Potere agli oppressi !

un blog d'informazione antimperialista

Chi sono

Blogger: MarkusWolf
Nome: Mark
Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria. ( Ernesto "Che" Guevara: "Creare due, tre, molti Vietnam" ) «Qui non è solo che abbiamo due destre e che quella peggiore ha vinto le elezioni. Questa vittoria, coronata da quella capitolina, fotografa un paese che sprofonda nel baratro delle proprie paure, una plebaglia che andati in fumo i propri sogni piccolo borghesi di ascesa sociale, lungi dal pigliarsela col sistema capitalistico, mette in piazza i suoi lati più oscuri, le sue pulsioni securitarie più ripugnanti. Se la prende con gli immigrati che vorrebbe ridotti a schiavi, coi poveri che non vuole trovarsi tra le palle, coi musulmani colpevoli di non genuflettersi ai piedi del Moloch Occidente e dei cretini che lo abitano. Verrà, non c’è da dubitarne, il momento della caccia alle streghe, della persecuzione di tutti i sovversivi. Siamo davanti a quella che potremmo fascistizzazione sui generis». ( Campo Antiimperialista, L'ITALIA S'E' DEST(R)A )






Categorie

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
mercoledì, 21 giugno 2006

Franz Fanon e la psicologia liberatoria dell’immigrato e del colonizzato

Franz Fanon e la psicologia liberatoria dell’immigrato e del colonizzato

Premessa.

Franz Fanon viene oggi ripubblicato in Francia, la psicanalista algerina Alice Cherki ha pubblicato recentemente una bella biografia dello psichiatra martinicano e teorico delle lotte di liberazione dei popoli colonizzati . Vengono ristampati testi come "Pelle nera e maschere bianche" e "I dannati della terra"; perché questo revival? Fanon, oltre ad essere stato uno dei massimi teorici dei movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo, è stato un attento analista dei meccanismi di alienazione mentale e culturale dei colonizzati e degli immigrati. La sua opera è spesso nota per i suoi scritti politici e molto meno per il suo lavoro di psichiatra e terapeuta durante il suo soggiorno in francia e durante la sua direzione del Manicomio di Blida in Algeria. Occorre ricordare qui che Fanon ha iniziato la sua carriera di medico psichiatra lavorando con François Tosquelles; lo psichiatra di origine spagnola che sperimentò le prime forme di deistituzionalizzazione con la malattia mentale a Saint-Alban. Fanon prova a trasferire l’approccio socio-terapeutico di Tosquelles nel suo lavoro con gli immigrati in Francia(ne risulterà il lavoro "pelle nera e maschere bianche") e poi nella gestione dell’ospedale psichiatrico di Blida dove introdurrà delle innovazioni rivoluzionarie. Questo spiega perché Franco Basaglia in Italia farà riferimento all’esperienza di Fanon.Quello che mi sembra ancora oggi il contributo maggiore di Fanon è la sua analisi della psicologia del colonizzato e dell’immigrato;non dimentichiamo che quest’afro-americano della Martinica ,cresciuto nella cultura francese conoscerà sia la situazione coloniale che la condizione dell’immigrato nero in Francia. Spiegherà come i neri della Martinica si sentivano più francesi dei neri provenienti dall’Africa; ed è con questa illusione che approderà in Francia prima per combattere nell’esercito francese contro l’invasione tedesca e dopo per studiare e specializzarsi in psichiatria. Perde subito le sue illusioni , scopre che per i francesi di Francia è un "negro" come tutti gli altri. Questo lo porterà a ragionare sulla costruzione del pregiudizio razziale nei sistemi socio-culturali e sulla strutturazione del complesso d’inferiorità nel colonizzato ma anche nell’immigrato(che spesso proviene dalle colonie). Fanon coglie molto bene- utilizzando l’opera di Merleau-Ponty sulla fenomenologia delle percezione e di Adler sul complesso d’inferiorità- il meccanismo ambivalente del rapporto del colonizzato con il colonizzatore, del nero con il bianco e dell’immigrato con l’europeo; ambivalenza dovuta all’interiorizzazione del modello del dominatore- poiché questo tipo di relazione è improntata sul dominio- , ma di una interiorizzazione conflittuale , quasi schizofrenica. Il colonizzato finisce per identificarsi , in positivo e in negativo, con il colonizzatore; e Fanon notava come questo avveniva per il nero nel suo rapporto con il bianco e per l’immigrato in generale- soprattutto se proveniente da situazioni di colonizzazione- nel suo rapporto con l’europeo. Questo provoca una lacerazione destabilizzatrice e alienante che depriva il colonizzato del proprio se; questo processo di alienazione si traduce con un rapporto di dipendenza mentale e psicologica che rischia di fare esplodere la struttura psichica- identitaria . Questo spiega, secondo Fanon, perché il nero vuole diventare bianco(quello che chiama "processo di lattificazione") e l’immigrato vuole assomigliare all’europeo. Ma questo doppio legame produce disagio psichico-esistenziale(divento estraneo a me stesso e non so più chi sono io) e anche una modalità di volere liberarsi che assomiglia molto alle modalità dell’oppressore.
Nel suo lavoro di terapeuto con gli immigrati africani in Francia Fanon nota che molti disturbi(disturbi della sessualità, disturbi della relazione, somatizzazioni, senso di persecuzione, nevrosi e psicosi di vario tipo) hanno cause socio-relazionali; sono il prodotto di storie di interiorizzazioni continue e di caduta dell’autostima; la mancanza di autonomia , la difficoltà di ridefinirsi come progetto esistenziale e anche come identità nuova; la paura della libertà finiscono per riprodurre il blocco psichico e la continua dipendenza dall’altro. Dipendenza che è presente , secondo Fanon, anche quando il colonizzato o l’immigrato si oppone radicalmente a chi l’opprime con le stesse modalità e gli stessi strumenti. Tipici i casi di identificazione negativa o positiva con l’oppressore ; l’assimilazione e l’autoisolamento sono le due facce dello stesso processo di alienazione e quindi di estraniazione. Cioè la perdita totale delle proprie origini e la difese ad oltranza di una identità che è sempre situata, plurale e in movimento. Dopo un primo interesse per le teorie della negritudine sviluppate dal poeta martinicano Aimé Césaire e da Léopold Sédar Senghor prende le distanze e mette in evidenza che non basta proclamare la propria diversità , nella misura in cui questa proclamazione può trasformarsi in un atteggiamento autoreferenziale di difesa di una identità che , nei fatti, non esiste concretamente. Non è casuale se Fanon dialogherà tanto con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre che affermava che ogni essere umano è situato nel tempo e lo spazio; che ognuno di noi è insieme significato e significante;cioè produce dei significati, attribuisce un senso alla propria esistenza ma è anche , contemporaneamente,prodotto dal contesto e dagli altri. Sartre scriveva nella prefazione ai "Dannati della terra" che il razzista che crea il "Negro"- e non il contrario- esattamente come- questo lo scrive nella "Questione Ebraica"- è l’antisemita che crea l’Ebreo. Partendo dalla sua esperienza personale Fanon arriverà alla conclusione che l’uomo è il costruttore della propria storia ma che la sua storia la crea in un contesto storico e socio-culturale che non ha scelto lui. La diversità non può essere colta che in una prospettiva situazionale e relazionale dove esiste anche la similitudine; per cui il nero prima di essere un nero è un uomo , esattamente come il bianco. E solo quando il nero, il colonizzato e l’immigrato riusciranno a prendere coscienza della propria condizione storico-concreta che potranno recuperare il proprio sé ed esprimere la propria diversità. Questo è la ragione per la quale Fanon proporrà un approccio terapeutico originale nel lavoro con gli immigrati con disturbi psichici e con gli algerini rinchiusi nel manicomio di Blida; il suo modello è quello della socio-terapia cioè di un percorso di cure, inteso come processo di liberazione, che passa attraverso la socialità e quindi il recupero delle capacità relazionali e della propria autonomia soggettiva. Penso che il lavoro di Fanon va riletto da parte di tutti gli operatori o ricercatori che si occupano oggi di immigrazione perché presentà delle riflessioni di una grandissima attualità.








Alcuni brani di Franz Fanon:(il Negro e l'Altro)(Mi-1965)
Affrontare lo sguardo bianco

Il negro colpevole di non essere bianco
"la disgraria è che non si cessa, in nome della giustizia,di perdonarlo e ciò non fa che mettere bene in evidenza che egli è colpevole indefinitamente:colpa o difetto ,ma in ogni caso,segnato per sempre".

Bisogna mettere in libertà l'uomo
Fanon crifica il libro di Mannoni:"psychologie de la colonisation".
Il caso di un malato negro che sogna di diventare bianco(desiderio inconscio ): si deve liberare il malato per evitare la dissoluzione dello struttura psichica)
"Come psicoanalista devo aiutare il mio cliente a "coscientizzare" il suo inconscio, non più a tentare una lattificarione allucinatoria,,bensi ad agire nel senso di un cambiamento delle strutture sociali."


Fanon condivide il parere di Pierre Naville:"sono le condizioni economiche e sociali delle lotte di classe che spiegano e determinano le condizioni reali in cui si esprime la sessualità individuale."

Uno battaglia contro lo sfruttamento, la miseria, la fame.

"se è chiaro che i sogni degli uomini non bastano a trasformare il modo, indubbiamente sarebbe preferibile malgrado tutto che questi sogni avessero tendenze umane piuttosto che inumane."
Lottare contro "le strutture obbiettive d'oppressione e di sfruttamento.
Il negro - constata Fanon - non è un uomo…il negro è un uomo nero.
Fanon critica il concetto di negritudine(sviluppato da Senghor e A.Césaire e l'esaltazione della supremazia dei valori negri (totale rifiuto della civiltà bianca): è un vicolo chiuso.
"Il caso del negro che vive in ambiente bianco: l'alienazione è di natura quasi intellettuale è proprio perché concepisce la cultura europea come mezzo di staccarsi della sua razza che egli si pone in una condizione di alienato."

Presa di coscienza dell'alienazione economica, presa di coscienza dell'alienazione mentale e culturale
Lotta liberatrice.
Fanon è piuttosto impietoso verso i neri che prigionieri del loro passato di schiavi, pensano di non potersi liberare in altro modo che perdendosi nella ricerca di un passato più antico: a proposito delle negritudine Sartre (in "osphée noir") parla di momento negativo di una progressione dialettica (negatività dialettica).La negritudine come affermazione dell’identità nera di fronte a quella del bianco colonizzatore era un passaggio obbligato, ma un passaggio transitorio che deve portare all’idea di liberazione dell’uomo colonizzato in quanto uomo.
"La ricerca delle negritudine è si un certo senso per il negro il tentativo di fare l'amore con la sua razza."

"Aver coscienza di se stesso ,ed essere presente a se stesso, presente agli altri, al centro del dramma suo e degli altri"

Fanon parla di sociodiagnosi


"sul piano obbiettivo come sul piano soggettivo, deve essere proposta una soluzione…
il negro deve condurre la lotta sui 2 piani: atteso che, storicamente, questi si condizionino , qualsiasi liberazione unilaterale è imperfetta e l'errore peggiore sarebbe di credere nella loro dipendenza meccanica."
"Noi tendiamo nientemeno che a liberare l'uomo di colore da se stesso."

L’ambivalenza della psicologia del colonizzato (ma anche quella dell’immigrato)

J.P.Sartre :"per metà vittima e per metà complice, come tutti"
"Il destino del nevrotico sta nelle mani del nevrotico stesso."
Distruzione di un complesso d’inferiorità psicoesistenziale :
"Il voglio davvero portare il mio fratello,negro o bianco, a scuotere nel modo più energico la deplorevole servitù edificata da. secoli di incomprensione ."
Il negro, il colonizzato e l’immigrato si normalizzano per ragioni psicosociali: uno sforzo di disalienazione passa attraverso una terapia sociale della riapropriazione di sé, di un sé liberato dal peso dell’alienazione mentale e dal complesso d’inferiorità.
L'uomo è un essere in situazione, situato nel tempo e nello spazio: "io appartengo irriducibilmente alla mia epoca.
Ed è per essa che io devo vivere."
"Io , uomo di colo, io colonizzato,io immigrato, non voglio che una cosa:che cessi per sempre l'asservimento dell'uomo da parte dell'uomo. Voglio dire il mio asservimento da parte di una altro uomo…"
Liberare l'uomo di colore , il colonizzato e l’immigrato da se stesso vuol dire liberare l’umanità che è in ognuno di noi.
"Per noi chi adora i negri è altrettanto 'malato' di colui che li odia ".
"noi pensiamo che un individuo deve tendere a prendere su di sé l'universalismo inerente alla condizione umana ." Qui sta il processo di disalienazione dell’uomo oppresso.

"qualsiasi problema umano deve essere preso in esame a partire dal tempo. L’ideale infatti è che , sempre, il presente ,serva a costruire l'avvenire."

L’opera di Fanon comprende anche molti saggi e articoli di psicopatologia dell’immigrazione nonché sul rapporto tra medicina "occidentale" e medicina tradizionale; ci sono testi sulla condizione della donna in Africa nera e in Algeria; sulla trasformazione possibile di questa condizione attraverso le lotte di liberazione: Ci sono anche molti scritti sulle questioni legate all’identità dell’immigrato e alla sua difficoltà di ridefinirsi in un contesto socio-culturale che sottolinea in continuazione la sua condizione d’inferiorità. Alice Cherki spiega bene come Fanon affronta la questione dell’islam- non dimentichiamo che Fanon sarà uno dei membri dell’FLN algerino- ; il suo approccio è quello di un laico che vede la dimensione religiosa come dimensione culturale e costruzione storica; quindi oggetto di mutamenti e cambiamenti. Queste pagine sono un invito a recuperare Fanon per la nostra comprensione psico-sociale dei fenomeni migratori.


Alice Cherki:Franz Fanon(Paris-2000)
Franz Fanon:Ecrits(2vol)(La Decouverte-2000)
F.Fanon:Scritti scelti(2vol)(Einaudi-1973)
Alessandro Aruffo:Fanon(Piemme-1995)

Alain Goussot

postato da: MarkusWolf alle ore 05:45 | link | commenti (4)
categorie:
martedì, 20 giugno 2006

I Massacri di Sabra e Shatila

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina



I Massacri di Sabra e Shatila

Ventidue anni fa, tra il 16 ed il 18 settembre 1982, il popolo di Palestina ed il mondo intero, furono colpiti da un orrendo crimine: i sanguinosi massacri dei campi profughi di Sabra e Shatila a Beirut, in Libano.

A Sabra e Shatila, abitavano migliaia di rifugiati palestinesi cacciati dalla Palestina nel 1948 durante l’occupazione Sionista delle loro case e delle loro terre. Furono circondati e rinchiusi durante l’aggressione Sionista e l’occupazione di Beirut. Noi ora leviamo le nostre voci in onore di quei nostri martiri che morirono lottando per la nostra libertà nei campi di Sabra e Shatila e per la loro continua dedizione per la giustizia e la libertà.

Le forze Sioniste, sotto il comando di Ariel Sharon, prima ministro della difesa ed oggi primo ministro dello stato Sionista, hanno accerchiato i campi ormai svuotati dai combattenti della resistenza e abitati soprattutto da donne e bambini palestinesi e libanesi. A questo punto, Sharon ha ordinato l’entrata a Sabra e Shatila delle Forze libanesi, una milizia di falangisti di destra con stretti legami con gli occupanti Sionisti, e l’Esercito del Libano del Sud, l’esercito manovrato dell’entità Sionista in Libano. Per i due giorni che sono seguiti, aiutati dall’illuminazione dei razzi notturni e da altri appoggi dell’esercito Sionista che circondava i campi, queste milizie hanno torturato, stuprato ed assassinato migliaia di rifugiati palestinesi, con la piena approvazione ed appoggio degli invasori Sionisti.

Il sangue di migliaia di rifugiati palestinesi dei campi di Sabra e Shatila è rimasto impresso sulle mani di Ariel Sharon, che continua tutt’oggi il suo brutale massacro di Palestinesi.

Le radici del massacro di Sabra e Shatila sono da ricercare nel 1948 e nell’espropriazione ed espulsione di centinaia di migliaia di Palestinesi durante la colonizzazione Sionista e l’occupazione della nostra terra. I Palestinesi furono costretti a riparare in campi profughi sparsi in tutta la nazione Araba, gli furono negati i loro diritti e la loro identità, e furono le vittime designate dello sterminio di una nazione

Dal 1948, i Palestinesi sono stati dappertutto oggetto di attacchi alle loro vite, ai loro diritti e vivono sotto costanti e barbare aggressioni; i crimini di guerra ed il massacro di Sabra e Shatila è solo uno dei più terribili esempi.
Comunque, i massacri non sono finiti il 18 settembre 1982; non si sono mai fermati e continuano tutt’oggi. Ed i crimini continueranno fino a che non verrà realizzata la vera giustizia e la liberazione per tutti i rifugiati palestinesi con il riconoscimento del diritto a ritornare nelle proprie case e terre, e finché non verranno realizzati i diritti alla liberazione nazionale, alla sovranità e all’autodeterminazione.

L’unica difesa per i rifugiati palestinesi è l’esercizio del loro fondamentale diritto al ritorno. Le migliaia di assassinati nei campi di Sabra e Shatila sono morti lottando per quel diritto, e quello è un diritto che ancora oggi è vitale e fondamentale per i Palestinesi.

Sì, il sangue ed il massacro di Sabra e Shatila sono i crimini di Ariel Sharon; ma rappresentano di più di un crimine di un solo individuo.
Sono i crimini del Sionismo, i crimini dell’entità Sionista ed i crimini del progetto Sionista basato sull’espulsione e lo sterminio del popolo palestinese. Quindi nello stesso momento in cui Ariel Sharon è un criminale di guerra, lo sono anche Ehud Barak, Benjamin Netanyahu, Shimon Peers, Yitzhak Rabin, Yitzhak Shamir, Menachem Begin, Golda Meir, ed ogni altra persona coinvolta in quel progetto razzista di sterminio ed oppressione. La sola esistenza dell’entità Sionista in Palestina è un crimine di guerra; è basata sul massacro continuo e sull’espropriazione dei Palestinesi, la rapina e lo sfruttamento continuo delle loro risorse, e la colonizzazione continua della loro terra.

Inoltre, i crimini del Sionismo, in quanto progetto di insediamento coloniale, fanno parte dei crimini commessi dall’imperialismo degli Stati Uniti nella nazione Araba ed in tutto il mondo. Così come i Sionisti ed i loro seguaci devastarono Sabra e Shatila, gli Stati Uniti ed i suoi seguaci hanno devastato Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Angola, Mozambico, Cambogia e molte altre nazioni – nel loro piano di conquista di potere, controllo e risorse.

L’invasione Sionista del Libano ebbe la piena approvazione ed appoggio degli USA; oggi, l’entità Sionista riceve miliardi di dollari ogni anno dal governo degli USA, e continua la sua aggressione furiosa contro il popolo palestinese col patrocinio dell’imperialismo USA. Nello stesso tempo gli Stati Uniti occupano, opprimono e terrorizzano il popolo dell’Iraq, Afghanistan, Haiti, Colombia, Filippine e numerosi altri nel mondo. La brutalità ed i crimini del colonialismo Sionista e dell’imperialismo degli Stati Uniti non possono e non dovrebbero essere separati l’uno dall’altro da chi lotta contro quei crimini.

Noi stiamo lottando per la giustizia e la liberazione contro l’enorme brutalità del progetto coloniale Sionista, testimoniata a Sabra e Shatila e a Deir Yassin; a Safsaf, Lydda, Tantura e Kufr Qasem; a Qibya, Qana, Jenin, Nablus, Rafah ed in tutta la Palestina occupata. Noi ci stiamo adoperando per assicurare che crimini come quelli di Sabra e Shatila e i crimini del 1948, e tutti quelli prima, dopo e durante, non colpiscano più la nostra gente e la nostra terra; e che tutti i rifugiati palestinesi ottengano il loro pieno, incondizionato e non negoziabile diritto al ritorno alle loro case e terre d’origine.

Per ottenere la giustizia, la vittoria, la liberazione ed il ritorno, per noi è imperativo che l’unità nazionale del popolo palestinese, della sua leadership e delle sue istituzioni sia rafforzata e sviluppata. Noi abbiamo bisogno di un comando nazionale unificato, che coinvolga tutte le forze, le organizzazioni e le istituzioni Nazionali ed Islamiche di tutta la Palestina; e di rianimare la struttura dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) - dentro e fuori la Palestina - su una base democratica che comporta la rappresentanza per ogni Palestinese.

Noi guardiamo indietro con memoria ed orgoglio. Noi guardiamo avanti con costanza, sicurezza e impegno per resistere ai crimini Sionisti, per lottare per il ritorno di tutti i nostri rifugiati e per la liberazione della nostra terra.

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - FPLP


 


“DAVID BEN GURION E LA SUA PULIZIA ETNICA”

Leggendo l’intervista di pochi giorni fa sul quotidiano “Haaretz” allo storico israeliano Benny Morris, ex post-sionista, ora sionista di destra convinto, si potrebbe commentare “era noto a tutti”.
Massacri, stupri, espulsioni di decine di migliaia di palestinesi dalle loro case e dai loro villaggi avvenute nel 1948. Le rivelazioni che Morris fa, parlando del suo ultimo libro, sono di una importanza eccezionale perché, forse per la prima volta, un accademico israeliano di destra accetta di riferire, senza esitazioni, del ruolo del “padre della patria”, David Ben Gurion, nella “pulizia etnica” avvenuta poco prima e durante la nascita dello stato di Israele.
Un periodo in cui circa 700 mila palestinesi che vivevano all’interno dei confini dello stato ebraico lasciano la loro terra, su richiesta dei paesi arabi ha ripetuto per anni la storiografia ufficiale israeliana; perché espulsi con la forza dalle armate ebraiche ufficiali e dalle milizie di estrema destra, rivelano i nuovi storici.
Ex membro di un kibbutz, in passato si era anche rifiutato di prestare servizio militare nei Territori occupati, tenuto a distanza dagli ambienti accademici ufficiali per un suo noto libro sulle cause della tragedia dei profughi palestinesi, Morris durante l’intifada si è convertito alla ideologia di destra. Attraverso interviste-shoch pubblicate dai maggiori quotidiani israeliani, ha chiesto l’adozione di misure durissime contro i palestinesi e si è persino detto pentito di aver documentato in modo puntiglioso le atrocità perpetrate contro i palestinesi nella cosiddetta Guerra di indipendenza di Israele. Tuttavia ha continuato il suo lavoro, avendo questa volta, grazie alla sua conversione, accesso ad importanti fonti ufficiali.
Secondo Morris David Ben Gurion , il leader laburista e premier del nascente Stato di Israele, fomentò l’espulsione sistematica della popolazione palestinese.
“ Ci sono circostanze storiche in cui la pulizia etnica è giustificata” ha affermato Morris.
“Lo Stato ebraico non sarebbe nato senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. Era necessario sradicarli,ha aggiunto. “
Parole durissime che dovrebbero suscitare sentimenti di sdegno soprattutto in Europa dove, appena qualche anno fa, è stata seguita con orrore la pulizia etnica praticata nell’ex Jugoslavia. Affermazioni, peraltro, molto pericolose se si tiene conto che, da alcune settimane, non si parla d’altro che di demografia e del rapido aumento della popolazione palestinese nei Territori occupati e, soprattutto, di quella di Israele ( definita da più parti una “ bomba ad orologeria”.
Morris non critica Ben Gurion per la pulizia etnica ma per non aver “ finito il lavoro”.
“Penso che nel 1948 abbia compiuto un grave orrore. Visto che aveva iniziato le espulsioni, forse avrebbe dovuto completare il lavoro….Ritengo che questo posto sarebbe più tranquillo e avrebbe sofferto meno, se la faccenda fosse stata tagliata di netto; se Ben Gurion avesse fatto una espulsione in massa e avesse ripulito tutta la Terra d’Israele, fino al Giordano.”
Lo storico israeliano lascia intendere che Israele potrebbe, tra qualche anno, dover finire quel” lavoro” per garantire la sua maggioranza ebraica.
Ritornando indietro di oltre 50 anni, Morris ha affermato che Ben Gurion ammiccava ai comandanti militari affinché entrassero nei villaggi palestinesi e terrorizzassero la popolazione civile per costringerla a fuggire. Il leader israeliano, ha aggiunto, poi si preoccupava che i militari non avessero noie con la giustizia. Un Ben Gurion quindi non diverso da Rehavam Zeevi, l’ex Ministro di estrema destra che predicava il “trasferimento”, ovvero la pulizia etnica, ucciso due anni fa da un commando palestinese a Gerusalemme. Non viene risparmiato “il martire della pace” Yitzhak Rabin il quale, ricorda Morris, ordinò l’espulsione della popolazione araba di Lod (Lydda).
Le reazioni non si sono fatte attendere. La radio israeliana statale ha dedicato ampio spazio alla vicenda, la radio dei coloni, Canale 7, non ha condannato Morris, anzi, ha commentato con toni compiaciuti le sue tesi. Il deputato palestinese-israeliano Azmi Bishara, del partito Tajammo ha detto che l’intervista di Morris è di grande attualità. Bishara nei giorni scorsi, con un articolo pubblicato dal settimanale egiziano in lingua inglese Al-Ahram, aveva descritto il clima pesante,che, a suo avviso, annuncia una nuova” pulizia etnica” in Israele.
“Di recente, ha scritto, il vice premier Ehud Olmert ha ammesso che il trasferimento di palestinesi non è possibile, perché non è difendibile moralmente e perché non è realistico”.
Ma Israele, a suo parere, realizza nei territori occupati un altro modello di segregazione demografica “ che è la continuazione diretta del 1948. Gli abitanti sotto occupazione militare sono sottoposti ad una legislazione israeliana e al tempo stesso si vedono negati i diritti civili”.

ERCOLINA MILANESI
17 settembre 2004
postato da: MarkusWolf alle ore 00:28 | link | commenti
categorie:
lunedì, 19 giugno 2006

IL FASCISMO ALLA BASE DEL SIONISMO

Gli incessanti sforzi dei sionisti per nascondere il fascismo che sta alla base del sionismo hanno avuto successo, ma l'idea che il sionismo sia fondamentalmente fascista rimane e non deve essere abbandonata. Prima di tutto ci sono prove evidenti della collaborazione sionista con l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler, i due maggiori regimi fascisti presenti nella prima metà del ventesimo secolo. In secondo luogo ci sono prove della segregazione razziale, dei crimini di guerra e contro l'umanità attuati dal regime di Israele. In terzo luogo è evidente che il regime segregazionista di Israele era un regime fascista travestito da falsa "democrazia". Vladimir Jabotinsky e Abraham Stern, i fondatori dei due principali gruppi terroristici sionisti palestinesi, studiavano in Italia negli anni '20 e ammiravano Mussolini e il fascismo italiano. L'amicizia tra loro e Mussolini ebbe buoni risultati, infatti nel 1934 il duce ordinò ai suoi assassini fascisti, le "camicie nere", di addestrare militarmente 134 giovani seguaci di Jabotinsky in Italia. In seguito si creò competizione fra i sionisti più accesi e quelli più "tradizionalisti" (la "corrente principale" del movimento sionista) per ottenere i favori di Mussolini. Questi due movimenti, insieme ad altri due capi della "corrente principale", si incontrarono con Mussolini stesso quando lui fu condannato e privato dei suoi poteri dai rappresentanti delle altre nazioni a causa delle sue campagne militari e delle atrocità commesse in Africa. Circa nello stesso periodo in cui i leaders sionisti facevano a gara per ottenere i favori di Mussolini, il dittatore italiano aveva un grande ammiratore in Germania: Adolf Hitler, il futuro dittatore fascisa tedesco. Hitler e Mussolini unirono le loro forze per aiutare il generale Franco in spagna, e vi inviarono i loro contingenti militari per soffocare la repubblica e la rivoluzione del 1936. Inoltre è risaputo che l'intervento fascista in Spagna fu una delle premesse per la seconda guerra mondiale. Anche in Germania l'ammirazione per Hitler si diffuse in tutte le correnti del movimento sionista, che sperava in grandi conquiste dovute all'ascesa al potere del dittatore. I membri di tutte le frange del movimento sionista furono molto soddisfatti nel sapere che Hitler era stato nominato consigliere della Germania nel 1933. I sionisti fanatici furono i primi ad avere un collaborazionista all'interno del regime fascista di Hitler: Georg Kareski,l'allora leader dei seguaci tedeschi di Jabotinsky. Kareski fu una figura conosciuta anche fra i profughi ebrei che fuggirono verso la Palestina. Quando scoprirono che nel 1937 Kareski era emigrato in Palestina lo cercarono per tutta la nazione, ma senza successo, perché lui godeva della piena protezione dei sostenitori di Jabotinsky in Palestina. Ci saranno molti altri sionisti che collaboreranno con Hiler, e il più noto è Rudolf Kastner, capo dell'organizzazione sionista ungherese durante la seconda guerra mondiale. I leader dell'ala estrema del movimento sionista firmarono un accordo con Hitler nel 1933, che durava fino all'inizio della seconda guerra mondiale, e prevedeva la piena collaborazione fra il regime nazista e il movimento sionista. Il motto del regime di Mussolini in Itlaia era questo: "credere, obbedire, combattere!". La storia dello stato sionista di Israele mostra che anche lì fu adottato lo stesso motto. E' necessario ora soffermarsi anche sul ruolo dominante della Gestapo sionista (in tutte le sue tre forme: Shin Bet, Shabak, Mossad) sia all'interno dello stato sionista che furi dai suoi confini. La natura clandestina e segreta della Gestapo sionista permette a questa realtà di perpetrare continuamente atrocità e crimini contro l'umanità senza esserne considerata responsabile, e godendo della piena protezione della CIA. Anche la mia famiglia e io siamo stati vittime delle "punizioni" della Gestapo sionista. E' successo qui, in Australia, con la collaborazione dell'ASIO, la polizia segreta australiana. Comunque, anche prima di essere arrivato qui da Israele avevo la Gestapo sionista alle costole. A quel tempo non ero un oppositore del sionismo, ma ero un attivista pacifista che si opponeva radicalmente alle campagne militari e alle corse agli armamenti dei governanti israeliani. La mia più grande colpa, agli occhi della Gestapo sionista, fu quella di avere reso note pubblicamente le informazioni a proposito di una corsa alle armi nucleari che i governanti sionisti avevano iniziato segretamente. Lo scopo di questa corsa al nucleare era quello di acquisire la supremazia militare su tutto il medio oriente. Al Ha'mishmar, il portavoce della "sinistra sionista", pubblicò il mio articolo che condannava il progetto segreto del governo di produrre sul territorio nazionale armi nucleari. Quell'articolo deve aver fatto infuriare i capi della gestapo sionista, perché cominciarono a tormentarmi. Ma torniamo al periodo che precede la seconda guerra mondiale. A partire dal 1938 vi furono migliaia di ebrei di nazionalità tedesca che cercarono rifugio in qualsiasi altran nazione che li ospitasse. I leader sionisti ignorarono questa situazione, ma gli ebrei anti-sionisti degli Stati Uniti fecero pressioni sul governo affinchè aiutasse i profughi. Queste pressioni portarono ad indire una conferenza ad Evian, in Francia, nel 1938. A questa conferenza parteciparono i rappresentanti di 31 stati, e anche i sionisti. Proprio loro fecero di tutto per sabotare la conferenza, e vi riuscirono, perché la conferenza stessa non fu in grado di risolvere il problema dei profughi in modo positivo. In ogni caso chi conosce le basi su cui si fonda il sionismo e i principi fondamentali di questa ideologia, insieme al cinismo dei sionisti e al loro disprezzo per le persone che questo movimento pretendeva di guidare, non dovrebbe essere sorpreso. Il sionismo aveva degli aspetti razzisti e fascisti e la stragrande maggioranza degli ebrei che vissero prima della seconda guerra mondiale non era sionista, quindi erano considerati "traditori del sionismo". Perché dunque le gerarchie sioniste avrebbero dovuto essere interessate a salvare le vite di questi profughi? Vi fu soltanto un processo in cui furono svelati alcuni aspetti del collaborazionismo sionista con i criminali di guerra nazisti, e fu il processo n°124 che si svolse presso il tribunale di Gerusalemme nel 1953. L'imputato era una persona che accusava Rudolf Kastner di aver collaborato con i gerarchi nazisti nell'eccidio di massa di centinaia di migliaia di ebrei in Ungheria, durante l'occupazione nazista del 1944. Durante il processo venne accertato che Kastner poteva essere un collaborazionista. Questa sarà la prima e unica volta in cui una corte giudiziaria accusava i massimi gradi della gerarchia sionista di complicità dell'eccidio di massa di ebrei non-sionisti europei. Inoltre il processo si tenne nello stato di Isralele e anche tutti gli altri partecipanti al processo erano sionisti!. Un altro capo di imputazione del processo riguardava l'intercessione di Kastner nei confronti di un altro criminale di guerra nazista, il generale SS Kurt Becher, salvandolo in tal modo dall'impiccagione a Norimberga da parte degli alleati. Kurt Becher fu inserito nell'elenco americano dei criminali di guerra, con il numero 221259. Ecco ciò che fu scritto su quell'elenco: "Kurt Becher, generale SS, luogo del crimine: campo di sterminio di Mauthausen-Budapest, imputazione: tortura". Oltre a Kurt Becher, Kastner tentò di salvare molti altri criminali di guerra nazisti dalle punizioni dovute alle conseguenze della seconda guerra mondiale. Uno di questi fu il colonnello SS Von Visliczeny, cognato di Heinrich Himmler (capo delle SS e braccio destro di Hitler). Kastner voleva salvare dall'impiccagione anche un altro criminale delle SS: Hermann Krumey. Kastner sapeva bene che Krumey era un "assassino di massa". Durante il processo di Gerusalemme attestò che "Krumey era uno dei capi dei carnefici" e che "non meritava di essere aiutato". Durante la sessione preparatoria del processo internazionale del 1945 Kastner riferì che "il colonnello Hermann Krumey ha diretto le operazioni di sterminio di ebrei in Austria, Ungheria e Polonia". Anche se conosceva bene la natura dei crimini nazisti, Kastner fece del suo meglio per salvare quei criminali dall'impiccagione dopo la guerra. Nel marzo 1957, mentre si recava al processo d'appello presso la corte suprema israelita concessogli dal procuratore generale, Rudolf Kastner fu ucciso a colpi d'arma da fuoco vicino alla sua casa di Tel Aviv. Tra i tre assassini che furono poi condannati per omicidio, si scoprì che quello che uccise Kastner era legato allo Shin Bet, l'ala sionista della Gestapo. Il giudizio della corte suprema sul processo Kastner fu emanato tra il 17 e il 19 gennaio 1958: Becher fu salvato da una dichiarazione dello stesso Kastner e dall'insufficienza di prove. Sembra che Kurt Becher stesso sia ancora vivo e residente in Germania. Il 12 dicembre 1994 egli fu intervistato dalla televisione israeliana e la sua fotografia fu pubblicata su molti giornali. I criminali di guerra nazisti e i collaborazionisti sionisti erano quindi stati trasformati, ad opera della macchina di propaganda sionista, da mostri fascisti in esempi di umanità! Kastner fu assassinato dalla Gestapo sionista perché sapeva troppe cose e minacciava di rivelare tutte queste informazioni se avesse perso la causa presso il tribunale distrettuale di Gerusalemme. Becher ha continuato a condurre una vita agiata e rispettabile in Germania. Recenti documentari sulla seconda guerra mondiale mostrano che quasi tutti i burocrati del regime di Hitler sono ancora vivi e risiedono in Germania. Essi compaiono in televisione, rilasciano interviste, forniscono la loro opinione senza che i loro avversari reagiscano. L'olocausto che la macchina della propaganda sionista è stata così efficiente nel perpetrare e nel ripetere durante gli ultimi 50 anni, fu un olocausto per le vittime degli eccidi di massa compiuti dai nazisti, e quelle vittime erano ebrei non-sionisti europei. Il sionismo, come qualsiasi altra forma di fascismo, non ha nessuna etica, nessuna morale, nessun valore umano, e soprattutto nessuna vergogna dei crimini che ha perpetrato e continua a perpetrare nel Medio Oriente come in molte altre parti del mondo. Non è quindi importante quanto i leader sionisti si impegnino per nascondere i loro crimini, perché questi crimini fanno parte della storia e sono noti a molti.

Da " Fascism at the core of zionism" di B.Merhav

postato da: MarkusWolf alle ore 13:47 | link | commenti
categorie:
sabato, 17 giugno 2006

Sionisti contro Chavez

Il Centro Simon Wiesenthal, principale organizzazione ebraica per la difesa dei diritti dell'uomo, il 4 gennaio 2006, ha inviato una lettera al presidente venezuelano Ugo Chavez Frias per esigere da lui pubbliche scuse per le affermazioni che avrebbe fatto. Parallelamente, l'associazione ha scritto ai presidenti di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay chiedendo loro di bloccare il processo di integrazione del Venezuela nel Mercosur (Mercato Comune Latino-Americano) finchè Ugo Chavez non avrà chiesto scusa pubblicamente. Immediatamente, il corrispondente dell'agenzia Reuters a Caracas (Venezuela) pubblica un messaggio d'agenzia. Agisce tuttavia con prudenza. Fa notare che la trascrizione ufficiale delle affermazioni presidenziali è diversa dalla citazione pubblicata dal Centro Wiesenthal e riproduce il brano incriminato.
La versione inglese del messaggio d'agenzia, pubblicato 15 ore più tardi, viene riscritto dalla direzione. La citazione non vi è più riprodotta, il giornalista nota che il presidente Chavez non ha parlato degli ebrei, ma lascia intendere che egli ha espresso il suo antisemitismo in modo allusivo.

Il comunicato del Centro Wiesental viene ripreso da qualche quotidiano della destra dura in Argentina e in Venezuela, ma visto la citazione esatta diffusa da Reuters, la maggior parte dei giornali si astengono e la polemica fa flop.

Un nuovo tentativo viene fatto dalla Voce dell'America. La radio del Dipartimento di Stato degli Stati uniti si limita a dare la versione del Centro Wiesenthal ed evita accuratamente di riprodurre la citazione incriminata. Ancora una volta non ci sono reazioni.

E' infine il quotidiano francese Libération, proprietà di Eduard de Rothschild, che riesce a rilanciare la polemica. Non senza sfacciataggine, cita le affermazioni del presidente Chavez .... ma tagliandole. Per dare più forza all'accusa, Libération aggiunge che il presidente venezuelano ha avuto come consigliere per un anno il sociologo argentino Norberto Ceresole, che il giornale presenta allo stesso tempo come revisionista e sostenitore della dittatura militare.

L'autore dell'articolo, il giornalista francese Jean-Hébert Armengaud, è noto per la sua opposizione personale alla rivoluzione boliviana, come d'altra parte a tutti i regimi progressisti d'America Latina. Tra l'altro è l'autore di articoli diretti contro le politiche di Fidel Castro e di Jean-Bertrand Aristide.

L'articolo di Armengaud viene ripreso dall'Associated Press, poi da Le Monde . Così vengono sparse le voci diffamatorie.

Secondo il Centro Simon Wiesenthal, il presidente Chavez avrebbe dichiarato “Il mondo appartiene a tutti, tuttavia delle minoranze, i discendenti di quelli stessi che crocifissero il Cristo, si sono appropriati delle ricchezze del mondo”. Queste affermazioni riprenderebbero la vecchia solfa antisemita accusando gli ebrei di essere sia deicidi, sia di accaparrarsi le ricchezze.

Secondo Libération, il presidente Chavez avrebbe identificato i “padroni del mondo” dichiarando “Più che mai, il Cristo ci manca (...), ma succede che una minoranza, i discendenti di coloro che crocifissero il Cristo (...) si è appropriata delle ricchezze del mondo (...) ed ha concentrato queste ricchezze nelle mani di alcuni”.

Né il Centro Wiesenthal, né Libération, indicano le circostanze in cui queste affermazioni sono state fatte, nè a quale pubblico erano rivolte.

In realtà, Ugo Chavez si era espresso, la vigilia di Natale, davanti ad un'associazione cattolica di sinistra. In quell'occasione ha dichiarato: “Il mondo appartiene a tutti, tuttavia delle minoranze, i discendenti di quelli stessi che crocifissero il Cristo, i discendenti di quelli stessi che espulsero Bolivar da qui e in un certo modo lo crocifissero a Santa-Marta, in Colombia; una minoranza si è appropriata delle ricchezze del mondo; una minoranza si è appropriata dell'oro del pianeta, dell'argento, dei minerali, dell'acqua, delle terre fertili, del petrolio, delle ricchezze quindi, e le ha concentrate in poche mani: meno del 10% della popolazione mondiale possiede più della metà della ricchezza del mondo.”

Interrogato dal Réseau Voltaire , il direttore del Centro Wiesenthal di Buenos Aires, Sergio Widder, ammette che “esiste un margine di ambiguità nelle dichiarazioni” incriminate. Egli riconosce:

che il presidente Chavez non parlava degli ebrei, né in modo esplicito, né in modo implicito; che i teologi della Liberazione, che animano il Centro di sviluppo locale umano integrale nel quale il presidente Chavez stava parlando la vigilia di Natale, non considerano gli ebrei responsabili della morte del Cristo, bensì l'impero romano; e che essi sviluppano una spiritualità secondo la quale Cristo ha mostrato la via della liberazione interiore e politica di fronte all'imperialismo; che le minoranze condannate da Chavez in quanto animate dalle stesse intenzioni degli assassini di Cristo erano la classe dirigente venezuelana che espulse Bolivar e lo lasciò morire in Bolivia, ed il sistema globale attuale che concentra le ricchezze nelle mani del 10% della popolazione mondiale.

Comunque sia, Widder mantiene parzialmente le sue accuse sostenendo che l'importante non sarebbe ciò che il presidente Chavez ha detto, ma ciò che il suo pubblico rischia di capire; un dirigente di tale importanza ha il dovere di fare affermazioni chiare e prive di ambiguità. Tuttavia il Widder ammette che il discorso del presidente Chavez era chiaro al suo pubblico e che egli stesso non è in grado di citare esempi di altri gruppi, escluso il Centro Wiesenthal, che avrebbero interpretato quelle affermazioni come antisemite. Inoltre, Widder tiene a precisare che il Centro Wiesenthal non si pronuncia sulla politica generale di Chavez.

Questa polemica, in mancanza di elementi seri su cui fondarla, riflette poste in gioco precise e considerevoli. Il Centro Simon Wiesenthal, lungi dall'essere unicamente un' associazione ebraica di difesa dei diritti dell'uomo conosciuta per aver dato la caccia con successo ai criminali nazisti, è diventato anche un organo di sostegno alla politica israeliana. Per questa ragione, se il Réseau Voltaire è fiero di aver agito a fianco del Centro Simon Wiesenthal per lottare contro il risorgere dell'antisemitismo, non può prendere tuttavia per oro colato tutte le sue dichiarazioni.

Verso la metà degli anni Ottanta, il Centro organizza colloqui sul terrorismo che sono in realtà delle tribune contro la resistenza palestinese. Agli inizi degli anni Novanta, il Centro fornisce un rapporto, messo su in tutta fretta, che accusa società francesi e tedesche di fornire gas mortali a Saddam Hussein per gasare la popolazione irachena. Nel 1992, il Centro presenta una petizione per sostenere la fazione del leader bosniaco Alia Itzetbegovich e fare intervenire la Nato; eppure Itzetbegovic è un ex-militante nazista, ma ha il sostegno di Israele. Oggi il Centro milita perchè si agisca contro l'Iran. In prima pagina del suo sito internet, il Centro propone viaggi in Israele con inclusi incontri con “i dirigenti israeliani presenti e futuri” (sic) e una visita ad una base militare di Tsahal.

Nel suo comunicato riguardante le affermazioni attribuite al presidente Chavez, il Centro lo paragona al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinedjad. In modo più diretto, Libèration ricorda che la prima visita ufficiale del Sig. Ahmadinedjad all'estero dovrebbe aver luogo ... in Venezuela dove sarà ospite di Chavez. Il quotidiano francese evoca nell'occasione il caso di Norberto Ceresole, un ex-consigliere di Chavez, sottolineando che era revisionista. Libèration dimentica di precisare, da una parte che proprio a causa del suo revisionismo Ugo Chavez lo licenziò, e dall'altra che Ceresole fu anche consigliere dei dirigenti iraniani. A questo titolo, svolse un ruolo centrale nel riavvicinamento del Venezuela all'Iran in seno all'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec).

In altri termini, nel momento in cui gli Stati Uniti e Israele preparano un'azione militare contro l'Iran e tentano di isolarlo dal punto di vista diplomatico, il Centro Wiesenthal accusa falsamente il presidente Chavez di antisemitismo per isolarlo a sua volta.

Per assicurarsi il sostegno del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in questa manipolazione, il Centro Wiesenthal non manca di associare al suo procedimento un tentativo di bloccare l'adesione del Venezuela al Mercosur, in modo da rilanciare il progetto di zona di libero scambio che il presidente George W. Bush aveva invano tentato di imporre nel vertice di Mar del Plata.

Le accuse diffamatorie del Centro Simon Wiesenthal fanno seguito a una lunga lista di campagne di stampa contro Chavez. Egli in effetti è stato qualificato via via di seguito dalla stampa atlantista come golpista, gorilla, dittatore, populista, senza mai che si riuscisse a sostenere queste ingiurie.

Ci rincresce che il Centro Simon Wiesenthal, la cui azione contro i nazisti suscita una viva ammirazione, si unisca a queste campagne e avvilisca in questo modo la lotta contro l'antisemitismo, riducendola a una semplice manovra di bassa politica per fare avanzare gli interessi israeliani.

Thierry Meyssan (Presidente del Réseau Voltaire) e Cyril Capdeville

da Réseau Voltaire www.voltairenet.org

Traduzione per Megachip di Mauro Manno

postato da: MarkusWolf alle ore 20:06 | link | commenti
categorie:

Normali cronache del Quarto Reich

img363/7354/zionismisracism1th.jpg

Maurizio Blondet
17/06/2006

GAZA - Una famigliola sulla spiaggia di Gaza che fa il picnic; una nave da guerra israeliana compare nel mare e la bombarda.
Sette morti di tre generazioni, fra cui tre bambini.
E’ accaduto il 9 giugno, ma naturalmente, poiché il forte ha tutta la forza, anche quella di imporre sui media la sua menzogna, la verità è oscurata dalla versione del malvagio regime giudaico: «forse» è stato Hamas, questi islamici sono folli e irrazionali.
Invece il più ovvio cui prodest salta agli occhi: Hamas, il gruppo «terrorista», l’irrazionale, stava comportandosi in modo fin troppo ragionevole e moderato.
Da 18 mesi mantiene una tregua unilaterale, nonostante i continui attacchi, assassinii e provocazioni israeliane, nonostante lo strangolamento economico e la miseria crescente.
Ha persino proposto una tregua di mezzo secolo, purchè Israele accedesse a qualche negoziato coi palestinesi.
Contrariamente alla menzogna infinitamente ripetuta Ismail Hanyeh, il capo del governo di Hamas, legittimato dal voto del suo popolo, s’è impegnato a riconoscere lo Stato ebraico, purchè esso riconosca il diritto all’esistenza di uno Stato palestinese, e torni nei confini del 1967 come ripetutamente richiesto dall’ONU e dal diritto internazionale.



Ma Israele non vuole negoziare, né tornare nei suoi confini, vuole continuare e rubare terra,
a tenerla tutta per sé.
Occorreva spingere Hamas a rompere la tregua, a rinunciare alla sua ragionevolezza e dignità.
Il massacro sulla spiaggia di Gaza serviva appunto a questo, a provocare la «follia»,
l’«irrazionalità» del governo «terrorista».
Non c’è atteggiamento sottomesso, non c’è cedimento che possa placare il feroce regime del cannone e della menzogna.
Da cinque mesi Israele ruba ai palestinesi 60 milioni di dollari mensili che spettano loro come pagamento dei dazi doganali.
«Mettere i palestinesi a dieta dimagrante», come cinicamente ha riso Dov Weisglass, consigliere di Olmert.
E non contenti, gli ebrei americani hanno spinto la camera americana dei rappresentanti, il 23 maggio, a tagliare i fondi anche alle organizzazioni non-governative che ancora provvedono un estremo, insufficiente soccorso vitale agli assediati di Gaza.
Con 361 voti contro 37: onore a quei 37 coraggiosi.
Coraggioso anche il giornalista John Pilger: questo assedio, che configura una punizione collettiva e dunque un crimine contro l’umanità, condannato dalle convenzioni di Ginevra, è identico allo strangolamento del ghetto di Varsavia operato dal Terzo Reich durante l’occupazione della Polonia.



Nulla sarà possibile fare per i morenti e gli affamati, se non si raggiunge la consapevolezza che quello israeliano è il Quarto Reich, il Reich del nostro oggi, contro cui siamo continuamente incitati a «vegliare» e che, invece, lasciamo agire sotto i nostri occhi.
Occhi accecati, perché il nuovo, razziale, spietato Reich super-armato e nucleare diffonde nel mondo la sua menzogna invincibile, quasi ipnotica: là dove ci sono arsenali di 2-300 atomiche, persecuzioni dei deboli e orrende angherie, vediamo un piccolo debole Stato «minacciato nella sua stessa esistenza» che «deve pur difendersi».
La menzogna ipnotica riesce a seppellire persino la realtà più evidente: le angherie contro i palestinesi di Gaza sono, anzitutto, una guerra contro bambini.
La metà della popolazione palestinese concentrata nella esigua striscia ha meno di 15 anni.
La menzogna del regime terrorista ebraico e globale ha persino cancellato il rapporto scritto dall’insospettabile British Medical Journal nel 2004 sulle condizioni in cui quei bambini vivevano già prima dello strangolamento in atto.
Pilger ne cita qualche passo.
«Due terzi dei 621 bambini uccisi [dagli israeliani] ai posti di blocco, sulla via per andare a scuola o nelle loro case sono stati uccisi da colpi d’arma portatile, nella metà dei casi diretti alla testa, al torace, al collo: colpi da cecchino».



Ancora: con la costruzione del «muro», «97 posti sanitari di intervento primario e 11 ospedali sono isolati dalla popolazione che servivano».
E viene descritto un caso come tipico: «un uomo che abita in un villaggio presso Qalqilya, ora murato, s’è avvicinato al posto di blocco con una sua figlia gravemente malata fra le braccia, scongiurando i soldati di lasciarlo passare per portarla all’ospedale. I soldati l’hanno respinto».
Il Terzo Reich, non l’abbiamo visto coi nostri occhi.
Ma ci hanno descritto con tanti particolari la sua ferocia spietata e fredda, tanto ci hanno sollecitato a «vegliare» su ogni segno del suo ritorno possibile, che dovremmo riconoscerlo in quel che avviene a Gaza, sotto i nostri occhi, solo che li apriamo per un momento.
Là cecchini della razza eletta si divertono a sparare al collo, alla testa e al petto di bambini che vanno a scuola.
Là, insensibili SS del nuovo tipo respingono freddamente un padre con la sua bambina malata in braccio.
Là si mette alla fame un’intera popolazione circondata da un muro, senza la minima luce di umanità.
Là, assistiamo alle manifestazioni di un odio inimmaginabile, senza resipiscenza né un momento di compassione, frutto evidente di una dottrina ideologica malvagia e mostruosa.



Come possiamo chiamare quell’odio razziale?
Io credo che non si debba esitare - visto che ne è vittima una popolazione araba - a chiamarlo col suo nome: antisemitismo.
E omicida, per giunta.
La sola novità è che oggi, il Quarto Reich ha il potere di bollare di «antisemita» chi ne denuncia
i crimini e le atrocità.
Un quarto dei bambini di Gaza sotto i cinque anni sono in stato di malnutrizione acuta o cronica. Uno su quattro: non è lì la nuova Auschwitz della nostra generazione?
Gaza è un lager murato a cielo aperto, dove i carcerieri nemmeno distribuiscono le razioni; se le devono procurare i prigionieri, come possono.
Sotto i continui boati supersonici dei jet o delle speciali armi escogitate per non far dormire i prigionieri, per tenerli in uno stato continuo di terrore.
Un’innovazione ingegnosa, rispetto ad Auschwitz.
Il dottor Khalid Dahlan, uno psichiatra che ha organizzato un centro di assistenza psicologica per bambini a Gaza, dice: «Il 99,2 % dei bambini che soccorriamo ha avuto la sua casa distrutta coi bulldozer o bombardata; il 96,6 % ha assistito a una sparatoria; il 97,5 % ha respirato gas lacrimogeni. Un terzo di loro ha visto un familiare o un vicino ferito o ucciso. E tutti sono fortemente traumatizzati».



Il sonno di questi bambini è un susseguirsi di incubi e terrori notturni.
Spesso sognano di essere dottori e infermieri, «e di aiutare gli altri»; più spesso, specie dopo un attacco israeliano alle case e ai parenti, si vedono come terroristi suicidi.
I loro piccoli cuori sono scissi fra il culto dei «martiri» palestinesi e una malata ammirazione per il nemico: «i soldati israeliani sono fortissimi, ed hanno gli Apaches», dicono questi bambini.
Forse, se diverranno adulti (non è garantito), saranno la generazione che coronerà il progetto di Israele: mutare la società palestinese, nonostante tutto ancora civile, in un serraglio di belve che si dilaniano tra loro.
Lo dice il professor Karma Nabulsi, palestinese docente ad Oxford: «guardate all’Iraq di oggi: è questo che hanno in serbo per noi. Una società alla Hobbes [homo homini lupus], anarchica e lacerata fra milizie e bande, fra fanatici religiosi e tribalismi etnici, manovrata da collaborazionisti cooptati».
Anche i bambini dell’Iraq - che prima di essere «liberato» dava ai suoi figli la migliore situazione sanitaria del mondo islamico - soffrono infatti di malnutrizione cronica: uno su quattro di quelli fra i sei mesi e i cinque anni.



Secondo la ONG europea Saving Children from War, «la mortalità infantile è aumentata del 30 % rispetto al regime di Saddam Hussein», anche rispetto al decennio delle sanzioni.
I neonati muoiono negli ospedali senza più ventilatori, o a causa dell’acqua ridiventata malsana.
I ragazzini muoiono perché trovano bombe americane inesplose, o moriranno perché giocano nelle sabbie contaminate da uranio impoverito.
John Pilger parla di bambini che a Gaza fanno un gioco pericoloso: con pezzi di legno inchiodati insieme formano lunghe aste di bandiere, e salendo l’uno sulle spalle dell’altro cercano di salire tanto, da poter agitare quelle lunghe bandiere perché siano visibili al di là del muro, alto da 8 a 13 metri.
Bandiere palestinesi si agitano così, in mani di bambini.
Sono per noi, per segnalarci che ci sono ancora, che sono ancora vivi, che hanno bisogno di aiuto.
Ma noi non vediamo, naturalmente.
Leggo che anche il nostro ex capo del Parlamento, Casini il democristiano, si è detto «convinto» da un colloquio con Oriana Fallaci, odiatrice della razza inferiore.
Evidentemente, la «convinzione» implica il passare dalla parte dei persecutori, il che è vantaggioso, visto che sono loro oggi a dettare chi può governare e chi no in tutto il mondo.
Lo sterminio che avviene sotto i nostri occhi, non è così «convincente».



Ci hanno raccontato che i tedeschi, dopo la caduta del Terzo Reich, sui lager dicevano: «non sapevamo».
Ci hanno detto di stare attenti, attentissimi, a quelli che fanno finta di non vedere l’atrocità; di deplorare i papi che «tacquero» sul genocidio.
Oggi tanti, troppi e Papi compresi, sono sicuri che non saranno mai chiamati a giustificarsi, né dovranno dire «non sapevamo», perché sanno che il Quarto Reich è infinitamente più forte, invincibile, e mai troverà la sua Norimberga; il vero unico Reich millenario, lo Stato messianico della promessa.
Ma c’è qualcosa che mi convince che costoro si sbagliano, che il Quarto Reich cadrà, e avrà la sua Norimberga.
E confonderà tutti quelli che «non sapevano», non «avranno visto», non «potevano credere che si giungesse a tanto».
Nel settembre 2005, come forse qualcuno ricorderà, il generale israeliano Doron Almog che stava atterrando a Londra non potè scendere dall’aereo: poliziotti inglesi lo aspettavano sotto la scaletta per incriminarlo di crimini contro l’umanità, su mandato del giudice britannico Timothy Workman e su istanza di palestinesi, che accusavano Almog della distruzione deliberata di 59 case, per rappresaglia, nella zona di Rafah a Gaza nel 2002.



Pochi mesi dopo, il comandante responsabile per il lager di Gaza, generale Aviv Kochavi,
è stato consigliato dall’avvocatura militare ebraica di non andare in Gran Bretagna per il rischio di arresto.
Ora, il periodico The Jewish Week (1) informa che la cosa sta prepccupando il Quarto Reich, perché «altre nazioni europee, Francia, Spagna, Svezia e Danimarca hanno leggi simili, basate sul cosiddetto principio di giurisdizione universale, per le quali gli accusati di crimini contro l’umanità possono essere perseguiti anche se non sono cittadini del Paese in cui vengono denunciati, e se il crimine è avvenuto in un Paese terzo».
Si tratta delle stesse leggi volute dagli ebrei «dopo i processi di Norimberga», allo scopo di garantire che «i criminali nazisti fossero perseguiti dovunque e senza termini di prescrizione».
Adolf Eichman fu catturato in Sudamerica e processato, nel 1961, in base a questo diritto giudaico universale.
Che ora rischia di ritorcersi contro i nazisti di Sion.
Sicchè, dice il settimanale ebraico, «i diplomatici israeliani stanno lavorando dietro le quinte [come d’uso] per convincere i Paesi europei ad emendare le loro legislazioni» su questo punto.
Sono in corso «colloqui, in genere senza pubblicità».



Un caso esemplare viene citato, quello del Belgio.
«Nel 1993, il Paese varò una legge che consentiva a chiunque di perseguire penalmente contro chiunque fosse sospetto di crimini contro l’umanità… contrariamente alla legge britannica, quella belga permetteva di spiccare mandato di cattura contro gli individui accusati anche se si trovavano fuori del Paese e non erano mai entrati nello spazio giuridico» belga.
Nel 2001, una ventina di sopravvissuti al massacro nei campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Chatila elevarono in Belgio formale accusa di sterminio contro Sharon ed altri ufficiali ebraici.
Israele e «diplomatici americani» fecero dure pressioni (dietro le quinte) sul Belgio.
Nel 2003 la legge fu cambiata: oggi, i giudici belgi possono incriminare di crimini contro l’umanità solo residenti in Belgio.
Un mese fa, la ministra degli Esteri sionista Tzipi Livni ha incontrato, per fare le opportune pressioni, il collega britannico Kim Howells, che ha assicurato una soluzione «rapida».
Il guaio, dice Jewish Week, è che alcuni Paesi non possono essere facilmente «convinti» a storcere il diritto anti-nazi voluto dagli ebrei.
La Spagna per esempio, con tutta la buona volontà di obbedire alle pressioni, si trova con una sentenza della Corte Suprema che nel 2003 ha sancito, modificando le precedenti disposizioni, che un criminale di guerra va perseguito anche se non cittadino del Paese, e se ha commesso i crimini in un Paese estraneo.



La disposizione mirava a punire elementi della dittatura di destra del Guatemala: ma il diritto non talmudico ha questo di sgradevole, che una volta enunciato, si applica erga omnes.
Non sono previste eccezioni per la razza eletta e superiore.
Se non, si capisce, dietro le quinte e senza pubblicità.
«E’ una faccenda che oggi non pone un pericolo immediato, ma che ci danneggia», ammette un anonimo alto grado giudaico: «queste cause si accumulano, e creano la sensazione falsa che Israele sia uno Stato senza diritto».
Così, sono in corso numerose altre opere di «convinzione» dietro le quinte.
Non si dubita che i nostri politici siano più che disposti a sanare la sgradevole situazione.
Ma questo non dice solo che il Quarto Reich già sporca tutti noi, ci fa suoi complici, macchia e inquina la nostra civiltà, e persino le nostre religioni europee; al punto da chiedersi se sopravviveranno alle rivelazioni della futura Norimberga, quando il tribunale della storia chiederà dov’erano e perché hanno taciuto.
Perché la Norimberga verrà, e lo dice proprio la frenetica attività dietro le quinte della nota lobby: «loro» sanno bene quello che stanno facendo, quanto stanno mentendo.



Loro stanno cercando di far sparire le tracce delle fosse comuni.
Loro si allarmano di essere un giorno scoperti, e chiamati a rispondere dello sterminio dei bambini e delle generazioni irachene.
Una incrinatura invisibile esiste nell’anima di costoro; e già mina il loro potere invincibile.
Come previde Isaia, a proposito di coloro che si sentono sicuri perché «dicono: con lo sceol abbiamo fatto un patto, abbiamo preso rifugio nell’iniquità».
La vostra colpa, disse il profeta, «sarà per voi come una crepa nascosta che gonfia un muro, e lo fa crollare - subitamente».
Così avverrà, perché è infallibile la Voce che così ha parlato.
La Voce che gridò: «Caino, che cos’hai fatto ad Abele tuo fratello?», non può essere fatta tacere né «convinta» con pressioni dietro le quinte, con l’imposizione di kippà, con cooptazioni senza pubblicità.
Ma quel giorno, anche noi tutti saremo chiamati a rispondere: con lo sceol avete fatto un patto.

Maurizio Blondet




--------------------------------------------------------------------------------
Note
1) Liel Leibowitz, «Israelis fear spread of war crimes cases», The Jewish Week, 2 giugno 2006.




Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.

postato da: MarkusWolf alle ore 14:14 | link | commenti
categorie:

L'URSS, l'ebraismo, il sionismo

dall'articolo Ebrei apparso nell'edizione del 1952 della Grande Enciclopedia Sovietica, vol. XV, pp. 357-378:
"(...) Gli Ebrei non costituiscono una nazione a sé stante, poiché non rappresentano una comunità stabile di uomini storicamente nata e sviluppata sulla base di una lingua, un territorio, una vita economica e culturale comuni. (...) Nella sua opera Il Marxismo e il problema delle nazionalità (1913) I. V. Stalin, smentendo le asserzioni del socialdemocratico austriaco Bauer, dice: '... di quale comunanza di destino e di legami nazionali si può parlare per riguarda, ad esempio, gli ebrei georgiani, russi e americani, completamente isolati gli uni dagli altri, abitanti in luoghi diversi e parlanti lingue diverse? (...)' (...) Anche tra gli ebrei esistono degli sfruttatori che tentano di conservare e incrementare il particolarismo nazionale dei giudei e a questo fine si avvalgono dell'arma che hanno a disposizione: la religione. (...) Un ruolo decisamente nocivo è stato ed è ancora svolto dal sionismo - un movimento reazionario a base nazionalistico-borghese i cui fautori lottano per l'unificazione degli ebrei sul territorio di Palestina e negano la lotta di classe (...) Il 'Bund' era un'organizzazione nazionalista ebraica iorente tra gli ebrei russi, un partito opportunista di piccoli borghesi che voleva la differenziazione dei socialdemocratici ebrei dal generale movimento socialdemocratico russo. V. I. Lenin e I. V. Stalin combatterono i principi nazionalisti che ispiravano il Bund (...) 'La cultura nazionale ebraica è una parola d'ordine dei rabbini e dei borghesi - una parola d'ordine dei nostri nemici', scriveva V. I. Lenin nel 1913. (...) Il sionismo è usato dagli imperialisti americani ed europei come arma per sventare la lotta di classe dei lavoratori ebrei. Perfino in quelle comunità che meglio delle altre si sono assimilate alle popolazioni locali (nell'Africa del nord, ad esempio) il sionismo attizza il nazionalismo ebraico e, così facendo, si conferma come un agente degli imperialisti angloamericani e come il peggiore nemico del lavoratore. Il carattere menzognero della propaganda sionista (...) è evidente ove si consideri la politica reazionaria del governo sionista d'Israele, che contribuisce a trasformare il paese in una base dell'imperialismo americano (...)".
postato da: MarkusWolf alle ore 11:55 | link | commenti
categorie:

Il Sionismo è l'equivalente ebraico del nazismo (III parte)

Lo stato di Israele fu creato con il sostegno della Germania nazista; è uno stato razzista, sanguinario ed illegittimo, che dalla sua fondazione ha massacrato e deportato milioni di palestinesi

Perchè il movimento di resistenza islamico Hamas dovrebbe riconoscerlo ???
E' uno stato razzista, che non riconosce parità di diritti tra ebrei e arabi (palestinesi) inoltre la Palestina inizialmente era interamente araba, furono i colonizzatori sionisti a cacciare i palestinesi dalle loro terre e ad impossessarsi a poco a poco di gran parte del territorio palestinese



In bianco le terre israeliane, in verde quelle palestinesi, nel 1946, nel piano si spartizione previsto dall'ONU, tra il 1949 e il 1967, e nel 2000..

Hamas non può riconoscere Israele come Mandela e e l'ANC non potevano riconoscere il regime sudafricano dell'Apartheid
~
PER CHI PARLA TANTO DI “ANTISEMITISMO”
~
Il sionismo è l'equivalente ebraico del nazismo, se si è antinazisti non significa che si è contro il popolo tedesco, giusto ?
Di conseguenza, se si è contro il sionismo non significa che si è contro il popolo ebraico,   antisionismo non significa antisemitismo, nè filo-nazismo, assolutamente no !
Sono i sostenitori del sionismo i veri “nazisti”. Oggi assistiamo ad una nuova Shoah, questa volta contro i musulmani, in Palestina (dal '48) e in Iraq, però nessuno, come ieri con gli ebrei, muove un dito...
~
http://www.halturnershow.com/IsraeliAtrocities.html
~

ANNIENTARE LA GRANDE MENZOGNA

Del Rabbino Yisrael David Weiss


Con l'aiuto del Creatore, possano le mie parole portare alla santificazione del Suo grande e glorioso Nome.

Sono venuto qui, oggi, per dire a tutti voi che partecipate a questa nobile assemblea, per dire a tutti i giornalisti riuniti e per proclamare al mondo che una bugia terribile, una grande bugia è stata rifilata all'umanità. Questa bugia è insidiosa e capace di creare grande danno se lasciata inalterata.

Qual'è questa orribile bugia?

Essa viene sostenuta da alcuni uomini negli ultimi cento anni ed è stata condannata ripetutamente dai veri esegeti della Torah.

È la bugia che sostiene che Giudaismo e Sionismo siano un'unica identica cosa. Niente è più lontano dalla realtà.
Il Giudaismo non è il Sionismo ed i Sionisti non rappresentano la fede ebraica.

Il Giudaismo è la fede della Torah.

Il Sionismo sconfessa sia la Torah  che Hashem, suo ispiratore.

Il Giudaismo insegna ai suoi fedeli la gentilezza e la bontà verso tutti gli uomini.

Il Sionismo, per la sua accezione, invoca e spinge verso la crudeltà nei confronti dei palestinesi.

Il Giudaismo insegna ai suoi fedeli a camminare con umiltà tra le nazioni. Il Sionismo invoca e mette in pratica la guerra contro tutte le nazioni.

Il Giudaismo si preoccupa della sofferenza dei poveri e dei diseredati. Il Sionismo, sadicamente, se ne approfitta.

Fratelli musulmani, i nostri popoli sono vissuti in pace attraverso i secoli in molte nazioni.

Per migliaia di anni siamo vissuti in pace insieme nella Terra Santa. Solo dopo che i Sionisti cominciarono ad invadere il vostro paese con l'obiettivo di conquistarlo sono cominciate le lotte.

Non vi è alcuna scusa per la conquista della Terra Santa da parte dei Sionisti. Essa è stata realizzata grazie ad una serie di guerre e di incessanti brutalità. Ciò è causa di dolore e vergogna per i fedeli della Torah in tutto il mondo.

Per favore, ricordate!, questa non è l'opera di ebrei religiosi. Non è l'opera di ebrei che prendono seriamente i loro obblighi morali. Essa è la folle e bizzarra eresia di un culto di ebrei ignoranti ed irreligiosi. E, amici miei, il lungo incubo del Sionismo arriverà rapidamente alla sua fine.

Lasciate che vi spieghi.

Il popolo palestinese ha graziosamente accettato di partecipare al cosiddetto processo di pace col governo sionista. Ciò è stato molto generoso, da parte sua. Ad ogni modo, noi li avvertiamo che riteniamo che, fino a quando il flagello del Sionismo, incarnato dall'entità sionista, non sia rimosso dal Medioriente, non potra' mai esservi una vera pace.

Noi siamo un popolo disperso. Ci è proibito ogni tentativo di conquistare la Terra Santa. Tentando di fare ciò, il Sionismo è condannato al fallimento. Ciò avverrà, se Hashem vuole, velocemente e pacificamente nel nostro tempo.

Noi chiediamo lo smantellamento pacifico dello stato sionista, senza violenza nè spargimento di sangue.

Siamo certi che questo potrà avvenire solo se e quando la popolazione ebraica in Palestina cominci a comprendere che i suoi attuali problemi sono il risultato del Sionismo.

Aspettiamo il giorno in cui ebrei e palestinesi possano vivere insieme in pace in Palestina.

Sfidiamo il Sionismo a presentare un'alternativa all'attuale empasse che non sia l'oppressione e la repressione continua. Sfidiamo il Sionismo a negare che il sentiero della vera pace non produrrà mutuo rispetto e mutua comprensione.

Con l'aiuto di Hashem, verrà il giorno in cui - dopo la fine dello stato etnico sionista - ebrei , cristiani e mussulmani potranno nuovamente vivere insieme ed adorare il Creatore in pace.


Discorso rivolto alla Metropolitan Muslim Federation Protest ad Hammarskjold Plaza il 26. Gennaio 2001.

postato da: MarkusWolf alle ore 01:00 | link | commenti (3)
categorie:

Le radici fasciste di Sharon

La storia della destra israeliana dove emerge la figura di Jabotinsky grande ammiratore di Mussolini

LA DESTRA ISRAELIANA


Paolo Di Motoli


Per comprendere le idee che ispirano il Likud, maggiore partito di destra in Israele, bisogna analizzare le divisioni sorte in seno al movimento sionista negli anni del Mandato inglese. Nel settembre 1922 il governo britannico divise in due la Palestina, creando dal niente una nuova entità territoriale ad Est del fiume Giordano, la Transgiordania. La neo-costituita Società delle Nazioni il 24 luglio 1922 ratificò, di fatto, la nuova mappa geopolitica del Vicino Oriente, approvando l’istituzione Mandataria. Francia e Gran Bretagna avrebbero amministrato i territori assegnati dal Mandato, dovendo favorirne l’autogoverno per il futuro.
Alcuni esponenti del movimento sionista rimasero profondamente delusi. La Palestina ‘storica’ rimaneva, secondo alcuni di loro, quella precedente la divisione ‘artificialmente’ operata da Churchill e corrispondente oggi ad un territorio che comprenderebbe Israele, Cisgiordania occupata e regno di Giordania.
La politica dell’esecutivo sionista dell’epoca, guidata dal liberale Chaim Weizmann, moderato e pragmatico, era volta ad ottenere dai britannici la costituzione del «focolare ebraico», come promesso dalla Dichiarazione Balfour del 1917. I metodi per arrivare a questo obiettivo erano la pressione diplomatica e la colonizzazione della Palestina, operata con «piccoli passi».
L’ascesa di Jabotinsky In contrasto radicale con il moderatismo di Weizmann e dell’esecutivo sionista un giovane ucraino di Odessa, di nome Vladimir Zeev Jabotinsky, fondò a Parigi nel 1925 un movimento politico denominato Unione dei sionisti revisionisti. Il manifesto del partito parlava di «revisione» della politica sionista dell’epoca, per un ritorno alla vera matrice herzliana del sionismo. La revisione quindi intendeva ritornare allo spirito del fondatore stesso del sionismo, Theodor Herzl, il cui spirito, secondo Jabotinsky, era tradito da Weizmann.
Quello che la maggioranza dei sionisti dell’epoca si ostinava a non rivendicare era la costituzione di uno Stato ebraico, proprio come prescritto dal famoso libro di Herzl, Der Judenstaat. Le ragioni della mancata richiesta di uno Stato ebraico, che avverrà ufficialmente solo nel 1942, erano probabilmente tattiche. I sionisti non intendevano mettere in difficoltà i britannici e inasprire i rapporti con gli arabi di Palestina, già protagonisti di aggressioni violente ai danni della comunità ebraica palestinese.
I capisaldi del pensiero del giovane letterato e giornalista Jabotinsky erano sostanzialmente quattro: a. la costituzione di una maggioranza ebraica in Palestina, necessaria a garantire uno Stato ebraico su ambedue le rive del fiume Giordano; b. il primato dell’idea nazionale su qualsiasi altro principio, con il rigetto delle divisioni di classe operate dai socialisti; c. il primato della politica sul metodo pratico inventato da Weizmann, che voleva comprare la Palestina «dunam per dunam». Primato della politica significava ottenere dagli inglesi un «regime di colonizzazione» tale da permettere di costituire sulla Palestina storica lo Stato di Israele; d. la necessità per gli ebrei di provvedere autonomamente alla loro autodifesa con la costituzione di legioni militari ebraiche.
Nazionalismo risorgimentale e nazionalismo organicista Il pensiero di Jabotinsky era un intreccio di nazionalismo risorgimentale, ispirato dal razionalismo della Rivoluzione francese, e nazionalismo organicista, che vedeva la nazione come un organismo vivente, un fine morale presente in ogni individuo centrato sulla razza. Il laboratorio della nazione in fieri era il movimento giovanile Betar, che educava i giovani ebrei al rispetto della tradizione, alla disciplina, all’ordine, con una totale abnegazione verso l’ideale nazionale. Il Betar, fondato a Riga da giovani simpatizzanti di Jabotinsky nel 1923, era la metafora della nazione ebraica: e l’adesione ad esso era puramente volontaristica. Il Betar doveva essere secondo il leader ucraino come una macchina dotata di movimenti sincronizzati, un’orchestra con i suoi molteplici elementi, o la scacchiera, dove ogni pedina svolgeva il proprio compito in armonia con le altre.
Nel pensiero nazionalista jabotinskiano convivevano due aspetti classici del nazionalismo, uno ‘scandaloso’, basato sul determinismo razziale tipico del nazionalismo organicista del Novecento, e l’altro di tipo volontaristico, affine a quello mazziniano. Questo pensiero oscillante ha spesso contribuito ad un dibattito storiografico sulla sua figura, che di volta in volta ne ha messo in luce gli aspetti liberali o autoritari ed estremi, avvicinandolo al fascismo.
Il partito dei sionisti revisionisti è stato protagonista in Palestina di durissimi scontri con il filone maggioritario del sionismo, ispirato ad un socialismo nazionale e volontaristico. Gli scioperi del potente sindacato Histadruth venivano boicottati dagli uomini di Jabotinsky, che sostituivano gli scioperanti provocando violente reazioni.
Il rifiuto della lotta di classe e il primato della nazione portarono Jabotinsky a postulare uno Stato di Israele, in cui i conflitti sociali fossero regolati dallo Stato tramite un Arbitrato nazionale. Lo Stato di Jabotinsky era ‘liberale’, poiché rispettava entro certi limiti la proprietà privata; ma era anche corporativo, con una Camera delle professioni, che si affiancasse al Parlamento politico, separando così la sfera economica da quella politica.
Questa concezione dello Stato, insieme alla partecipazione di giovani simpatizzanti di Jabotinsky alla scuola marittima di Civitavecchia nell’Italia di Mussolini, indussero esponenti del sionismo socialista a vedere in lui un leader di tipo fascista. Il pessimismo antropologico e il realismo politico, di cui era dotato, resero le sue analisi sulla situazione palestinese molto più lucide di quelle di molti esponenti del sionismo laburista e spirituale. Jabotinsky aveva visto con chiarezza il nazionalismo arabo.
Vi erano due diritti contrapposti in Palestina e l’unica soluzione per il leader revisionista non era nemmeno troppo implicita: la guerra. Era inutile lo scambio culturale, il rapporto reciproco con l’altra etnia, lo studio dell’arabo nel circoscritto contesto palestinese. Gli arabi non si sarebbero mai accontentati di diventare una minoranza o di dividere la terra, che consideravano di loro proprietà, con un popolo diverso.
La sue giovanili infatuazioni per il nazionalismo ucraino, ferocemente anticomunista e antisemita, e per quello polacco di Pilsudsky, lo resero odioso agli esponenti dell’ebraismo progressista. Jabotinsky non apprezzò mai le accuse di fascismo che Ben Gurion e altri militanti sionisti di sinistra gli mossero, preferendo definirsi un liberale rispettoso della democrazia e dei valori borghesi del XIX secolo.
L’abbandono nel 1931 del Congresso sionista per il rigetto di una mozione che definiva lo scopo del sionismo come la costituzione di uno stato di Israele sulle due rive del Giordano, creò una spaccatura che avrebbe pesato a lungo nei rapporti tra la sinistra sionista e la destra rappresentata dai revisionisti.
Jabotinsky ebbe l’idea di fondare nel 1935 una Nuova organizzazione sionista in concorrenza con quella storica, ormai guidata dal partito di ispirazione socialista Mapai di Ben Gurion.
Le istituzioni dunque raddoppiarono, con la costituzione di due eserciti clandestini, l’Irgun di Jabotinsky e l’Haganà egemonizzata dai socialisti, e di due sindacati, l’Histadruth per i socialisti e l’Histadruth nazionale per i revisionisti.
Per quanto riguarda l’attività militare bisogna segnalare gli atti di violenza terroristica sui civili arabi operati dall’Irgun, che inasprirono ancora di più i rapporti con la maggioranza dei sionisti guidata ormai saldamente dal futuro primo ministro di Israele Ben Gurion.
Il filo-fascismo delle minoranze massimaliste Le ali estreme del sionismo revisionista erano intrise di nichilismo rivoluzionario, ispirato dal terrorismo russo di Volontà del popolo, nato dalla spaccatura del Partito socialista rivoluzionario di Russia, che organizzò l’uccisione dello zar Alessandro II. Questi sionisti massimalisti organizzarono una scissione dall’Irgun, dando origine nel 1940 al Gruppo Stern o Lehi, acronimo di Loamei Herut Israel (Combattenti per la libertà di Israele).
Il Lehi era un movimento militare, intriso di idee rivoluzionarie antiborghesi e di simpatie fasciste. Il capo del movimento, Avraham Stern, propugnava alleanze ‘pericolose’. In nome della guerra contro gli inglesi per liberare la Palestina dal dominio coloniale, il piccolo ma agguerrito movimento tentò addirittura una improbabile alleanza con i nazisti. Il ‘contatto’ venne preso per il Lehi da Naftali Lubentchik, che nel 1941 ebbe un colloquio con due uomini del Terzo Reich, Rudolf Rozer e Otto Von Hentig, responsabile del dipartimento per l’Oriente del ministero per gli Affari esteri. Venne stilato anche un documento, che esponeva la «comunità di