle armi. E non me ne importa se si tratti di un Cristiano, di un Musulmano, di un Ebreo o di un Pagano. La Storia ci insegna che colui che non uccide sarà ucciso. Questa è una legge di ferro".

"Se anche lei mi provasse con matematica precisione che l'attuale guerra nel Libano è una sporca guerra immorale, non m'importerebbe. Dirò di più: anche se lei mi provasse che noi non abbiamo raggiunto e non raggiungeremo mai alcuno dei nostri obbiettivi in Libano, e che neppure potremo creare in Libano un regime amico né sconfiggere i Siriani e neppure l'OLP, nemmeno allora mi importerebbe. Questa guerra valeva comunque la pena di farla. Anche se la Galilea venisse di nuovo bombardata dai 'katjusha' entro un anno, anche di questo in fondo non m'importerebbe. Noi cominceremmo un'altra guerra, uccideremmo e distruggeremmo ancora e ancora finché quelli ne avranno abbastanza. E lo sa lei perché ne vale la pena? Perché sembra che questa guerra ci abbia reso ancora più impopolari presso il cosiddetto mondo civile".

"Non sentiremo più ripetere le assurdità sulla famosa moralità ebraica, sulla lezione morale dell'olocausto o sulla immagine di purezza e virtù degli ebrei emersa dalle camere a gas. Facciamola finita. La distruzione di Eyn Hilwe (è un peccato che non abbiamo spazzato via del tutto questo nido di calabroni), il salutare bombardamento di Beirut e quel modesto massacro (si può chiamare massacro l'uccisione di cinquecento Arabi nei loro campi?) che avremmo dovuto compiere con le nostre delicate mani invece di lasciarlo fare ai falangisti, queste ottime operazioni hanno troncato finalmente tutti quei merdosi discorsi su 'un popolo eccezionale, faro per tutte le nazioni' . Basta con questo popolo eccezionale, buono, faro di civiltà. Sbarazziamocene".

"Personalmente non desidero affatto essere migliore di Komeini o di Breznev, o di Gheddafi, di Assad o della signora Thatcher e nemmeno di Harry Truman che ammazzò mezzo milione di giapponesi con due belle bombe. Io voglio solo essere più intelligente, più veloce e più efficiente di loro, non più buono o più bello.. Secondo lei i cattivi di questo mondo se la passano male? Se qualcuno prova a toccarli, quelli gli tagliano le mani e anche le gambe. Sono cacciatori che inseguono e acchiappano tutto quello che gli par buono da divorare. E non soffrono di indigestione e il Cielo non li punisce. Io voglio che Israele si associ a questo club così, forse, alla fine il mondo comincerà a temermi invece di compatirmi. Forse allora cominceranno a tremare, a temere il mio furore invece che ammirare la mia nobiltà. Grazie a Dio. Lasciateli tremare, lasciate che ci chiamino uno stato aggressivo, lasciate che capiscano che siamo un Paese selvaggio, pericoloso per i popoli che ci circondano, non normale , e che potremmo diventare feroci se uccidono uno dei nostri figli, anche uno solo. Lasciate che pensino che potremmo perdere ogni controllo e bruciare tutti i pozzi petroliferi del medio oriente. Se, Dio non voglia, succedesse qualcosa a suo figlio, lei parlerebbe come me. Si rendano conto a Washington, a Mosca, a Damasco, in Cina che se uno dei nostri ambasciatori venisse ammazzato o anche un console o uno dei giovanissimi addetti d'ambasciata, noi potremmo scatenare la terza guerra mondiale solo per questo".

Stiamo parlando sul balcone della graziosa casa di campagna di Sharon, che è situata su una fiorente moshad. A occidente si vede un tramonto di fuoco e nell'aria alita un profumo di alberi da frutta. Ci servono caffè ghiacciato in grandi bicchieri. Sharon ha circa cinquant¹anni, è un uomo famoso per le sue azioni militari, ha una figura forte e pesante, porta pantaloni corti senza camicia Ha il corpo abbronzato: è l'abbronzatura di un uomo biondo che vive al sole. Allunga le gambe pelose sul tavolo e appoggia le mani sulla poltrona. Ha una ferita sul collo, gli occhi vagano sui suoi campi coltivati, butta fuori la sua ideologia con una voce roca per il troppo fumo: "Mi lasci dire qual è la cosa più importante, il frutto più dolce della guerra in Libano: è che loro ora, non solo odiano Israele, ma grazie a noi odiano anche quei feinschmecker (palati delicati) di ebrei di Parigi, Londra, New York, Francoforte, Montreal che se ne stanno nei loro gusci. Alla fine ora odiano anche queste belle anime di Yids che dicono di essere diversi da noi di non essere come Thugs israeliani, ma ebrei puliti ed educati. Ma non gli servirà a niente, a questi Yids così per benino, come non è servito all'ebreo assimilato di Vienna e di Berlino che pregava gli antisemiti di non confonderlo con i vocianti e puzzolenti giudei dell'est, perché lui si era liberato dai costumi degli sporchi ghetti di Ucraina e Polonia. Lasciamoli gridare che loro condannano Israele , che sono nel giusto, che non vogliono far del male nemmeno a una mosca, che preferiscono essere ammazzati che ammazzare, che si sono assunti il compito di mostrare ai gentili come essere buoni cristiani porgendo sempre l'altra guancia.. Questo non gli porterà alcun vantaggio. Ora stanno subendo questo odio a causa nostra E io le confesso che per me questo è un piacere".

"Questi sono gli stessi Yids che hanno convinto i gentili a capitolare di fronte a quei bastardi di Vietnamiti, a mollare di fronte a Komeini, a Breznev, a impietosirsi per lo sceicco Yamani a causa della sua difficile infanzia e a fare l'amore e non la guerra. O magari a non fare né l'una né l'altra cosa, piuttosto a scrivere un saggio sull'amore e sulla guerra. Con tutto questo abbiamo chiuso. L'ebreo è stato respinto, non solo ha crocefisso Gesù, ma ha crocefisso anche Arafat a Sabra e Chatila, ormai essi sono identificati con noi e questa è una cosa buona. I loro cimiteri vengono dissacrati, le loro sinagoghe incendiate, tutti gli epiteti sono stati rispolverati. Vengono espulsi dai club esclusivi, la gente spara contro i loro ristoranti etnici, uccidendo anche i bambini, costringendoli a cancellare tutte le insegne ebraiche, costringendoli ad andarsene o a cambiare professione".

"Ben presto i loro palazzi verranno coperti da slogan: Yids, andate in Palestina e sa che le dico? Loro verranno in Palestina perché non avranno altra scelta! Questo è il vantaggio che abbiamo ricevuto dalla guerra in Libano. Mi dica, non valeva la pena? Presto avremo tempi migliori. Gli Ebrei cominceranno ad arrivare, gli Israeliani smetteranno di andar via e coloro che se ne sono già andati torneranno. Quelli di loro che hanno scelto l'assimilazione capiranno finalmente che non gli serve a niente cercare di essere la coscienza del mondo. La coscienza del mondo si prenda nel culo quello che non gli è entrato nella testa. I Gentili si sono sempre sentiti insofferenti verso gli ebrei e la loro coscienza e ora gli Yids hanno una sola via d'uscita, tornare a casa, tornarci tutti, presto, per installare grosse porte d'acciaio, per costruire una robusta barriera, per avere mitragliatrici posizionate in ogni angolo della loro barriera e combattere come diavoli contro chiunque osi alzare la voce contro questo paese. E se qualcuno alza la mano contro di noi gli porteremo via metà della sua terra e bruceremo l'altra metà, incluso il petrolio. Possiamo anche usare le armi nucleari. Andremo avanti finché non ce la faranno più".

"Lei vorrà sapere se l'arrivo in massa di Yids, in fuga dagli antisemiti, non mi faccia temere che finiscano per rammollirci tutti coprendoci con il loro olio d'oliva. Senta, la storia è buffa, in un certo senso: possiede una sua dialettica ironica . Chi è stato colui che ha esteso lo stato di Israele quasi fino ai confini del regno di Davide? Chi ha allargato questo stato fino a coprire l'area dal monte Hermon fino a Raz Muhammad? Levi Eshcol. Fu, fra tutti, quel seguace di Gordon, che sembrava una tenera vecchia signora. Chi invece sta per spingerci dentro le mura del ghetto, chi ha ceduto tutto il Sinai al fine di conservare un' immagine civile? Il governatore di Beltar in Polonia, quell'uomo coraggioso di Menahem Begin. Non si può mai dire. Una cosa sola so di certo: finché ti batti per difendere la tua vita tutto è permesso. Anche cacciar fuori tutti gli Arabi dalla West Bank. Tutto".

"Leiboviz aveva ragione. Davvero siamo giudei nazisti. Perché no? Un uomo che si lasci ammazzare, che lasci fare sapone dei suoi bambini e paralumi con la pelle della sua donna è un criminale peggiore dei suoi assassini. Peggiore dei nazisti Se i suoi garbati e civili genitori fossero venuti qui in tempo invece di scrivere libri sull'amore per l'umanità e di cantare 'Ascolta Israele', mentre camminavano verso la camera a gas; se invece (e non si scandalizzi) avessero ucciso sei milioni di Arabi, ma anche solo un milione, che cosa sarebbe successo? Sicuramente sarebbero state scritte due o tre brutte pagine nei libri di storia, ci avrebbero appioppato ogni sorta di appellativi, ma oggi potremmo essere qui come un popolo di ventidue milioni di persone".

"Ancora oggi sono disposto a offrirmi volontario per fare il lavoro sporco per Israele, per uccidere quanti Arabi è necessario, per deportarli, per espellerli e bruciarli in modo che tutti ci odino , per togliere il tappeto da sotto i piedi degli ebrei della diaspora così che essi siano costretti a correre da noi piangendo. Anche se ciò significa vedere saltare per aria una o due sinagoghe qua e là, non m'importa. E non mi preoccupo se a lavoro finito sarò messo di fronte al tribunale di Norimberga e poi messo in carcere a vita. Impiccatemi se volete come criminale di guerra. Così voi potete ripulire la vostra ebraica coscienza ed entrare nel rispettabile club delle nazioni civili, che sono ampie e sane.. Ciò che voi tutti non capite è che il lavoro sporco del sionismo non è ancora finito. Siamo ancora lontani dalla fine . E' vero, avrebbe potuto essere finito nel 1948, ma voi avete interferito, lo avete fermato. E tutto questo a causa della ebraicità delle vostre anime, a causa della vostra mentalità di diaspora. Perché gli ebrei non afferrano le cose con rapidità. Se apriste i vostri occhi e vi guardaste attorno vi accorgereste che l'oscurità sta di nuovo calando sul mondo. E noi sappiamo che cosa succede a un ebreo che sta isolato nel buio. Perciò sono contento che questa piccola guerra in Libano abbia spaventato gli Yids. Si spaventino pure, soffrano, così si affretteranno a tornare a casa prima che venga buio del tutto. Per questo, io sarei un antisemita? Bene. Allora non citi me, citi Lilienblum che non è sicuramente antisemita, tanto è vero che una strada di Tel Aviv porta il suo nome (Sharon cita leggendo in un quadernetto che stava già sul suo tavolo quando sono arrivato).

"Tutto ciò che sta accadendo non è forse un segno che i nostri antenati vollero e noi stessi vogliamo, essere perseguitati, che a noi piace vivere come zingari... e questo è Lilienblum a dirlo, non io. Mi creda ho studiato la letteratura sionista, posso provare quello che dico. E scriva pure che io sono una disgrazia per l¹umanità. Non me ne importa, anzi. Facciamo un patto: io farò tutto il possibile per espellere gli Arabi da qui. Io farò tutto il possibile per incrementare l'antisemitismo e lei scriverà poesie e saggi sull'infelicità degli Arabi e si preparerà ad assorbire gli Yids che io costringerò a rifugiarsi in questo paese e ai quali insegnerò ad essere un faro per i Gentili. Cosa ne dice?".

A questo punto ho interrotto il monologo di Sharon per un momento e gli ho espresso un pensiero che mi passava per la testa e che forse riguardava più me stesso che il mio ospite. Era possibile che Hitler avesse non solo ammazzato gli Ebrei ma anche avvelenato le loro menti? E che questo veleno assorbito in profondità fosse ancora attivo? Ma neppure questa idea è riuscita a suscitare la protesta di Sharon, o a fargli alzare la voce. Dopo tutto lui stesso dice di non aver mai alzato la voce sotto stress, nemmeno durante la famosa operazione alla quale è associato il suo nome.

[Nel 1982 Amos Oz pubblicò questa intervista insieme ad altre ne suo libro in Ebraico: Amos Oz: Poh va-sham be-Erets-Yisra'el bi-setav, 1982 , ripubblicata poi nel 1986 da Am Oved,Tel-Aviv. L'intervista compare alle pagine 70-82. Amos Oz non menziona il nome di Sharon, ma usa l'abbreviazione Z. I fatti indicati da Amos Oz confermano chiaramente che la persona intervistata è Ariel Sharon. Il libro è stato pubblicato in Francese: Amos Oz: Les voix d'Israël, translated by Guy Seniak, Calmann-Lévy, Paris, 1983, dove l'intervista compare alle pagine 79-91. Anche in questo caso Amos Oz non menziona il nome di Sharon ma usa l'abbreviazione T. Un'altra versione francese appare anche nella Lettera n° 2 di FAITS ET DOCUMENTS, 3 Settembre 2001: http://www.argent.fr/fetd2.htm . Lo stesso libro è stato pubblicato in Inglese: Amos Oz. In the Land of Israel, translated by Maurie Goldberg-Bartura. 1st Vintage Books Edition. New York: Vintage Books, 1984. Neppure qui Amos Oz menziona il nome di Sharon, ma usa l'abbreviazione C. L'intervista qui riportata è quella pubblicata, tra gli altri, sul sito http://www.counterpunch.org/pipermail/counterpunch-list/2001-September/013054.html dove si indica che la persona indicata con C. è Sharon]



...Sharon quindi conferma quanto ha scritto l'Ucoii nella sua ormai famosa pagina a pagamento... Evidentemente era anche lui un islamico, che dissimulava!, d'altronde ha pure ordinato il ritiro da Gaza!

Shalom :-)

postato da: MarkusWolf alle ore 13:20 | link | commenti (2)
categorie: