Potere agli oppressi !

un blog d'informazione antimperialista

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Blogger: MarkusWolf
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Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria. ( Ernesto "Che" Guevara: "Creare due, tre, molti Vietnam" )






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lunedì, 24 marzo 2008

Campo Antimperialista - SE FOSSIMO TIBETANI

SE FOSSIMO TIBETANI      
Sunday, 23 March 2008

Come opporsi al rinascente Impero Han senza diventare servi di quello americano?

A causa dell’aggressione angloamericana il popolo iracheno, in cinque anni, ha subito più di un milione di vittime. Un’ecatombe, anzi un vero e proprio genocidio. Davanti a questa carneficina in corso d’opera i mezzi di informazione tacciono, tendono anzi ad avvalorare la balla che la sitazione è in via di normalizzazione. Da parte loro i politicanti di tutti gli schieramenti, nessuno escluso, affaccendati ad accalappiare voti di patrizi e plebei in questa squallida campagna elettorale, si guardano bene dal dire qualche parola o dall’esprimere una pur velata indignazione. Si sono alzati invece come un sol uomo davanti alla repressione cinese della rivolta in Tibet. Quanti arresti? Meno di quelli compiuti dal governo Berlusconi a Genova. Quanti morti? Poco più di un milionesimo di quelli iracheni. Ma il Tibet non è l’Iraq e il lamaismo tibetano è ben lontano dall’islamismo.

In quest’olimpiade di ipocrisia centinaia di parlamentari, in un vero e proprio «blocco delle larghe intese», si son ritrovati a Campo de Fiori, in Roma, per esprimere la loro solidarietà, più che ai rivoltosi tibetani, ai monaci buddisti e al Dalai Lama —che in Tibet non ha alcun seguito di massa e ciò è confermato dal fatto che i giovani in rivolta non hanno affatto inneggiato al suo ritorno. Ironia della storia, l’happening romano si è svolto ai piedi della statuta che ricorda il sacrificio di Giordano Bruno, uno che monaci con la tunica di altro colore misero al rogo a causa delle sue idee. Come se non bastasse il Parlamento è stato urgentemente riaperto per esprimere esecrazione. Un successo senza precedenti della lobby anti-cinese, resa possibile da quel parvenu in caschemire che presiede la Camera dei Deputati, all’anagrafe Fausto Bertinotti. Una lobby buddhista per modo di dire e americanista nella sostanza, una lobby che vorrebbe spingere l’Occidente su una posizione di più aggressivo contenimento del Dragone.

La dichiarazione di Bush per cui non avoca l’indipendenza del Tibet e che andrà alle imminenti Olimpiadi di Pechino sono un bel ceffone per il variopinto fronte filo-dalai. La decisione di Washington di non fare troppo casino indica che per un’America alle prese con una fortissima crisi economica gli affari e la montagna di soldi cinesi che affluiscono nelle casse yankee sono per ora molto più importanti dei diritti dei tibetani.
Sarebbe tuttavia un errore scambiare la tattica per la strategia. L’establishment statunitense considera infatti la Cina capitalista un incipiente nemico strategico, un nemico la cui espansione deve essere contenuta, se necessario anche perseguendo una politica di destabilizzazione interna. A questo disegno risponde la decisione di fare del Tibet una seconda Taiwan. Il 28 ottobre 2001 il Congresso degli Stati Uniti, proprio mentre invadeva l’Afghanistan e si preparava a fare altrettanto con l’Iraq, con un bipartizan Foreign Authorization Act, approvava la risoluzione in cui riconosceva «il Tibet, comprese quelle aree incorporate nelle province cinesi di Sichuan, Yunnan, Gansu e Qinghai, [ovvero il «grande Tibet»] un paese occupato secondo i principi stabiliti della legge internazionale». La risoluzione stabliva inoltre che il Dalai Lama e il suo Governo tibetano in esilio, erano gli autentici rappresentanti del Tibet.

Questa decisione non cadde dal cielo, era al contrario il risultato di una geopolitica di lungo periodo, una geopolitica che non tollera concorrenti nel controllo del Pacifico e dell’Asia e di cui la vicenda tibetana è solo un tassello, un pretesto, un casus belli da tirar fuori alla bisogna. Gli Stati Uniti mai digerirono il crollo della teocrazia buddo-lamaista negli anni ‘50 e l’avanzata della rivoluzione popolare cinese. Che quella rivoluzione abbia portato ad una progressiva annessione non può far dimenticare cosa fosse il Tibet fino agli anni ‘50: nessun regime al mondo era più crudelmente teocratico e schiavista di quello del Dalai Lama e dei 180 Hutuktu. Sin dai primi anni ‘50 la CIA si occupò di sostenere direttamente la rivolta lamaista e fino al 1969, sempre la CIA, finanziava la guerriglia e addestrava gli anticomunisti tibetani nel campo di Hale in Colorado. La stessa fuga del Dalai Lama nel 1959 in India fu direttamente organizzata dai servizi segreti americani. Questo appoggio cessò nell’epoca Kissinger, quando gli USA decisero di agganciare la Cina in funzione antisovietica.

L’ostilità strategica imperialistica verso la Cina, che denunciamo come foriera di una nuova guerra mondiale, non può tuttavia spingerci, né a stabilire l’equipollenza tra il Tibet e Taiwan; né a farci dimenticare che la Cina di oggi è figlia di una colossale controrivoluzione sociale. Riguardo alla questione nazionale va poi ricordato che Cina non solo esitono una cinquantina di minoranze nazionali, va detto che c’è un’effettivo predominio degli Han (come a Taiwan, dove i nativi sono stati genocidiati), predominio che si manifesta in tutte le sfere sociali e che è diventato assoluto negli ultimi decenni di restaurazione capitalista, restaurazione che ha incoraggiato a dismisura la spinta colonizzatrice Han in quasi tutte le Provincie autonome (la Costituzione del 1982, quella che legittima la proprietà privata capitalistica, pur assegnando formalmente una vasta autonomia alle provincie autonome, non riconosce in alcuna maniera il diritto all’autodeterminazione).

Non ci passa per la testa di avocare lo smembramento della Cina in piccoli staterelli (come fece il vecchio colonialismo europeo e come forse sperano accada in futuro i tecnici del dominio imperialista occidentale). Ma neanche possiamo tacere le sofferenze che alcuni popoli subiscono a causa dell’oppressione razzista degli Han, primo fra tutti il popolo uyguro del Xinijang. Se ieri gli Han pretendevano di portare il socialismo e di strappare questi popoli al «feudalesimo», oggi essi cercano di strapparli ad un’economia agraria che per quanto arretrata è ancora collettivista, ed esportano un capitalismo selvaggio e sfruttatore.

Se fossimo tibetani avremmo probabilmente partecipato alla rivolta. Saremmo stati al fianco del nostro popolo, a rivendicare il diritto di essere padroni in casa nostra. Ci saremmo scagliati, assieme ai tanti giovani esausti della colonizzazione cinese, contro i simboli dello strapotere Han, ovvero i templi del potere e quelli del denaro. Non avremmo tuttavia inneggiato al Dalai Lama, avremmo anzi denunciato i «democratici » occidentali che tuonano lampi e fulimini contro i regimi teocratici islamisti, ma in Tibet vorrebbero restaurare la dittatura teocratica lamaista. Solo stando a fianco di chi combatte contro l’ingiustizia si può sperare che la lotta non sia strumentalizzata dalle diverse forze politiche reazionarie dell’opposizione tibetana, che usano la bandiera dell’indipendenza per salire al potere e fare gli affari al posto degli Han. Stare alla finestra, fare gli indifferentisti, non è nella nostra indole.
V’è chi ci criticherà, sostenendo che non c’è alcun posto tra l’imperialismo euro-atlantico e il neoimperialismo sino-russo. Esso ha perduto ogni speranza nei movimenti di emancipazione dei popoli. Noi no.

http://www.antiimperialista.org/index.php?option=com_content&task=view&id=5588&Itemid=68
postato da: MarkusWolf alle ore 16:52 | link | commenti (2)
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Conversione Magdi Allam : finalmente tutto chiaro

di Rita Guma*

Plaudo alla decisione di Magdi Allam di manifestare la sua adesione al cattolicesimo in modo cosi' chiaro e plateale, nonche' alla scelta di farsi battezzare dal Papa, un papa che ha da tempo chiarito la sua visione restrittiva del dialogo fra le religioni.

Sara' cosi' finalmente inequivoco da che parte sta il giornalista, il quale in questi anni - forte della sua dichiarata (ma da molti messa in dubbio) fede islamica - ha attaccato l'Islam in modo virulento attribuendo a questa fede (e quindi all'intero popolo che la professa) carattere nazifascista e generatore di morte.

Come associazione per la legalita' e i diritti, delle religioni (tutte) ci interessa solo che non interferiscano nello Stato laico e non contravvengano alla Costituzione e alle leggi internazionali mentre viceversa ci interessa far rispettare la dignita' e liberta' di cluto delle persone che le professano.

Ma delle persone che fanno informazione - specialmente quando trattano temi delicati che hanno ricaduta sulla convivenza fra civilta' - ci interessa la correttezza e la mancanza di mistificazione. Da ieri per Magdi Allam, la cui visibilita' ne ha sempre amplificato il messaggio, questa condizione e' rispettata.

Per questo credo ne debbano esserne contenti anche gli Islamici per bene e le organizzazioni islamiche pacifiche, considerando fra l'altro che la fine dell'equivoco permettera' loro di chiamare in tutte le sedi opportune il giornalista e il suo editore a rispondere dei suoi scritti ove offensivi nei loro confronti senza che l'interessato possa proclamarsi loro correligionario e il giornale fregiarsi di ospitare una voce islamica fra le sue pagine.

Peraltro - poiche' si presume che una conversione cosi' manifesta non sia nata dall'oggi al domani ma sia frutto di un percorso lungo e meditato - anche gli scritti del 'nostro' redatti in tempi recenti perdono quella carica di 'autocritica' che Allam aveva voluto accreditare per le sue analisi antiislamiche.

* presidente Osservatorio sulla legalita' e sui diritti onlus

http://www.osservatoriosullalegalita.org/osservatorio/com2008/017magdiallam.htm

postato da: MarkusWolf alle ore 16:30 | link | commenti (1)
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venerdì, 21 marzo 2008

Israele come Forza Nuova: incentiva l'islamofobia

Islam: amb. Israele presso Santa Sede, presenza immigrati minaccia l'Europa


Dal sito http://www.adnkronos.com/AKI/English/hp/

www.adnkronos.com/AKI/Italiano/ext/adnsearch_int.php?words=israele+immigrati&cerca=..%2Fext%2Fadnsearch_int.php&HTDigSearch.x=17&HTDigSearch.y=10


Islam: amb. Israele presso Santa Sede, presenza immigrati minaccia l'Europa (Aki) - "Gli immigrati musulmani cominciano a rappresentare una seria minaccia per la democrazia e la pace in Europa": è l'allarme che l'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Oded Ben-Hur, ha lanciato ieri sera in una conferenza presso la American University di Roma, durante la quale ha criticato ...
20/03/2008 -
http://www.adnkronos.com/


www.adnkronos.com/AKI/English/Politics/?id=1.0.1992348697

Rome, 20 March(AKI) - Muslim immigrants are a serious threat to peace and democracy in Europe, according to the Israeli Ambassador to the Vatican Oded Ben-Hur.

"[Muslims] have a different agenda, and are beginning to be a real serious menace to democracy and peace in Europe," he said during a speech at the American University of Rome.

Ben-Hur also criticised what he called the Italians' "docile, ostrich-like approach" to Muslims in Italy.

"People here in Italy should have raised hell," he said.

Ben-Hur spoke at length about extremist Islam and what he saw as a "sharp decline in their [Islamic] culture," following the expulsion of Muslims from European lands in the 15th century during the Spanish 'reconquista'.

He referred to leaflets that he claims to have in the Israeli embassy, that are linked to a programme by Osama bin Laden "to re-conquer Europe."

"They (Muslims) are witnessing what they define as the death of their culture, so they have introduced the culture of death," he told students.

"This is why those guys with explosive belts kill Israelis and Jews, for the sake of killing Jews and killing Israelis."

Referring to media coverage, he said important material was missing from news reports.

"But [people] don't see the incitement by the imam, they don't see the incitement in the mosques."

Ben-Hur said Israel still treated the wounded from Gaza in Israeli hospitals and that Hamas sent badly injured people to die in Israel.

"Hamas, who is in charge in the Gaza Strip, they send people that they cannot handle in their hospitals," he said.

"Sometimes they send them to die in Israel to give us a bad image, we manage to save most of them, but nobody would write about it, nobody would be interested, this is not news!"

"Because of the fear of terrorism, we are losing, day in and day out, the war of image."

"The problem is information wise, propaganda wise, we dont have huge numbers of casualties. That (show) we are suffering. These are not sexy figures," said the ambassador.

The senior diplomat was pessimistic about the prospect of peace between Israel and the Palestinians and said there was no "partner" with which to build an accord.

"As time goes by, if these [Palestinians] are the people we are going to live with, do we trust them?" he asked. "Aren't we risking the future of our nation? We need pressure, a unified pressure."

With regard to Iran, he said that the country's hardline president Mahmoud Ahmadinejad was a very unpredictable person and Iran's Shiite revolution should frighten people around the world.

Regarding Iran's nuclear programme, he did not believe a nuclear attack on Israel would take place.

"Ahmadinejad is building his atomic capacity not to destroy Israel," said the ambassador.

Instead, Ben-Hur focused the debate on Iran's alleged nuclear missiles and its range, which he said could reach Europe.
postato da: MarkusWolf alle ore 22:53 | link | commenti (1)
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PMLI - La cricca revisionista e fascista di Pechino stronca nel sangue la rivolta autonomista del popolo tibetano

La cricca revisionista e fascista di Pechino stronca nel sangue la rivolta autonomista del popolo tibetano

È di quasi un centinaio di morti, molti feriti e centinaia di arrestati il bilancio provvisorio al 18 marzo, secondo fonti tibetane, della repressione con la quale la cricca revisionista e fascista di Pechino ha stroncato la rivolta autonomista del popolo tibetano. Nella capitale Lhasa la fine delle proteste è garantita dalla massiccia presenza della polizia schierata nelle strade, sui tetti e attorno ai principali edifici della città che controlla l'identità dei passanti. Ma altre manifestazioni si sono svolte ancora il 18 marzo a Machu nella provincia tibetana del Gansu, dove negli scontri con la polizia sarebbero morti una ventina di dimostranti, e a Ngaba, nella confinante provincia del Sichuan, dove sarebbero almeno otto le vittime.
Le manifestazioni autonomiste erano iniziate il 10 marzo quando un centinaio di religiosi avevano iniziato una marcia da Dharamsala, nel nord dell'India, che avrebbe dovuto portarli nell'agosto prossimo fino a Pechino in concomitanza con l'inizio delle Olimpiadi. Altre manifestazioni si svolgevano a Lhasa, in occasione della ricorrenza della fuga del Dalai Lama dal Tibet nel 1959, dove alcune centinaia di monaci sfilavano in corteo per chiedere maggiore autonomia per il popolo tibetano. La manifestazione era dispersa dalla polizia che usava manganelli e bastoni elettrificati. E mentre la marcia dei religiosi da Dharamsala era rallentata dalla polizia indiana che arrestava gran parte dei partecipanti a poche decine di chilometri fuori della città proseguivano le proteste a Lhasa dove il 12 marzo alcune centinaia di dimostranti venivano dispersi dalla polizia con i lacrimogeni. I dimostanti chiedevano anche la liberazione di alcuni monaci arrestati dalla polizia a inizio febbraio per aver sventolato la bandiera del Tibet autonomo.
L'intervento repressivo della polizia non fermava le manifestazioni autonomiste che vedevano in piazza a Lhasa il 14 marzo ancora centinaia di dimostranti che si scontravano con la polizia. Gli agenti usavano le armi e negli scontri che seguivano si contavano diversi morti. La protesta si estendeva dalla capitale a altre città tibetane, diventava un'aperta rivolta popolare per l'autonomia del Tibet.
Una rivolta diversa da quella del 1959 cui nelle cronache viene paragonata. Allora si trattava dell'azione controrivoluzionaria di un gruppo di reazionari tibetani, fomentati e armati dall'imperialismo in funzione anticomunista contro la Cina socialista di Mao, che non ottennero l'appoggio popolare e furono sconfitti. Allora il popolo oppresso si levò ad accusare i membri reazionari del governo locale, fra gli ecclesiastici e i nobili, che volevano mantenere le catene della schiavitù e diventò protagonista della storia del Tibet, a fianco delle altre nazionalità della Cina socialista, nella Regione autonoma del Tibet che sarà formalmente proclamata nella prima sessione della prima Assemblea popolare del Tibet tenuta a Lhasa dal 1° al 9 settembre del 1965.
L'atteggiamento della Cina di Mao fu sempre di estremo rispetto delle specificità della situazione tibetana, non veniva toccata l'organizzazione del governo locale e la struttura sociale, erano rispettate le credenze religiose, le usanze e i costumi locali, qualsiasi riforma era subordinata all'accettazione del governo locale. In una direttiva interna del CC del PCC sul lavoro nel Tibet del 6 aprile 1952 si affermava: "Dobbiamo fare ogni sforzo e usare metodi appropriati per conquistare il Dalai e la maggioranza dei suoi strati superiori, isolare la minoranza dei cattivi elementi e arrivare in molti anni, gradualmente e senza spargimento di sangue, alla trasformazione politica ed economica del Xizang (Tibet). (...) Se le cose andranno per le lunghe non ne avremo grandi danni, al contrario, ne trarremo dei vantaggi. Lasciamo che essi (i reazionari, ndr) commettano ogni genere di atrocità insensate contro il popolo, noi ci occuperemo solo della produzione, del commercio, della costruzione di strade, della medicina e del fronte unito (unità con la maggioranza e educazione paziente) e di altre cose buone, con lo scopo di conquistare le masse e aspettare che maturi la situazione". Con questa politica la Cina socialista aveva le masse popolari tibetane dalla sua parte a respingere il tentativo controrivoluzionario del 1959. Alla vigilia del quale il Dalai Lama fuggiva in India.
Un atteggiamento ben diverso da quello tenuto dalla cricca revisionista e fascista al potere da ormai 30 anni a Pechino che ha sposato il capitalismo e l'imperialismo, smantellato la Cina socialista e con essa i corretti rapporti con le minoranze etniche, con la specificità del Tibet. Una cricca che non tollera la benché minima richiesta autonomista del popolo tibetano e ha risposto col pugno di ferro. Proprio nei giorni in cui l'omologo e concorrente imperialismo americano annunciava di aver depennato la Cina capitalista dalla lista nera dei paesi che violano gravemente i diritti umani.

19 marzo 2008

http://www.pmli.it/criccafascitapechinotibet.htm

postato da: MarkusWolf alle ore 22:42 | link | commenti
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domenica, 24 febbraio 2008

Reato di blog - di Miguel Martinez

 

In Italia, si può finire sotto inchiesta per aver messo in rete la traduzione di testi che girano liberamente.

Come forse ricorderete, sul mio blog ci sono stati scambi di commenti all'ultimo sangue tra militanti sciiti e sunniti.

Dal mio distaccato osservatorio, politico e non religioso, trovo che entrambi hanno qualche ragione: gli sciiti nel denunciare l'atteggiamento autoreferenziale di alcuni movimenti salafiti, che sono stati capaci di inimicarsi metà della popolazione dell'Iraq; i sunniti, nel criticare la natura spesso ondivaga e interessata della politica iraniana nel Vicino Oriente.

Ma un conto sono le critiche politiche.

Un altro, il fatto che negli ultimi giorni, entrambi gli schieramenti sono stati oggetto di una nuova sperimentazione repressiva.

La Procura di Verona ha chiuso quattro blog di italiani salafiti, mentre Magdi Allam ha denunciato il sito sciita http://www.islamshia.org/.

Il giudice Guido Papalia ha denunciato sette blogger con la tremenda accusa di "istigazione a delinquere con l'aggravante del terrorismo", per aver tradotto in italiano i testi di alcuni noti jihadisti.

Gli autori che loro hanno tradotto li ho letti anch'io.

E li ho letti, non solo perché i loro discorsi si trovano ovunque in rete.

Nella più grande libreria di New York, ho comprato un'antologia dei discorsi di Osama bin Laden; mentre pochi mesi fa, alla Libreria Francese di Firenze, ho comprato una dettagliata antologia di tutti gli scritti noti di Osama bin Laden, Abdallah Azzam, Ayman al-Zawahiri e Abu Mus'ab al-Zarqawi,  con un'introduzione di Gilles Kepel. Il titolo è Al-Qaida dans le texte e costa 24,50 Euro.

Sarebbe interessante leggere il mandato contro i blogger; ma stando almeno ai resoconti giornalistici, l'unica accusa contro di loro consiste nell'aver pubblicato queste traduzioni.

Non c'è alcun accenno ad alcuna azione violenta, nemmeno ipotizzata.[1]
 
Ora, è chiaro che una differenza tra i blogger e i proprietari della Libreria Francese di Firenze c'è.

Questa differenza sta nelle idee e simpatie personali dei blogger. Idee e simpatie che farebbero rizzare i capelli in testa alla grande maggioranza della popolazione italiana.

Ma è proprio sui casi estremi che si valuta lo stato di diritto.

Un esempio: la legge italiana vieta la tortura. Poniamo che un giorno si introduca un'eccezione, per qualche categoria socialmente invisa: ad esempio, per gli scippatori.[2]

Chi non sarebbe favorevole? O meglio, chi oserebbe opporsi?

Poi però la tortura rimane, e può essere estesa lentamente a qualunque altra categoria. E allora, se si vuole combattere la tortura, bisogna opporsi quando se la prende con gli scippatori, e non aspettare che colpisca anche chi è accusato di aver lasciato la macchina in divieto di sosta.

Ora, le idee e le simpatie sono libere in Italia, oppure no?

Sarebbe facile dire che lo sono perché sia Berlusconi che Veltroni possono dire quello che vogliono. Tanto dicono la stessa cosa. E' con casi come quelli dei blogger salafiti che possiamo vedere se c'è o non c'è libertà di pensiero.

Il caso del sito sciita "segnalato alla Procura di Roma" da Magdi Allam  è diverso: anch'io posso denunciare chi mi pare per quello che mi pare, bisogna vedere cosa ne faranno i magistrati.

Però, se la sua segnalazione non sarà cestinata, il caso sarà ancora più grave. Perché Magdi Allam è andato in procura per denunciare il fatto che quel sito aveva tradotto il discorso del vali-ye faqih iraniano Ali Khamene'i, l'esponente più rappresentativo di uno stato riconosciuto dall'Italia.

Il testo è semplicemente l'elogio di un uomo che è stato assassinato alcuni giorni fa, per aver combattuto dentro i confini del proprio paese, contro occupanti di ogni sorta.[3]

Per documentare la propria accusa, Magdi Allam cita sul proprio sito gran parte del comunicato di Khamene'i. Contribuendo così a diffonderlo anche lui.

Se c'è un'abitudine diffusa nel mondo, è quella di scoprire tutte le differenze che ci sono con gli altri, solo quando quegli altri si trovano nei guai.

Tutti sanno quali sono le differenze tra le mie posizioni e quelle degli sciiti e dei sunniti militanti. Però, visto che sono sotto attacco, metto da parte tutte le differenze e li chiamo entrambi amici.

Invito i miei amici salafiti a sporgere denuncia contro la Libreria Francese di Firenze per aver diffuso i testi di Osama bin Laden.

E invito i miei amici sciiti a denunciare Magdi Allam per aver pubblicato quasi integralmente il testo di Ali Khamene'i.

Vediamo cosa ne viene fuori. Se dicono ad esempio che la Libreria Francese può diffondere gli scritti di Sheykh Osama solo perché non ne condivide le idee, io posso pubblicare qui la formula segreta per farsi il tritolo in casa.[4] Tanto, sono contrario.

P.S. Notizia scandalosa! (con questa premessa, posso scrivere quello che mi pare no?), sembra che uno dei blog abbia riaperto sotto un nuovo nome:

http://baraka.splinder.com

Infine, un consiglio tecnico. Tutti coloro che hanno blog o siti a rischio, dovrebbero farne copia. Usando, ad esempio, il semplice programma gratuito http://www.httrack.com/.

Nota:

[1] Sia sul sito del Corriere che di Repubblica, leggiamo quella che evidentemente una velina della DIGOS, dove si dice che sui blog "venivano pubblicati i comunicati emessi da Osama Bin Laden e dal numero due di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, dopo ogni atto terroristico di matrice islamica."

L'affermazione, che evidentemente cerca di incastrare i blogger come rivendicatori di attentati, è semplicemente falsa. Fosse solo perché i due esponenti jihadisti fanno sempre discorsi generici e non rivendicano attentati.

[2] Non voglio ovviamente paragonare i blogger a scippatori. Intendo solo parlare della percezione di massa.

[3] A volte, si legge l'infamante e strumentale accusa contro Imad Mughniyyah di coinvolgimento nell'attentato contro la  sede della comunità ebraica di Buenos Aires. Non solo non esiste alcuna prova del coinvolgimento suo o di Hezbollah. Ma sopratutto, Hezbollah non ha mai compiuto azioni militari all'estero; e certamente un antisionista minimamente intelligente - come è la dirigenza di Hezbollah - dovrebbe avere ben chiaro che l'arma principale del sionismo consiste nella manipolazione delle paure degli ebrei che vivono fuori da Israele.

L'inchiesta fu tolta al giudice argentino, quando fu dimostrato che aveva offerto 400 mila dollari a un piccolo delinquente, tale Carlos Alberto Telleldin, a patto che "riconoscesse" alcune persone vicine a Hezbollah, segnalate a loro volta dalla CIA.

[4] No, non la conosco. Però da qualche parte in Internet la posso trovare sicuramente.

http://kelebek.splinder.com/post/16067787/Reato+di+blog#16067787

 

PS. Al Qaeda. I Testi. è disponibile IN LINGUA ITALIANA in tutte le librerie, edizioni Laterza 2006, si pregano la Digos di Verona e il magistrato Papalia di intervenire. :)

Oltretutto il blog 'abujihad' prendeva i «messaggi dei capi di Al Qaeda tradotti inneggianti al martirio», oltre che dall'Uomo più cattivo del mondo, da La Stampa.it e Repubblica.it, ma queste due fonti non sono state ancora oscurate.

.Mark.

postato da: MarkusWolf alle ore 00:32 | link | commenti (2)
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venerdì, 15 febbraio 2008

Le divisioni del papa - Le variegate crociate del signor Magdi Allam

Angelo D'Orsi

Il Manifesto
15 febbraio 2008

Il signor Magdi Allam, personaggio che ormai appartiene alla storia della teratologia comparata, turbato dal successo dell'appello dal sottoscritto lanciato a favore dei 67 colleghi della «Sapienza», e in generale dalle manifestazioni di solidarietà che quei docenti stanno ricevendo, non ha trovato di meglio che lanciare un suo appello, dal sapore di scomunica e dal tono di crociata. Dopo aver pochi giorni fa tuonato contro i matrimoni misti, Magdi, chiede agli italiani di dichiararsi senza esitazione dalla parte del papaIl testo dell'appello è una chiamata alle armi, vero proclama per operare una nuova limpieza de sangre: stavolta non sono soltanto gli islamici, ma tutti gli anticristiani e in specie nemici del Vaticano, anche quando battezzati e italiani. Nella perorazione di Allam, il tono bellicoso, da monaco che grida ai crociati «Dio lo vuole!» (ma, beninteso, contro la «predicazione d'intolleranza laicista da parte di un manipolo di docenti e dell'intimidazione violenta da parte di una banda di studenti») si mescola talora al belato in difesa del Santo Padre e la sua «inaudita e sofferta decisione» di annullare la visita alla Sapienza. Allam, però, va ben oltre, e evocando toni e argomenti alla Cesare Maria De Vecchi, indimenticato ministro dell'Educazione nazionale ai tempi belli in cui i treni arrivavano in orario, specie quando traducevano i Gramsci, i Terracini, i Foa e i Pajetta, in galera, o tanti italiani in amene località di «villeggiatura», per citare la celebre battuta del simpatico cavalier Berlusconi, che di vacanze se ne intende. Quel De Vecchi che invocava una «bonifica fascista della cultura». Il confronto testuale è illuminante: chi parla di «evidente marciume ideologico diffuso nel mondo accademico e culturale italiano»? Allam 2008, o De Vecchi 1937? Allam 2008. Risposta esatta. Tra le prime adesioni, quella di Giorgio Israel, che negli ultimi tempi si è messo reiteratamente in luce, per begli esempi di argomentare comprensivo e tollerante, su testate ben note, dal Giornale al Foglio. E certo l'adesione a un testo che invoca la bonifica della cultura dovrebbe inquietar lui più di quanto inquieti altri, forse. Ma, ormai, tutte le confusioni sono lecite, tutte le contaminazioni, e tutte le menzogne, e i più indebiti slittamenti logici e le più improponibili analogie storiche. Sicché, un Allam è oggi l'avanguardia di un esercito sanfedista, che con approccio rovescista, tuona contro lo stato italiano trasformato «in un bordello dove si svendono i valori e si calpestano le regole». E quali sono le regole e i valori? Che il papa vada a inaugurare l'anno accademico del più grande ateneo d'Europa; e che comunque avendo rinunciato - perché a lui interessava dare il verbo, nel silenzio compunto e deferente dell'uditorio, come appunto in una funzione religiosa - la colpa è dei «laicisti», che quello stato hanno difeso, sbandierando non Lenin o Bin Laden, ma Cavour, o Galileo. Allam, forse diventato portavoce ufficioso della Santa Sede, forse suscitando l'invidia di altri in lizza per lo stesso ruolo, non si vergogna a scrivere che «oggi l'università e più in generale il mondo dell'Istruzione, i docenti e più in generale il mondo della Cultura, sono profondamente ammalati di relativismo cognitivo, etico e culturale; sono totalmente accecati dall'ideologia del laicismo che li porta a odiare e a infierire contro la propria civiltà che ha il suo radicamento storico e scientifico nella fede e nella tradizione giudaico-cristiana»... Essi, sono anzi «a tal punto spregiudicati e immorali da non avere remore a schierarsi e a favorire chi è dedito a combattere e a annientare la nostra civiltà occidentale» e in particolare, ovviamente, i «predicatori d'odio» e gli «apologeti del terrorismo islamico». Ebbene, la rinuncia del papa, e la protesta di tanta parte di questo odioso culturame (ah, il buon Mario Scelba!), segna la «cocente sconfitta dello Stato di diritto» e il «trionfo dell'estremismo e dell'oscurantismo». Come si combattono tali virus? Risposta: «quantomeno» con «una sanzione disciplinare e morale nei confronti di educatori che diseducano». E se ciò non dovesse avvenire, si avrebbe la conferma «che è l'insieme dell'università italiana da bonificare». Siamo appunto, di nuovo a De Vecchi, e alla sua «Bonifica fascista della cultura», edito da Mondadori nel 1937 L'ultima sortita di Allam, e dei suoi sodali vecchi e nuovi, deve indurre a riflettere su di una situazione che mostra forse il punto d'arrivo della «crisi dell'intellettuale», che tale Julien Benda, ottant'anni fa, bollò come «tradimento dei chierici». Si confondono cose che nulla hanno a che fare, stabilendo inesistenti catene causali: l'appello dei 67, da manifestazione civile e legittima, oltre che giusta, di difesa della sacralità della scienza e dei suoi luoghi (esiste questa sacralità!), diviene la prova di un vetero «laicismo», parola lanciata come se fosse un'accusa: chi lo fa ignora ovviamente che il laicismo non è altro che l'idea della (necessaria) laicità della scienza e della politica in uno stato e in una società moderni. Altro esempio inquietante rimescolamento scorretto delle carte, è la reazione isterica alla proposta (personalmente da me non condivisa, ma legittima) di boicottaggio della Fiera del Libro di Torino, per protesta contro l'invito a Israele come stato ospite d'onore, nel 60° della sua fondazione: una data importante per gli israeliani, ma certo un lutto (la Nakba) per gli arabi, e in specie per i palestinesi espulsi dalle loro terre, espropriati delle loro case, a cui (ai loro eredi, ormai), a dispetto delle reiterate risoluzioni Onu, mai è stato concesso il rientro. Troppi commentatori «indipendenti» hanno fatto a gara nel porre sotto accusa anche chi si è limitato a osservare il rischio di un invito (politico) a Israele, in quanto stato, in questo anno; a chi ha proposto di invitare anche i palestinesi, dando corpo all'utopia di uno stato con due popoli (e molte religioni). Puntuale è scattata l'accusa di antisemitismo, o, nell'ipotesi più benevola, stabilendo strabilianti connessioni anche con l'episodio della Sapienza (il primo a farlo è stato, furbescamente, il rettore Guarino), si è gridato alla mala pianta dell'intolleranza. E, improvvisamente, spunta lo schifoso elenco con i nomi dei firmatari di un documento del 2005 contro il boicottaggio deciso nelle università inglesi... Ecco dunque il boicottaggio a Israele (presentato come rifiuto del confronto con i libri e gli autori), non come sanzione di una politica, viene coniugato con la black list: dunque ancora, «antisemitismo». E così, per tornare alla protesta contro lo sciagurato invito del rettore al papa in quella precisa circostanza, ecco che partono le accuse non solo di laicismo anticristiano, di anticlericalismo ottocentesco, ma ancora, di intolleranza. Tragicomico segno dei tempi di confusione i cartelli dei fascisti davanti all'ingresso della Sapienza, che invocano Voltaire, per giunta in nome di papa Ratzinger...Mentre Giuliano Ferrara, che chiama «asini», i 67, si vanta di non essersi laureato. Benito Mussolini si vantò di non aver mai letto una pagina di Benedetto Croce.

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martedì, 05 febbraio 2008

I FASCISTI SI CONGRATULANO CON IL PARTITO DEMOCRATICO

IANNONE (CASA POUND): CONGRATULAZIONI AL PARTITO DEMOCRATICO PER STATUTO AL PASSO CON I TEMPI

“Il mancato riferimento a falsi valori come antifascismo e resistenza, nello statuto del Partito Democratico, rappresenta il segno dei tempi che cambiano”. Gianluca Iannone, portavoce di Casa Pound si congratula “con la scelta coraggiosa del neonato PD, augurandomi che essa rappresenti la fine dell’odio nei confronti di chi ha opposto alla ragione dei vincitori la forza della verità, troppo a lungo sacrificata sull’altare della ragione politica”. “Mi chiedo ora – conclude Iannone – quando anche Alleanza Nazionale cancellerà il riferimento retorico alla resistenza, visto che nemmeno i comunisti ci credono più”.

Naturalmente, non credo ci sia altro da "aggiungere", a buon intenditor poche parole...

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giovedì, 27 dicembre 2007

Signor Presidente, destituisca Gentilini! HRP

Signor Presidente, destituisca Gentilini!


 

    Le scrivo sig. Presidente dopo che simili lettere ho scritto negli anni scorsi al Suo predecessore e ai ministri dell'Interno dell'attuale e del passato governo, su correlati argomenti, nella sincera convinzione che in democrazia il dialogo tra i cittadini e le istituzioni sia possibile, utile e necessario e nella pertinace convinzione che esista ancora, in questo nostro Paes,e una Costituzione e un ordinamento che sanciscano solennemente l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e il diritto al rispetto della loro dignità.

   

    Il fatto è, sig. Presidente, che mi hanno dato pubblicamente del "tumore"! Si, non hanno detto che HO un tumore, ma proprio che SONO un tumore da estirpare prima che possa produrre metastasi. Invero sig. Presidente sono sano come un pesce (Deo gratias), ho cinque figli che stanno benissimo e se queste sono le mie metastasi, Iddio le conservi!

   

    Questa orribile e del tutto erronea diagnosi non viene da un oncologo incapace ma da Giancarlo Gentilini, prosindaco di Treviso il quale giustificando la persecuzione dei musulmani della città da parte dei Vigili Urbani mandati ad identificarli durante la preghiera congregazionale e la proibizione di utilizzare una struttura privata per celebrare il rito della festa del Sacrificio, avrebbe detto di averlo fatto perchè trattandosi di "un tumore che poteva degenerare in metastasi andava estirpato". Gentilini non è nuovo a questo genere di esternazioni anni fa affermò che: " I perdigiorno extracomunitari bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim, pim, pim col fucile" e un'altra volta che bisognava affondare i battelli dei clandestini a colpi di bazooka.

    Sembrerà strano a Gentilini ma non sfugge di certo a Lei, sig. Presidente, che la nostra Costituzione garantisca la libertà religiosa e la nostra legge penale (art. 406 ) condanni la turbativa di funzione religiosa.

   

    Ebbene sig. Presidente, se alcune amministrazioni comunali del Sud sono state dichiarate decadute per ragioni di connivenza mafiosa, mi domando se non si sia possibile far decadere personaggi come Gentilini e i suoi sodali per totale incompatibilità con la Costituzione della Repubblica. E, per prevenire, che è sempre meglio che curare, non si potrebbe aggiungere un altro titolo alla nota Carta che il Ministro Amato ha fatto redigere e che vuole sotto(im)porre alle comunità immigrate per ribadire il sistema valoriale su cui si basa la convivenza nel nostro Paese? Un piccolo segno di reciprocità, anche di un solo articolo che obbligasse i sindaci, e i prosindaci, d'Italia ad un profilo di civiltà e di rispetto della dignità di tutti cittadini e i residenti?

 

    Con viva cordialità

   

    Hamza Roberto Piccardo, musulmano italiano

 

in allegato la lettera che scrissi al Presidente Ciampi nel 2005

qui di seguito rassegna stampa sulle affermazioni di Gentilini

 

In merito ai diritti negati ai musulmani gia' nel 2005 scrivemmo questa lettera al presidente Ciampi

Scarica il file>>

 

 

 

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Le perle di Gentilini

da http://www.maidire.net/public/forum/messages/3983/5750.html?1034265392

«Io stesso avevo chiesto più volte che gli alpini potessero essere utilizzati come truppe di controllo alle frontiere italiana contro l'immigrazione clandestina>>

[parlando di extracomunitari] «A volte le nostre stalle sono in migliori condizioni delle loro case»

«Molti nemici, molto onore»

«Agli extracomunitari che si fermano in Italia andrebbero prese non solo le impronte delle dita delle mani, ma anche dei piedi e del naso se occorre»

[Riferito ai giornalisti] «quei delinquenti che scrivono contro la razza Piave. Gente che deve essere rigettata nel Tevere pieno di fango rosso. E io odio quel colore, perché anche le ombre le bevo solo di vino nero».

«Mi hanno tanto criticato per la faccenda dei carri piombati. Ma quelli che vengono qui senza essere in regola vanno impacchettati come sardine e rispediti indietro».

«Per gli extracomunitari ci sono i deserti e le savane»

«Altro che sanzioni alternative e riforma del Codice penale. Chi viene condannato deve essere costretto a lavorare con la catena ai piedi ed il mitra sulla schiena»

Parlando di extracomunitari: «Questi non sanno nemmeno cosa sia il lavoro al massimo, potrei tollerare qualche ladro di polli nostrano. Stiamo studiando la possibilità di far loro pulire tutti gli scoli dell'acqua, che nel nostro comune sono ben 35.000»

«la Lega ha il dovere di erigere un cordone sanitario contro gli immigrati, i no global, i nomadi rubiaioli e i centri sociali. Contro tutti costoro, tolleranza zero. A noi non interessa una civilità multietnica, abbiamo mille anni di storia da difendere»

«Il brivido che provo quando vedo il tricolore vorrei che si trasmettesse ai giovani. Anche agli imboscati. L'obiezione di coscienza l'ho sempre odiata, non si mercanteggia con il proprio dovere».

«se occorre bisogna sparare con i bazooka contro gli scafisti che portano i gommoni pieni di clandestini, senza però la gente sopra. A un certo punto bisogna anche ad altezza d'uomo perché c'è un'occupazione latente e sotterranea del territorio italiano»

(parlando di Casarini) "E' un bin Laden 2 che esce dai suoi territori (Padova e Venezia) per invadere popolazioni che lo snobbano. Crede di essere ancora sotto il regime comunista, ma le cose sono cambiate. Sono convinto che ci voglia un po' di codice militare in questo momento, visto che l'Italia è in guerra"

«C'era una Bmw con le targhe a penzoloni, i fanalini che funzionavano uno sì e uno no. E mi sono chiesto: di chi sarà questa? Manco a dirlo, dentro c'era un extracomunitario. E poi fanno le campagne contro le mine antiuomo: queste sono le vere mine antiuomo. Mine viaggianti»

«Le auto degli extracomunitari, sono spesso prive di bollo, non assicurate, guidate da clandestini, hanno targhe contraffatte per usi illeciti. Cosa devo dire ai congiunti delle vittime della strada che non possono usufruire dei risarcimenti dato che l'auto era guidata da extracomunitari clandestini senza patente, senza assicurazione e senza bollo?». Per questo per Gentilini «uno Stato di diritto non può permettere che le cose continuino come sotto il passato regime» e quindi chiede a Berlusconi e Bossi «leggi nuove, leggi ferree, ma sprattutto l'eliminazione del buonismo, della falsa solidarietà» e invita alla «tolleranza zero»

«Noi abbiamo bisogno di gente in regola e che faccia un lavoro preciso. Gente che stia alla catena di montaggio, che produca. Solo così avremo la situazione sotto controllo»

«Non mi risulta affatto che i trevigiani nel mondo pensino di noi che siamo razzisti ed incivili. Sabato ero con quelli di Latina, che bonificarono l'agro pontino. Non ho sentito da loro epiteti di questo tipo. Io ho sempre detto che accetto l'immigrazione, però a pari condizioni di quella vissuta dai nostri nonni e bisnonni»

«Putroppo a Genova si è visto che le forze dell'ordine non sono più abituate a usare il manganello: dopo cinque anni di buonismo, bisognerà rieducarle»

«Casarini va messo nel girone dantesco dove lo sterco arriva alla gola»

«Hanno scelto proprio il colore giusto: sono neri dalla vergogna»

«Come sindaco di Treviso chiedo ufficialmente che l’esercito venga a pattugliare giorno e notte le strade della mia città. Sono pronto ad acquistare mezzi militari e fornire volontari per fare le ronde, se necessario»

[dopo aver fatto rimuovere le panchine dai giardini pubblici di Treviso] "E se non basterà, si potrebbero pure segare tutti gli alberi"

«Sapete perchè dicono che sono haideriano? Perchè ho detto ad Haider che è un mio allievo perchè nel suo programma parla di ordine e disciplina, proprio come me»

«Questa è casa nostra e in casa nostra abbiamo il diritto di difenderci dai ladri: se qualcuno entra in casa mia per rubare e mette in pericolo la mia famiglia io lo buco, il codice penale deve darci maggiori garanzie contro i ladri. Oggi, in caso di aggressione, chi rischia di andare in galera è chi si difende e non chi entra in casa tua per portarti via tutto»

A Volpago Gentilini ha spiegato cosa dirà alle donne prima del voto: «Dirò loro di non fare l'amore col marito o col fidanzato se prima i loro uomini non saranno andati a votare. Le donne hanno un'arma eccezionale e anche quell'arma serve per conquistare Roma»

«C'è una bella differenza tra i nostri emigranti e quelli attuali: Noi avevamo alle spalle duemila anni di storia e di civiltà, loro conoscono soltanto la civiltà della savana, del deserto e della giungla»

«Resta lontano da questa zona - tuona Gentilini non appena l'extracomunitario gli si para davanti - ve l'ho già detto tante volte! La prima volta ti avverto, la seconda ti faccio sequestrare tutta la merce». «Non mi fissare a quel modo perché non ho alcuna necessità di essere squadrato da te»

«Lei ha proposto di rispedire al mittente gli immigrati con i vagoni piombati», gli ha detto il cronista. E Gentilini: «Certamente. I vagoni servirebbero per riportare i negri oltre la nostra frontiera. Sarebbe l'unico modo per allontanarli»

«Mi auguro di mandarli in esilio tutti quanti il 13 maggio. Saremo noi che conquisteremo Roma per la seconda volta. Sarà una marcia su Roma, ma come quella che fecero i nostri antenati, i barbari venuti dal Nord che portarono il sangue vivo e buttarono a mare l'impero romano che era diventato soltanto un ricettacolo di vizi»

«Il Vangelo insegna porgi l'altra guancia; io dico: se mi dai uno schiaffo ti spacco il muso»

«Il vangelo dice quello che resta dallo agli altri. Gentilini dice: prima mi riempio la pancia io, quello che resta lo do agli altri»

«Pensate se io posso pensare di murare i frati ma non posso tollerare che si dia da mangiare a extracomunitari con auto e telefonino, quella non è carità. Quelli sono personaggi che nel resto della giornata spacciano droga e portano le prostitute lungo le strade, bisogna prendere quelle auto, un colpo di bazooka e via»

«Da anni vado ripetendo l’assoluta necessità di dotare i sindaci e i presidenti delle Province di un corpo di polizia autonomo e dotato di armi da fuoco, e ho sempre indicato come prioritaria una riforma in questo senso della polizia municipale»

«gli extracomunitari delinquenti li butto nel Sile»

«Questi - ha detto riferendosi alla dichiarazione che gli è costata il rinvio a giudizio - non sono reati di razzismo: il reato di razzismo è così abnorme - ha aggiunto - che è difficile dire nella storia se lo abbia commesso Hitler»

“Un giorno, durante un giro di ispezione mi sono imbattuto in un ubriaco che ha osato rispondermi male: gli ho mollato uno sganassone che lo ha fatto volare per terra”

È per questo che di schiaffoni, Gentilini ne ha per tutti, meno che per le prostitute, perché: "sono le navi-scuola dei giovani, anche se oggi non mi fiderei ad andare con loro: mi ricordo in gioventù di certe mulatte... Altri tempi! Comunque, con le prostitute chiudo un occhio: ce ne sono una quindicina, tutte monitorate. Assieme alle nostrane tollero qualche extracomunitaria"

«Per fare esercitare i cacciatori potremmo vestire da leprotti gli extracomunitari. Tin. Tin. Tin!»


farebbe più ridere se non fosse vero

 

http://www.islam-online.it/gentilini.htm

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martedì, 11 dicembre 2007

Putin è solo un imperialista

I compagni Hugo e Vladimir? Ma per favore!

Gianluca Bifolchi, Acthung Banditen

 

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8 dicembre 2007

E' arrivato il momento di cominciare a fare chiarezza su una certa operazione di deliberata confusione che, cominciata da tempo, domenica scorsa, grazie alla coincidenza del referendum confermativo sulla riforma costituzionale in Venezuela e alle elezioni legislative in Russia, ha fatto giganteschi passi in avanti. Mi riferisco al sempre più frequente accostamento del nome di Hugo Chávez e di Vladimir Putin, in nome del loro attuale ruolo "antimperialista", per far passare l'idea che si tratti di due personaggi equivalenti, e che il sostenere uno implichi la necessità logica di sostenere anche l'altro.

I sofismi geopolitici a sostegno di questa tesi avrebbero fatto la gioia, alla fine degli anni 30, dei sostenitori dell'asse Roma-Tokio-Berlino, particolarmente al momento della sigla degli accordi Molotov-Ribbentrop che, superando obsolete divisioni tra destra e sinistra, aprivano finalmente il fronte unico contro le demo-plutocrazie occidentali (e oggi sappiamo con quanta lungimiranza da parte di Josip Stalin, che secondo tutti gli storici continuava a fidarsi del compagno Adolf anche a Operazione Barbarossa bell'e iniziata, con i panzer che sciamavano nella steppa russa).

La Rivoluzione Bolivariana che sta avendo luogo in Venezuela potrebbe prima o poi deludere gli innumerevoli sostenitori che si è guadagnata in tutto il mondo, ma se questo avverrà sarà perché i suoi leader, a partire da Hugo Chávez, mostreranno un volto diverso da quello esibito finora, e non sarà certro il primo inganno di questo tipo della storia. Ma non vi è inganno che possa nascondere il fatto che Vladimir Putin è un assassino, criminale di guerra, mafioso e opportunista. Che qualcuno possa confondere il nazionalismo grande russo della sua azione di governo con i contenuti umanistici delle grandi svolte politiche del Venezuela, della Bolivia, dell'Ecuador o del Nicaragua, è un segno del deplorevole stato della cultura di sinistra in Italia (altrove sono ben più vaccinati contro questi deliri).

Si sostiene che le accuse di frode elettorale e di addomesticamento della democrazia che vengono regolarmente mosse alla Russia e al Venezuela siano l'espressione di un'operazione di destabilizzazione condotta dalla CIA e dal Dipartimento di Stato. Senonché, le prove di una simile operazione sono molto più evidenti per il Venezuela che per la Russia e, soprattutto, queste accuse sono del tutto infondate per il paese latinoamericano, mentre sono vere per la Russia. Spero che la gente di sinistra vorrà riflettere sulle parole del segretario del partito comunista russo, Ghennadi Ziuganov, arrivato secondo alle elezioni di domenica: "Tenendo in conto il crescente malessere degli elettori, ci rivolgiamo ai cittadini perché esprimano con tutti i mezzi la loro protesta contro la violazione della volontà popolare". O si rifletta sulle parole di Melnikov, dirigente della campagna elettorale dei comunisti russi: "In diversi distretti di Mosca abbiamo ricevuto il 20% dei voti. Ma come sempre, quando i risultato del PCFR supera il livello 'permesso' il sistema informatico va in tilt. Ai comitati elettorali della regione non sono arrivati più i dati. Anche se alla fine delle elezioni mancavano più di tre ore nel sistema sono entrati solo dati relativi al 10% dei voti". Hugo Chávez ha creato un sistema elettorale che è un modello di trasparenza, lodato da centinaia di osservatori internazionali, e che ha permesso in questa occasione la prima significativa vittoria dell'opposizione. Il sistema russo è una frode gigantesca che ricalca il livello di corruzione profonda e di arbitrio che domina in quella società e in quelle istituzioni.

Se i teorici del "superamento" di destra e sinistra hanno tutto l'interesse all'annacquamento della memoria storia, è tanto più opportuno ricordare certi dati della biografia politica di Vladimir Putin.

Tornato al crollo dell'URSS dalla sede di Dresda della KGB, dove si era occupato di spionaggio economico, dopo una breve parentesi come galoppino di Anatolij Sobcak, passa al clan del cleptocrate alcolizzato Boris Eltsin, e in particolare al servizio di Anatolij Cubais, l'architetto delle privatizzazioni del sistema sovietico a favore di mafie e plutocrati di nuovo conio. Delle tante cattive eredità lasciate dal comunismo sovietico vi è di sicuro quello di una società civile immatura e credulona che poté prendere sul serio, qualche anno più tardi, la pretesa di Putin di non essere infangato con le porcherie del clan Eltsin compiute nel primo decennio post-sovietico, ma la verità è che sotto Cubais Putin, forte della sua esperienza nel KGB, raccoglieva dossier riservati da usare per ricattare tutti coloro che minacciavano la cosca eltsiniana. Fu probabilmente un suo lavoro il filmato che ritraeva il Procuratore Generale di Mosca Yuri Skuratov (o qualcuno che gli somigliava parecchio) che si dava ai bagordi con due prostitute. Filmato che portò ad un primo blocco dell'inchiesta sulla multinazionale svizzera Mabetex, riguardante episodi di gigantesca corruzione che portavano direttamente a Eltsin e alle sue figlie.

Ma l'irresistibile ascesa di Putin è soprattutto debitrice al genocidio ceceno. Conclusasi il 31 Agosto 1996 con gli accordi di Kahsavyurt, la prima guerra cecena lasciava erlomeno il passo ad un teso e difficile modus vivendi tra gli indipendentisti della repubblica caucasica e le autorità russe. Ma tanto in Russia che all'estero, dopo una pausa di respiro, c'era stata una ripresa delle inchieste sulla famiglia del cleptocrate Eltsin, che stavolta non era possibile contenere con qualche ricatto a testimoni e procuratori. Putin, che da signor nessuno si era ritrovato a fare il primo ministro di Zar Boris nell'estate del 1999, aveva bisogno di una grande manovra dilatoria per salvare la cordata di ladri e mafiosi di cui faceva parte. Ecco allora che all'improvviso Mosca ed altre città russe tra l'agosto e il settembre 1999, poche settimane dopo l'insediamento di Putin nella carica di primo ministro, sono scosse da attentati che provocano quasi duecento vittime. I servizi di controspionaggio denunciano subito la matrice terrorista cecena, anche se né allora né in seguito viene prodotta alcuna prova. Contemporaneamente il leader indipendestista ceceno Shamil Basaev, di cui sono provati e straprovati i rapporti con Boris Berezovskij, il plutocrate russo allora alleato di Putin, e grande manovratore dietro le quinte della politica russa, scatena un attacco alla repubblica del Daghestan per dare uno sbocco sul mare alla Cecenia in vista di una indipendenza totale che il presidente moderato Aslan Maskhadov non vuole, accontentandosi dell'ampia autonomia prevista dagli accordi di Khasavyurt. Un'opinione pubblica russa resa isterica e xenofoba da una campagna anti-cecena condotta dai grandi media (tutti sostenitori di Putin e Eltsin, altra grande differenza con Hugo Chávez, che dal primo momento ha subito gli attacchi feroci di tutta la grande stampa nazionale), reclama una guerra punitiva contro la Cecenia che Putin si affretta a darle, contentissimo di passare come l'uomo forte che riporterà l'ordine in Russia, e intanto far passare nel dimenticatoio i guai giudiziari di Eltsin e delle sue adorate figlie.

Gli indipendentisti ceceni sono gente poco simpatica, molto più prossima al modello del signore della guerra che a quello del patriota senza macchia. Ma la seconda guerra cecena (1999-2000) è un abisso di brutalità da parte delle forze armate russe che si abbatte su una popolazione civile presa tra i due fuochi di un indipendentismo ceceno banditesco ed una soldataglia russa tra le più spregevoli del mondo. Va bene indignarsi perché ad Abu Ghraib la soldatessa Lynn England tiene al guinzaglio i prigionieri iracheni. Ma forse ci starebbe bene anche qualche denuncia sullo stupro sistematico di tutte le donne cecene che finivano nei "campi di filtraggio" dell'esercito russo, o del passatempo preferito dei soldati in servizio in quei luoghi ameni di inchiodare su un tavolaccio la lingua dei prigionieri uomini per "avere informazioni", e poi, informazioni o meno, il rilascio dietro riscatto pagato dalla famiglia o scomparsa in qualche fossa comune dei dintorni.

E che dire della decisione dello stato maggiore russo di emulare il "modello Kosovo", visto all'opera qualche mese prima, con la Nato che disimpegna i suoi compiti strategici attraverso una campagna aerea? Pensando alla magra figura fatta dalle forze di terra russe durante la prima guerra cecena (un esempio di straordinaria corruzione ed inefficienza) sembra una buona idea. Peccato che Mig e Sukoy non sono equipaggiati con bombe a guida laser, e che tutto si risolve nel ritorno dei bombardamenti a tappeto su Groznij. E' il modello sud-vietnamita, piuttosto.

Varrebbe anche la pena ricordare che la presentazione di un conflitto armato come "operazione antiterroristica" non è stato inventato da Bush con l'attacco all'Afghanistan, che arriverà solo nell'ottobre del 2001. Operazione Antiterroristica è invece la definizione d'uso dei media e della diplmazia russa per presentare il selvaggio assalto ai civili ceceni. In realtà il conflitto ceceno, dal punto di vista delle leggi di guerra è uno "scontro armato non internazionale", previsto dal II protocollo aggiuntivo della Convenzione di Ginevra. Ma la viltà della comunità internazionale, che guarda dall'altra parte, severamente e giustamente censurata quando si tratta della Palestina o del Rwanda, non è invece rilevata in questa occasione dai tanti apologeti dell'antimperialismo criminale di Putin.

E a proposito, come giudicheremo il fatto che la Russia è stata parte dal 2001 del Quartetto della Road Map e che se ne è stata ben zitta mentre l'UE e gli Stati Uniti davano ad Israele il via libera nel caso del Muro dell'Apartheid nella West Bank e della creazione del campo di concentramento di Gaza? E' vero che non aveva strumenti di intervento diretti, ma poteva almeno usare la sua considerevole voce internazionale per denunciare il clima omertoso che si era creato intorno alla causa palestinese. E tutto ciò quando Hugo Chávez durante la guerra del Libano dell'estate del 2006 ritirava l'ambasciatore da Tel Aviv. La verità è che il sacrificio dei Palestinesi è stata una prova di "buona volontà" da parte della Russia per dimostrare che un accordo è sempre possibile, se solo gli USA si dimostrano ragionevoli. Chi è stupido o in malafede può credere che la Russia voglia un ordine multipolare in cui non vi è spazio all'arroganza imperiale americana, chi bada ai fatti può facilmente rendersi conto che Putin vuole solo il ripristino dello status di superpotenza per il suo paese. Dopo di che, tutto si potrà aggiustare tra grandi.

Che Putin sia riuscito a salvare la Russia dalla vendita all'incanto agli interessi finanziari occidentali è possibile. Ma questo è accaduto sostanzialmente perché un condominio tra questi interessi e l'oligarchia politico-mafiosa creatasi ai tempi di Eltsin — il milieu da cui proviene lo stesso Putin — è andata progressivamente diventando stretta ad un uomo che ha capito di avere in mano la carta di una restaurazione autocratica. Chi crede che l'importanza di Hugo Chávez consista nell'aver riaperto la speranza del socialismo nel mondo dovrebbe guardarsi dalla contaminazione con queste derive fascistoidi.



Link: www.achtungbanditen.splinder.com/post/15033948/I+compagni+Hugo+e+Vladimir%3F+Ma
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lunedì, 15 ottobre 2007

«Ramadan, una polemica inutile»

Il Comune risponde a Forza Nuova (a cui chiederà i danni per imbrattamenti) sulla concessione di una palestra a Caonada «Ramadan, una polemica inutile» «Hanno lasciato tutto in ordine e in piazza offerto dolci e the in segno d’integrazione»
Montebelluna
"Allarme" Ramadan a Caonada. Un comunicato di "Forza Nuova" ha lanciato ieri l'allarme sulla questione relativa alla concessione, da parte dell'amministrazione, della palestra di Caonada per lo svolgimento delle cerimonie legate alla chiusura del Ramadan. "Emerge la notizia dell'ultimo minuto -scrive "Forza nuova"- secondo cui la palestra dedicata alla frazione di Caonada, fungerà da luogo di ritrovo per numerosi musulmani intenti a celebrare il rito periodico del "Ramadan". Purtroppo nessuno conosce l'effettivo afflusso dei fedeli; non si sa se quantificare i presenti in decine o centinaia, e non si sa se l'evento possa penalizzare, con conseguenze tutt'altro che piacevoli per gli automobilisti, la normale circolazione del traffico locale. Il Comune, prima di dare il via libera all'iniziativa, neppure ha consultato i residenti. In questo modo, anche quello spettro di una moschea che ancora era invisibile, compie un piccolo e significativo passo in avanti". Ma l'assessore ai servizi sociali Franco Trinca spiega: "la palestra è stata concessa venerdì scorso per alcune ore a due associazioni riconosciute e perfettamente in regola; tutto si è svolto con ordine e i locali sono stati lasciati completamente puliti". E il sindaco Laura Puppato aggiunge: "ieri mattina, in piazza, le comunità musulmane hanno festeggiato con la città la fine del Ramadan, offrendo dolci e the; è un segno di integrazione, testimoniato anche dalla sempre maggiore adesione di tali realtà alle associazioni di volontariato locali, dall'Avis all'Aido". Laura Bon
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